martedì 8 agosto 2017

David Trueba, Tierra de Campos

David Trueba, Tierra de Campos, Barcelona, Anagrama, 2017, pp. 404. € 20,90. Esiste anche in formato digitale epub, e in pdf.

“Hacerse adulto puede que signifique aceptar el caos o al menos aprender a convivir con él”, pag. 393. Farsi adulti può darsi che significhi accettare il caos o quanto meno imparare a convivere con esso. Chi sa, sta forse qui il succo di tutto il romanzo. Che comincia con un fatto incomprensibile: un carro funebre davanti a una casa in cui non c’è nessun morto. Il narratore, Dani Mosca, al secolo Daniel Campos, cantautore di un certo successo, piano piano, svegliato di soprassalto dai figli, prende coscienza della situazione. Ai figli, dai nomi strani, Maya e Ryo (poi si capirà che figli di una moglie giapponese, Kei, violoncellista, dalla quale si è separato), papà papà c’è un carro funebre davanti casa, chi è morto? Dopo vari capitoli, tutti, come nel resto del romanzo, dai titoli strani, frasi di dialogo, di riflessioni, di spezzoni del capitolo stesso, in cui si racconta l’infanzia – la cugina a cui chiede di fargli vedere le tette, il cugino con cui confronta le misure del proprio cazzo e del suo, e la loro capacità di schizzo, la scuola cattolica di preti ignoranti, oltre che cinici, ipocriti e ancora franchisti, di compagni anarchici, con cui poi mette insieme una banda musicale, e le sortite, le prime scopate, l’istitutrice di nuoto, Oliva, di cui s’innamora e diventa amante per anni, dopo tutto questo, ai figli glielo spiega che ci fa quel carro funebre davanti casa, e per spiegarglielo, altri capitoli raccontano di come all’aeroporto di Barajas, la ragazza del check in gli dice che non ci sono posti sul volo per Mallorca, proprio nessuno? Nessuno, e Dani scoppia a piangere. La ragazza s’impressiona, si commuove, chiede se si sente bene, che cosa è successo? E’ morto mio padre. Allora la ragazza si affanna a cercare tre posti, per Dani e per i figli. E intanto chiede: da molto? Da un mese. E il narratore riflette che non aveva pianto quando il padre era morto, ma piange adesso che non può portare i figli a Mallorca, che a casa la madre con l’Alzheimer non lo riconosce più, gli fa domande senza senso. Tuttavia alla fine i posti si trovano, e parte per Mallorca con i figli. Ma siamo ancora a meno di un terzo del romanzo. L’amore con Oliva, l’istitutrice di nuoto. E la fine dell’amore. Le canzoni, il successo, l’irruzione di Gus, già nel collegio, spudoratamente gay, e guida del gruppo. La morte di Gus per overdose, liquidata come suicidio dalla polizia, per nascondere il festino di gente importante. Il viaggio in Giappone, l’avventura con Kei, la sua vita a Tokyo per cinque anni e poi il ritorno a Madrid. Impossibile riassumere la trama. O si dovrebbe riraccontare tutto il romanzo punto per punto, rigo per rigo. Il racconto procede avanti e indietro negli anni. I dialoghi inseriti nella prosa come parte della narrazione, indispensabile momento della sua sintassi, senza segni d’interpunzione, senza virgolette né trattini. Ecco, il vero miracolo di questo romanzo è la sua prosa, fluida come un racconto parlato, come uscisse via via dalla bocca del narratore. Eppure, invece, controllatissima, misuratissima, discorso diretto e indiretto s’intrecciano, passano l’uno nell’altro continuamente, senz’interruzione. Lessico quotidiano e lessico colto anch’essi s’intrecciano come la sintassi ora spezzata, breve, colloquiale, esclusiva d’ogni coordinazione che non sia paratattica, ora invece complessa, riflessiva, inclusiva delle forme più complicate di subordinazione. Un maestro, che non teme confronti. Le pagine sulla madre sfidano quelle di Proust. Ma, naturalmente, appaiono più disinvolte, più casuali, meno compiaciute della loro sottigliezza, e tuttavia ugualmente amare, intrise di un dolore ugualmente inguaribile. Ma poi c’è il rapporto continuo, persistente con il padre. Un rapporto ossessivo, ma colmo di amore, si direbbe un figlio innamorato di suo padre e suo padre del figlio. Il confronto, la sorpresa, ad ogni nuovo accadimento, di somigliargli. E pensare che si credeva invece l’opposto, che litigavano sempre, che non andavano mai d’accordo in niente, nemmeno nell’arredamento della casa, non parliamo della scelta di vita: scrivi canzoni? E si vive con questo? Ma quando te lo trovi un lavoro serio? E ad ogni scoperta di un’affinità insospettata, invece si chiede: si eredita, questo? La continuità degli affetti, padre, madre vera e madre adottiva, lui figlio di uno stupro perpetrato dal padre, ma la madre adottiva tenera come una madre vera, amici, amanti, si perpetua nel tempo, anche quando il rapporto s’interrompe, perché si muore, perché si perde la ragione, perché finisce un amore, o semplicemente perché la vita cammina, e ciò che si vive, una volta vissuto, resta indietro, non si riacciuffa. Porto mio padre nel cimitero del paese in cui è nato, spiega finalmente Dani ai suoi figli. Glielo devo. Non amava Madrid. Era rimasto un contadino di Castilgia, l’ebreo cacciato dai Cattolici, tutti i Campos (cognome di molti ebrei rimasti in Spagna, e assimilatisi ai cristiani), sì, di tutti Campos che non se ne erano voluti andare via. Il gioco di parole in italiano è intraducibile: campo significa campo come in italiano, ma è anche appunto un cognome ebraico e il nome di unterritorio della Castiglia. L’ebreo Campos, cristianizzato. aveva potuto perfino combattere con Franco, per Franco, e sentirsi così più spagnolo degli spagnoli. Ma poi gli altri morti, non erano anch’essi spagnoli? E aveva smesso di combattere per Franco, di credere in Franco. Gli ebrei rimasti si chiamavano Campos, come le terre di Castiglia a nord di Madrid. E quella terra era il suo nome, il suo sangue. Il romanzo racconta il percorso da Madrid a Campos sul carro funebre con la bara del padre, a guidarlo un emigrante colombiano, la festa del villaggio per il ritorno del figio celebre, e gli incontri con i comapgni d’infanzia, i cugini, le cugine, ormai anch’essi adulti, invecchiati, disillusi. Festosi solo di questa festa insperata, la festa per il seppellimento del padre di un figlio celebre, natientrambi nel villaggio, da cui erano invano scappati via, qui sono le tue radici, gli dice il sindaco con cui da ragazzo si misuravano il cazzo, perché rispondergli: non ho radici? E poi il racconto, brevissimo, del ritorno a Madrid con i figli e con Animal, il batterista del gruppo, sul furgoncino delle tournée di cantautore. La figlia ha raccolto un gattino e se lo porta con sé. Questo viaggio di andata e rotorno dura 404 pagine. E durante il viaggio si ripercorre tutta la vita del cantautore. Si pensa a Quevedo, allo stesso Cervantes: a tutta una tradizione spagnola in cui si raccontano gli emarginati, i solitari, i sognatori. Si pensa ai film di Almodóvar, e prima ancora di Buñuel. Si impara a essere figli quando si è diventati padri, dice Dani a un certo punto. E’ l’altro senso del libro, può darsi, una volta imparato a convivere con il caos, si è pronti per essere figli, per diventare padri. Lo dico senza pudore: è uno dei libri più belli che mi è capitato di leggere negli ultimi anni.

Fiano Romano, 8 agosto 2016

domenica 6 agosto 2017

Il declino italiano

Un amico carissimo, Alberto Mattioli, scrive un intervento appassionato in difesa del melodramma italiano. Condivido la sua passione. Ma temo che il problema del suo apparente declino vada oltre la difesa del melodramma.(Il quale, comunque. è quasi solo italiano, altrove gode ottima salute, e non è il solo paradosso di qualcosa di italiano che ha più fortuna altrove che in Italia. Ecco la serie di impetuose riflessioni suscitatemi dall’intervento di Mattioli.
Alberto! Ma i più degli italiani di oggi, quel mondo, il mondo del melodramma, non solo lo ignorano, ma sono felici d'ignorarlo. Come, del resto, ignorano Michelangelo, Leopardi, Svevo. Qualsiasi sforzo per ricuperarlo è destinato a fallire. E' un mondo estraneo, o sentito estraneo, al mondo di oggi. Come è estraneo anche Leopardi. In Inghilterra è nato un dibattito accesissimo per la traduzione dello Zibaldone. Ma già prima Nietzsche e Unamuno consideravano Leopardi un grande pensatore europeo. In Italia, Croce demolisce questo pensiero come frutto di una crisi adolescenziale. E ancora s’inventano le categorie di pessimismo e ottimismo per neutralizzare la carica eversiva della sua critica alla cultura dominante degli italiani, al loro cattolicesimo superstizioso, acritico (da credente Manzoni non dice cose tanto diverse sul cattolicesimo italiano, pur contrastando anche violentemente l’ateismo leopardiano). Allora è inutile sforzarsi di difenderlo, imporlo, il melodramma di Rossini e di Verdi, separandolo dalla cultura che l’ha fatto nascere e in cui deve di nuovo inserirsi. Se davvero lo si vuole salvare - e io come te voglio salvarlo - la via da percorrere è un'altra, più faticosa, irta di ostacoli, quasi utopistica. Bisogna reimpostare, cioè, da capo, in Italia. il rapporto tra la società e la cultura, tra la politica e la cultura. Lo aveva già previsto e proclamato, anche se con toni profetici che possono avere irritato molti, Mazzini, e prima di Mazzini lo avevano proposto, direi quasi imposto come necessità primaria, Alfieri e Foscolo, né andrebbe dimenticato Filippo Buonarroti. Se rigenerazione ci ha da essere, non può che partire da una rigenerazione sociale e politica del paese. E non solo dei teatri. L’Italia non ha mai attuato la rivoluzione cultura che in Francia avviò la Rivoluzione e in Germania attuarono, visionariamente, Lessing e Goethe: fare del teatro il luogo della discussione culturale e civile del paese. Per il pubblico italiano, il teatro è spasso, divertimento, evasione. I drammaturghi che propongono altro (Verdi e Pirandello, tra i massimi) vengo cauterizzati, evirati, anestetizzati, per ridimensionarli a puro spasso. L'Italia di oggi, che paga male un ricercatore e lo spinge perciò a trovare spazio più adatto, più motivante, oltre che meglio rimunerato, altrove, è la stessa che affossa i teatri. L'Italia che non difende il paesaggio, che anzi dice che l'edilizia è il motore economico del paese, affossa i teatri. Perché la ricerca scientifica la bellezza del paesaggio, i teatri, non sono il suo mondo, come non è il suo mondo la scuola, l'università, il museo, non sono il suo mondo le città d'arte che le sono state regalate e che gli italiani di oggi, soprattutto i politici italiani di oggi, non si meritano. Proust scrisse che l'Italia è il paese più inestetico del mondo, non perché manchi di opere d'arte, ma perché non ne comprende il valore e non sa proteggerle, conservarle, non riesce a reinventarle, a reinventare la cultura che ha prodotto il miracolo del Rinascimento e del Barocco, e reinventare dunque il moderno. Il moderno è stato visto, immaginato, realizzato, da alcuni, ma non è la cultura del paese. La cultura del paese è la dissipazione della ricchezza ereditata, in arte, paesaggio, cultura scientifica e letteraria. Io la penso come Proust, ancora come Proust, passato ormai più di un secolo da quelle parole. La citatissima frase di Gramsci: pessimismo della Ragione e ottimismo della Volontà non ci soccorre. E’ anzi sbagliata. Perché contrappone ottimismo e pessimismo, invece di proporre un’analisi spietata della realtà, e solo in base ad essa proporre soluzioni, interventi. In arte Gramsci lo ha fatto, ma con un residuo d’idealismo che mi irrita. Non a caso ammirava la filosofia di Benedetto Croce. Che tra l’altro lo portò fuori strada nell’analisi dei fenomeni letterari. Per quanto generosa fosse quella strada.
Vedo poco spazio per l'ottimismo. Per qualunque tipo di ottimismo, della volontà, dell’ideologia, o di ciò che vi pare. A dire il vero, pessimismo e ottimismo sono termini che non mi piacciono. Sarebbe più realistico parlare di analisi della situazione e proposte di interventi per cambiarla. Con le speranze e le illusioni non si combina niente. E' solo l'analisi realistica dei fatti a dirci che cosa dobbiamo fare. Naturalmente con un’idea precisa di società, di Stato, a cui pensiamo. Ma idea, non speranza, e tanto meno illusione. Idea fondata su principi, non su valori. I valori sono mutevoli. I principi no: per esempio i principi di libertà e uguaglianza. Ai quali è sotteso il principio di giustizia. E la riflessione sulla giustizia sociale possiamo farla risalire addirittura già al codice di Hammurabi. Va precisandosi nei secoli. Ma la vedo dura, gli italiani, in genere hanno sempre preferito i contafavole a chi li voleva obbligare a guardare in faccia la realtà, hanno preferito i Mussolini, i Craxi, i Berlusconi, i Grillo, e in fondo anche i Renzi. Chiunque suggerisca di mettere i piedi per terra è un rompicoglioni, un menagramo, un antitaliano. E sia! Continuiamo a suicidarci! Tanto per cominciare proprio la terra dove abito è dall'altro ieri una fucina di Vulcano! Un unico incendio che dura da tre giorni. Agli incendiari - forse organizzati non so se dalla criminalità organizzata o da chi- e all'inefficienza dello Stato vuoi proporre un'analisi realistica dei fatti, instillare speranze di cambiamento? Arrendiamoci. Il nostro è un paese destinato a scomparire. Resterà solo un'immensa Disneyland. E per dire che spazio abbia tra gli italiani la volontà di rimboccarsi le maniche e cambiare la situazione, proprio ieri, mentre andavo a fare la spesa, in mezzo a quest'inferno di fuoco ad appena tre chilometri da me in linea d’aria, il conducente della Fiat Panda davanti a me ha a un certo punto buttato sulla strada un mozzicone di sigaretta acceso.
Vero, Alberto, che il nostro paese è sempre stato oggetto e non soggetto della politica internazionale. Ma avevamo politici che sapevano inserirsi nel gioco politico internazionale. Oggi vedi qualcuno che abbia lo sguardo capace di oltrepassare l'orticello di casa? La vicenda della sindaca di Codigoro è significativa. Mica una leghista, o una forzista. Una del PD! E dalla direzione del partito, silenzio. Il partito sta affondando, e il loro bisogno impellente non è guardare in faccia le cose e capire perché stanno affondando, ma attingere al pozzo elettorale dei rivali che rischiano di scavalcarli. Non c'entra nemmeno la politica riguardo ai migranti, non gliene potrebbe fregare di meno, ma ciò che davvero interessa è quanti voti in più incasso se anch'io mi atteggio a razzista e a duro, in difesa non si capisce di quale italianità primigenia! Vedi, ciò che più sconforta è l'uniformità delle proposte o meglio delle non proposte, dei bla bla, tutti uguali, che parli un fascista o un sedicente politico di sinistra, il discorso è lo stesso, e dispiace dirlo, una discorso che ricorda cose già dette, già sperimentate e già fallite, durante un tragico ventennio finito nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, diciamocelo pure, discorsi fascisti, perché avere paura delle parole? Certo non più lo stesso, non più con le camicie nere (verdi? rosse sbiancate fino a diventare bianche con una croce?). Ma sempre fascisti. Ho fatto la mia vita. Ho 76 anni. ma non è l'Italia che auguro per i miei nipoti, che guarda caso, uno sta a Panama e l'altro a Copenhagen. Potrebbe sembrare il mio un indifferenziato sguardo qualunquista. Ma la tragedia italiana non è che la politica italiana possa indurre al qualunquismo i cittadini, bensì che essa stessa, la politica italiana, è una politica di qualunquisti, qualunque sia lo schieramento di cui propone la prevalenza. L’analisi è amara, certo, e dentro di me spero, sì spero, di vedermi sbugiardato dai fatti. Ma di questa speranza ho già perso da tempo l’illusione e la speranza.

Fiano Romano, 6 agosto 2017


venerdì 4 agosto 2017

Incomprensione dell'arte moderna

In una discussione sull’arte contemporanea qualcuno ha sollevato, nientemeno che su Facebook, il più frivolo dei salotti contemporanei, un problema immenso: quello del rifiuto, da parte di molti, dell’arte moderna. Non era Facebook né lo spazio né la sede giusta per discuterne. Ma mi è venuto, allora, da stendere alcune riflessioni. Non solo sul rifiuto del moderno, ma anche sul rifiuto del moderno perfino da parte di chi ne conosca i meccanismi, la costruzione, il sistema. Ora, a parte i rifiuti ideologici, come quelli che dicono che Boulez non è musica o un'installazione non è arte, c'è da studiare, invece, il rifiuto di chi capisce, ma rifiuta. E' un problema che tocca tutta l'arte moderna, direi dai romantici a oggi. Credo che bisognerebbe studiare con più attenzione le strutture psicologiche del rapporto del pubblico con l’arte: dell'attesa, del riconoscimento, da parte del pubblico, e della programmazione di queste attese da parte dell’artista. Ciò, infatti, che o non si capisce o, se si capisce, non se ne accettano le ragioni, oppure, d’altra parte, ciò che non ubbidisce alla nostra attesa di che cosa debba essere un'opera d'arte, ciò in cui non riconosciamo ciò che ci aspettiamo da un’opera d’arte, ebbene, questo è automaticamente rifiutato, il rifiuto, anzi, scatta quasi come un riflesso condizionato. E questa reazione comincia proprio con il romanticismo. E forse già con il tardo illuminismo, l'arte della Rivoluzione. Quando Beethoven offrì a Paganini il suo Concerto per violino, Paganini lo dichiarò non solo ineseguibile, ma incomprensibile. Eppure Paganini, di dodici anni più giovane, se non altro anagraficamente, avrebbe dovuto essere un musicista più moderno di Beethoven o quanto meno disponibile ad afferrarne la modernità. Weber, poi, ascoltata a Vienna la Nona Sinfonia, esclamò: Beethoven è diventato pazzo. Ed era il compositore del rivoluzionario Freischütz! (malamente tradotto in italiano con Franco Cacciatore; la traduzione corretta sarebbe Libero Tiratore, o addirittura Cecchino). Peggio fecero Clara Wieck Schumann e Brahms, impedendo a Schumann la pubblicazione del suo Concerto per violino, perché, gli dissero, l'avrebbe screditato, pagina inconcludente, incomprensibile (di nuovo!) e sconclusionata. E' invece un capolavoro assoluto: c'è già Mahler. Potrei continuare. A ciò si aggiunga che l'arte moderna richiede una competenza aggiunta, perché non si serve dei codici in uso, me ne inventa continuamente di nuovi. In realtà tutta l'arte richiede la conoscenza dei codici sottintesi, solo che in genere, per l’arte del passato, questi codici sono diffusi e conosciuti: la decifrazione di un quadro come la Tempesta di Giorgione non richiede minore lavorio intellettuale della decifrazione di un'installazione di Cattelan. Ma è un lavorio che chi guarda la Tempesta crede (a torto) di possederne gli strumenti per avviarlo, perché figurativamente la rappresentazione è riconoscibile, un uomo e una donna in un paesaggio. Ma i manichini impiccati (tre bambini) di Cattelan che ha fatto infuriare i milanesi? Mancava l'informazione sul loro significato. O meglio: c'era, ma i milanesi non si sono preoccupati di leggerla e d'informarsi. L'arte moderna invece pretende l'informazione e, direi di più, richiede, esige la competenza specifica. Ma a ciò il pubblico italiano non è educato né incoraggiato né abituato. Meno di altri, comunque. A Zurigo ho visto coppie di giovani trentenni con i figli decenni sdraiati per terra a guardare un'installazione sul soffitto di una sala della Galleria d'Arte moderna. Quei bambini svizzeri a 20, 30 anni sapranno che cos'è un'installazione e l'apprezzeranno. Niente di simile in Italia. Qualcuno, sempre su Facebook, ha definito le installazioni della Biennale di Venezia “fetecchie”. Chiesto a costoro chi fossero, per sparare giudizi così sbrigativi, si qualificarono uno come critico d’arte non ricordo di che giornale e l’altra una gallerista. Ogni commento è superfluo. Non ringrazierò mai abbastanza la mia professoressa di storia dell'arte al liceo che, mostrandoci le fotografie dell'Hera di Samo e dell'Auriga di Delfi, disse: l'Hera di Samo è un capolavoro assoluto, l'Auriga un'opera contraddittoria, indecisa tra la fissità arcaica e il nuovo realismo classico, il volto, realistico, è di uno stile che non corrisponde a quello arcaico del corpo. Noi scandalizzatissimi. Ma come! Quella sembra una colonna, invece che una dea, e questo invece si capisce che è un uomo. Aveva ragione la professoressa. Ecco, bisogna cominciare da lì: già dalla percezione dell'arte antica. Ai miei allievi spiegavo come è costruito un motetto (si dovrebbe scrivere sempre così, con una sola t, la prima t, il termine è francese, da mot, parola, motet, latinizzato motetus) isoritmico dell'Ars Nova francese del XIV secolo, e facevo notare le analogie con i procedimenti della musica seriale del secondo Novecento. Ma no! sbottava su qualche allievo. Machaut come Stockhausen! E perché no? leggi, e studia. ma non badare allo stile. Analizza la costruzione, la composizione. Ti accorgerai che l'atteggiamento mentale è lo stesso: l'idea che un'opera d'arte è costruzione dell'intelligenza, anzi del calcolo mosso dall'intelligenza. E non il vomito di un impulso immediato.
Altro, e più complesso, discorso andrebbe fatto sulla comunicazione. Qui non posso che accennarne uno spunto schematico. In una società sempre più parcellizzata, sempre più devotamente fedele alla divisione dei compiti, alla separazione delle competenze, e dunque strutturata (o sovrastrutturata, se il termine non ripugna) secondo le esigenze di una capillare specializzazione, che meraviglia se anche l’artista si ritagli il suo spazio di specializzazione esclusiva, alla lettera, che esclude, invece di includere, il resto della società? Delle tante idee discutibili e forse perfino sbagliate di Adorno, una mi pare oggi ancora valida: che proprio per questo l’artista non debba arrendersi a una costruzione immediatamente comprensibile, banale, semplice, come gli chiede il pubblico o, più probabilmente, l’industria culturale, inclusi nell’industria anche scuole, ministeri, partiti politici. Se vi si arrende, il rischio è un’alienazione integrale dell’oggetto che vorrebbe presentarsi come comprensibile, nel senso che non è ciò che l’intenzione artistica si dovrebbe proporre, vale a dire un’invenzione altra rispetto al reale, un’opposizione alla facilità del consumo, al mascherarsi di arte ma essere solo luogo comune. Non è detto che ciò sia in contrasto con il successo. Beethoven non era per lo più capito dai critici, ma il pubblico lo adorava. E la sua musica è tra le più difficili mai concepite. Eppure d’impatto immediato. Il pubblico, può darsi, vi riconosceva le proprie speranze frustrate. E c’indovinava. La Rivoluzione era fallita. C’era la Restaurazione. Adorno non inventa quasi niente. E’ almeno da Goethe, Lessing e Schiller che il pensiero tedesco s’interroga sulla funzione, e sul posto, dell’arte nella società. In Italia lo colse perfettamente Leopardi, rielaborando la teoria di Schiller sulla poesia ingenua, tipica degli antichi, e in particolare dei Greci , e la poesia sentimentale, cioè filosofica, l’unica oggi possibile, la poesia della riflessione. Lasciamo stare se la storicizzazione fosse corretta; Eschilo è tra i poeti più filosofici che si possano immaginare. Proprio per questo, oggi, l’artista deve modificare gli strumenti del suo mestiere, della sua specializzazione, il poeta la lingua, il pittore il colore, lo scultore i volumi, l’architetto – ai confini dell’utopia – la sistemazione dello spazio. L’opposto, con una parola introdotta da Marx, ma la sua analisi non fa una grinza, è la reificazione. Proprio ciò che l’arte, da sempre, ha evitato. A cominciare dalla rappresentazione dei totem, in Africa. Il discorso è certo assai più complesso. Ma queste ne sono le linee generali. La difficoltà che offrono al pubblico, oggi, le opere d’arte, non sono evitabili: devono essere difficili, per non essere merce di scambio come una patata, un cellulare, un profumo. Il che non significa certo che ogni opera difficile sia automaticamente arte. Ma solo che l’arte, oggi, non può che essere difficile. Ma a volte mi assale un dubbio. Siamo davvero sicuri che una tragedia meravigliosa, avvincente, come l’Elena di Euripide, emozionante quasi fosse un film di avventure, e questa donna, la sua protagonista, mai stata a Troia, che si dispera per la cattiva fama procuratale dal fantasma che ci è andato al suo posto, e che al marito ritrovato, Menelao, che ingenuamente le chiede se dunque dieci anni di sofferenza, di stragi, sotto le mura della città assediata, siano stati solo una guerra combattuta per un fantasma, se questa donna, Elena, anche lei infelice per dieci anni, e ora ritrovata, che gli risponde: e per che cos’altro voi uomini fate le guerre, se non per un fantasma? ecco, ripeto, siamo davvero sicuri che l’invenzione di questa donna stupenda, la più bella del mondo, amabile come nessuna altra, intelligente come nessuna e nessun altro, siamo sicuri che questo bellissimo personaggio teatrale sia poi un’invenzione così semplice e così immediatamente comprensibile? Basterebbero gli aerei, musicalissimi cori della tragedia, apparentemente senza legame con l’azione, a smentirlo. E perché parlano d’altro?

Fiano Romano, 4 agosto 2017