giovedì 27 giugno 2019

Michaël Ferrier, François, portrait d'un absent

 

Non è una recensione. Ma una riflessione, credo attualissima, sulla scrittura di oggi. Ho finito di leggere in treno, ieri, François, portrait d’un absent, François, ritratto di un assente, di Michaël Ferrier. Non è un vero e proprio romanzo, ma nemmeno la stesura di un ricordo intimo. Tempo fa c’è stata una polemica, in Italia, sull’ipotizzata crisi del romanzo italiano (di nuovo?!). Qualcuno individuava nell’eccesso, a suo dire una vera e propria saturazione, di romanzi che sono autofiction. Come se il nome di un genere, e per di più detto in inglese, risparmiasse la necessità di un’analisi. Se vogliamo essere precisi anche la Vita Nuova di Dante è un’autofiction. E non mi sembra riuscita male. O che manifesti una crisi di scrittura. Anzi, incredibile la freschezza di quella prosa narrativa. Allora il problema non è l’autofiction, ma e se fosse che mancano scrittori, e scrittori consapevoli (naturalmente con le dovute eccezioni)? Ordesa di Manuel Vilas (in italiano: In tutto c’e stato bellezza) è un’autofiction. La sua prosa è mozzafiato! In Francia sono usciti quasi contemporaneamente due romanzi (anche altri, ma qui mi riferisco solo a due) che sono entrambi autofiction. E anche qui la prosa è splendida. Uno è il romanzo di Ferrier, citato all’inizio, l’altro rievoca la strage del Bataclan, Le Lambeau, di Philippe Lançon. Colpisce in entrambi l’intensità dell’emozione nel ricordare e la distanza, il distacco della scrittura. Eccolo qua il segreto. Non importa che cosa si voglia raccontare, importa come lo si voglia raccontare ciò che si racconta. Se non si ha niente da raccontare e ci si sofferma sulla scrittura si naviga nel vuoto, al più si costruisce una pagina di inutile estetismo. Spesso nemmeno quello, semplicemente una scrittura che gira su sé stessa senza raccontare niente. Oppure si è talmente presi o ci si illude di essere presi dalla cosa da dire, la trama, la psicologia, che si trascura la scrittura e si scrivono brutti romanzi, storie banali raccontate da una scrittura sciatta. La maggior parte dei romanzi che escono in Italia sono di quest’ultimo tipo, banali e sciatti.

Si respira tutt’altra aria nel romanzo di Ferrier.

Ferrier ricorda un amico, François Christophe, morto con la figlia undicenne nelle acque dell’isola La Graciosa, nelle Canarie. Il titolo è un calco di un film-documentario di François Christophe: Thierry, portrait d’un absent, Thierry, ritratto di un assente. Tra l’altro, un film bellissimo. Lo struggimento, l’intensità del ricordo sono costruiti dallo stile. Già il titolo indica in quale direzione si muove il dolore per la perdita di un amico. La sua assenza che non è mai una vera assenza ma il permanere del ricordo che rende appunto dolorosa l’assenza. L’assenza non è un vuoto. E’ la presenza della perdita, il ritorno permanente di chi si è perduto.

« On dit que les grandes douleurs sont muettes, ou que la souffrance laisse sans voix. Ce n’est pas à fait exact. Quand un ami meurt, une partie de notre voix meurt pour toujours avec lui. Ce qui nous reste alors est une voix privée de sa parole, et plus encore, privée de toute parole, mais qui doit continuer à parler tout de même, une voix aux prises avec l’innommable – je ne peux pas continuer, il faut continuer -, une voix comme cette aube blafarde qui se lève maintenant sur Tokio, couleur de lilas et de marbre, d’écume et d’hiver, de froid et de vent, couleur d’amitiés emportés par le temps. Blanc, blanc comme la cire des cierges, blanc comme un poignet sanglé, comme la face du noyé, blanc comme un lit d’hôpital, blanc comme le masque et les gants. Blanc, blanc comme des vers blancs, ceux qui ne riment pas, les vers désaccordés qui rongent la chair du cadavre. Blanc, blanc comme la plume, la neige ou la perle, comme la page blanche où je dois écrire ces mots maintenant. Toute cette blancheur, il faut la fureur de l’encre pour l’éteindre ou pour l’apaiser : pour l’éloigner ou la défaire ; pour la distiller ou pour la sublimer ».

(Si dice che i grandi dolori sono muti, o che la sofferenza lascia senza voce. Non è per niente esatto. Quando un amico muore, una parte della nostra voce muore con lui per sempre. Ciò che allora ci resta è una voce privata della sua parola, e più ancora, priva di ogni parola, ma che deve continuare a parlare lo stesso, una voce alle prese con l’innominabile – non posso continuare, si deve continuare –, una voce come quest’alba smorta che si alza adesso su Tokio, del colore dei lillà e del marmo, di schiuma e d’inverno, di freddo e di vento, colore di amicizie rapite dal tempo. Bianco, bianco come la cera dei ceri, bianco come un polso insanguinato, come la faccia di un annegato, bianco come un letto d’ospedale, bianco come la maschera e il guanto. Bianco, bianco come i versi bianchi (sciolti), quelli che non hanno rima, i versi scordati che rosicchiano la carne del cadavere. Bianco, bianco come la penna, la neve o la perla, come la pagina bianca dove devo scrivere adesso queste parole. Tutta questa bianchezza, ci vuole il furore dell’inchiostro per spegnerla o per placarla, per allontanarla o disfarla, per distillarla o per sublimarla).

Ferrier vive a Tokio, dove insegna, ormai da decenni, letteratura francese. Da qui il riferimento a Tokio, che torna anche in altre pagine del libro. Non tutto è così intenso. Vi sono momenti di stanchezza, digressioni che attenuano l’intensità del ricordo. Ma sono rari. Tutto il romanzo-confessione è scritto al calor bianco, non perde quasi mai il “furore dell’inchiostro”. E’ un monumento all’amicizia, senza doppi sensi, senza sottintesi omoerotici, come se ne scrivevano nell’antichità. Non a caso è citato Cicerone. Ma poteva citare anche le pagine finali dell’Etica a Nicomaco di Aristotele. Magistrali le pagine dedicate allo studio comune nel collegio, il racconto delle “canne” di hashish fumate insieme a François e ad altri compagni. O quelle che ritraggono la delicatezza dell’amore di François per sua figlia Bahia. Soprattutto: una lettura che non annoia mai. Fino alla rivelazione finale: è proprio il libro appena scritto a rendere permanente il ricordo dell’amico.

Michaël Ferrier, François, portrait d’un absent, Paris, Gallimard, pagg. 236, € 20,00 (in Francia).

sabato 22 giugno 2019

Gli otto figli di Schumann

Le pagine finali spiegano tutto il libro. Robert Schumann e Clara ebbero otto figli. Emilio muore a poco più di un anno. Il padre lo pianse amaramente. Gli altri ebbero tutti vita infelice, salvo forse Eugenia, lesbica, che uscì dalla famiglia per vivere con la sua compagna Fillu. La madre, solo dopo molti anni, accettò la convivenza della figlia con la sua compagna. Il lato più sconvolgente del libro, almeno per il lettore non tedesco – la pubblicazione dei diari di Thomas Mann ci ha rivelato ben altri inferni! - è il rovesciamento della figura mitica di Clara Wieck, poi Schumann, da eroina di un amore inimitabile e perfino di un amore al limite dell’adulterio con il giovane Brahms (miti entrambi demoliti da Cavaillès), in donna calcolatrice, egoista, gelida, che non capisce i problemi né del marito né dei figli, e che quando i problemi si fanno insopportabile, se ne libera collocando i figli in questo e quel pensionato da questo o quel parente. La solitudine di questi ragazzi è sconfinata. Come sconfinato è l’interesse di Clara per una sola cosa: la sua attività di concertista, alle quale appunto sacrifica anche il benessere dei figli.

Ho conosciuto l’egoismo di simili artisti, la solitudine la disperazione dei loro figli. Ma non voglio introdurre elementi autobiografici nella riflessione su un bel libro biografico. Come in Italia se ne scrivono pochi o nessuno: secco, duro, tutto fatti. Ne è specchio una prosa quasi sempre priva di aggettivazione e quando c’è è appropriata e pertinente. Non so come sia stato tradotto. Spero bene, con la stessa asciuttezza. Ma consiglio, chi può, di leggersi il testo francese. I figli di Schuman subirono il trauma della follia e della morte del padre. Non lo superarono mai. Né Clara fece mai niente per aiutarli. Anzi, spesso, esacerbò questo loro bisogno di spiegazioni, di consolazione, di tenerezza mancata. Il figlio Ludwig precipitò nell’idiozia, nella demenza patologica. Clara se ne disinteressò: lo lascio deperire nei sanatori psichiatrici. Lo chiamava il “sotterrato vivo”. Furono tutti infelici, come e forse più del padre.

Cavaillès segue l’esistenza di ciascuno di loro con distaccata tenerezza, con profonda pietà. Si trema all’idea che le allucinate Scene infantili e i visionari Kreisleriana siano la premonizione e poi la registrazione di questo inferno.

Exceptions désinvoltes traversant la vie dans une longue noyade mouvementée, incapables de nager dans les eaux chaotiques de leur fleuve, le musicien, l’enfant et le fou s’entendent sans mot dire: trois hypostases de l’esprit mis à nu, enténébré par de vieilles larmes et ne sachant pas ce qu’il cherche, quelle chose sans nom, quel objet sacré né d’une rêverie nostalgique sous la danse pulsionelle des étoiles.”

(Eccezioni disinvolte che attraversano la vita con una lunga nuotata movimentata, incapaci di nuotare nelle acque caotiche del loro fiume, il musicista, il bambino e il pazzo si capiscono senza dire parola: tre ipostasi dello spirito messo a nudo, ottenebrato da vecchie lacrime e senza sapere ciò che cerca, quale cosa senza nome, quale oggetto sacro nato da una fantasticheria delle stelle).

Forse un certo spreco di poeticismo. Ma l’oggetto è centrato: la solitudine impenetrabile, le lacrime inascoltate, l’inferno di cui gli altri si sbarazzano con una scrollata di spalle. Perfino tua madre!

Nicolas Cavaillès, les huit enfants Schumann, Paris, Les Éditions du Sonneur, 2016 (trad. it. Pagine d’Arte, 2018).