lunedì 17 luglio 2017

Ricordo di Mario Lunetta

Ricordo di Mario Lunetta

... tutti parlano della Grecia
in toni
visibilmente drammatici
quanto meno
preoccupati
e carichi di partecipe angoscia
senza sapere il greco/senza magari aver mai dato/
un'occhiata ai versi di Saffo
o alle tragedie di Euripide
attentissimi invece all'eterno sorriso di Tsipras
e all'andatura palestrata di Varoufakis
mentre
anche nell'istante di un istante fa l'Europa oligarchica
non cessa di disfarsi nel suo nulla
Mario Lunetta, Trascurabile

Conoscevo poco Mario Lunetta, e ancora meno le sue poesie e i suoi lavori teatrali Ne ammiravo, però, lo spirito civile. Rileggendo, ora che ci ha lasciati, taluni suoi versi, mi si stringe un groppo alla gola. Poco fa ho postato un pensiero di Leopardi, tratto dallo Zibaldone, in cui invita gli italiani a vergognarsi del loro presente. Sono passati quasi due secoli, da quando il giovane Conte Giacomo Leopardi scriveva quelle riflessioni di così bruciante attualità (24 marzo 1821). Vuol dire che siamo ancora fermi lì? L’amarezza del poeta recanatese si riflette poi nei versi di Carducci (sì, anche lui!), di Montale, di Sanguineti. E di Lunetta. Per esempio, questi, sopra citati. Ma ciò che colpisce – ferisce? - il lettore di oggi è la persistenza di quest’amarezza, la sensazione, divenuta presto consapevolezza, di essere un esiliato o, peggio, uno straniero nel proprio paese, e di parlare nel deserto. Se si va indietro con la memoria, riflessioni simili si riscontrano già in Dante, in Petrarca e, naturalmente, in Machiavelli. Su su fino Salvemini, Brancati, Pavese (cito a caso). Quasi a riconoscere che l’Italia resta, nei secoli, il paese di un disadattamento: al consesso delle altre nazioni, al confluire dei popoli del mondo e, infine, tutto sommato, a sé stessa, come se stentasse a individuare una tradizione, un ruolo, una funzione, che la collochi, a pari diritto, tra le nazioni dell’Europa e del mondo. Sempre ai margini, petulante, lagnosa, cenciosa ma con manie di grandezza, arrogante, vanitosa, mai consapevole dei propri limiti e delle proprie manchevolezze. Perfino un conservatore come Macron ha appena riconosciuto i torti della Francia verso il mondo. Nessuna protesta di orgoglio offeso tra i francesi. Noi, si stenta a dichiarare pubblicamente i crimini commessi nelle colonie, anzi perseguiamo chi li denuncia (Del Boca), o insceniamo pagliaccesche apologie del fascismo sulle spiagge del paese. Tra l’altro, secondo la Costituzione, quella Costituzione, che la valanga dei No al recente referendum ha voluto mantenere qual è, questo sarebbe un reato punibile a termini di legge: la libertà di pensiero non c’entra, come invece qualcuno ha invocato, perché ogni democrazia condanna e proibisce il pensiero e l’azione che vorrebbero abolirla. Chi sa, forse è destino anche dell’Italia, come lo fu della Russia, di uccidere i propri poeti. Il lamento di Roman Jakobson ci risuona nelle orecchie, non solo dal suo aureo libello, ma dalla sua voce che lo andava proclamano nell’Aula Magna dell’Università di Roma, nei primi anni ‘60, e io, allora neofita del formalismo russo del circolo di Praga e dello strutturalismo, lo ascoltavo rapito. Come quando, poco dopo, Roland Barthes c’ingiunse di “leggere” Racine. E ci parlava di Heine e di Schumann, facendoci ascoltare la voce di un baritono francese. Ecco, “ri-leggere” i versi di Mario Lunetta mi ri-squaderna in faccia quei discorsi, quelle voci, quella funzione del poeta, dello scrittore, del filosofo. Ri-leggo come ri-leggo i versi di Dante che Serena Vitale pone a epigrafe delle Ottave di Mandel’štam:

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dicoè un semplice lume.

E che cos’altro è trascorrere da Saffo, Euripide a Varoufakis? Di nuovo la contrapposizione tra l’amarezza di constatare una mancanza, un’assenza, una disfatta, e la frivola vanità di un presente che non guarda oltre il profilo del proprio naso. Guardiamoci negli occhi: quanti di noi, qui, oggi, vi si riconoscono? Quanti riconoscono il fallimento, la sconfitta? E guardano, inebetiti, il deserto del mondo che si crede un supermarket? Che, anzi, non sa dare di sé altra immagine che quella di un supermarket? Il distico, citato qui sotto, fa pensare anche al finale apocalittico della Coscienza di Zeno. E chi sa che questa Apocalissi, senza che ce ne accorgiamo, non sia già incominciata. A ricondurci all’insensibilità dell’inorganico.

Questo mondo carnivoro costruito dall'uomo per l'uomo
cambierà in meglio solo con la sua scomparsa.
M. Lunetta, Le scarpe, come sempre
(cfr. Svevo, La coscienza di Zeno, “l’occhialuto uomo”)

Ecco il passo dello Zibaldone leopardiano:

Se noi dobbiamo risvegliarci una volta, e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere, non la superbia né la stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare a cangiare strada del tutto e rinnovellare ogni cosa. Senza ciò non faremo mai nulla. Commemorare le nostre glorie passate, è stimolo alla virtù, ma mentire e fingere le presenti è conforto all’ignavia, e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione. Oltre che questo serve ancora ad alimentare e confermare e manteere quella miseria di giudizio, o piuttosto quella incapacità d’ogni retto giudizio, e mancanza d’ogni arte critica, di cui lagnavasi l’Alfieri nella sua Vita rispetto all’Italia, e che oggidì è così evidente per la continua esperienza sì delle grandi scempiaggini lodate, sì dei pregi (se qualcuno per miracolo ne occorre) o sconosciuti, o trascurati, o negati, o biasimati.


Leopardi, Zibaldone, 24 marzo 1821 (pag. dei quaderni 865).


Fiano Romano, 17 luglio 2017

domenica 16 luglio 2017

Una breve riflessione sulla poesia, a proposito di Quasi leggera morte

Qualche riflessione su Quasi leggera morte. Ottave, di Osip Mandel’štam. A cura di Serena Vitale, Milano, Adelphi, 2017


Sto leggendo l’ultima fatica di quella straordinaria lettrice di poesia che è Serena Vitale: Osip Mandel’štam, “Quasi leggera morte. Ottave”. Premetto che non conosco la lingua russa. E’ un mio grande rammarico. Se esiste la reincarnazione, in un’altra vita voglio impararla: se non altro per leggere alcuni dei più grandi poeti dell’Occidente, a cominciare da Puškin. Ma: e Blok, e Majakovskij, e Achmatova, e Cvetaeva e Pasternak? Guerra e pace l’ho letto che avevo 16 anni e non mi è mai più uscito dalla mente e dal cuore. L’Idiota, uno o due anni dopo. Lo stesso. Lessi Memorie dal sottosuolo mentre avevo cominciato la lettura di Kafka. Sono punti di riferimento1 alla Boulez: vale a dire pilastri della mia consapevolezza. Ma devo arrendermi allo scoglio della lingua (per fortuna, non per Kafka). Per uno che ama la poesia come me, e che sente l’intimo legame tra lingua e poesia, non è uno scoglio da poco. E’ anzi un ostacolo insormontabile. Tanto più che la poesia russa, come quella di altre lingue slave, e come la poesia tedesca e inglese, ha conservato la percezione della quantità, la stessa che ammiriamo nella poesia classica greca e latina. Mandel’štam scrive trimetri, tetrametri, pentametri giambici. Una sorta d’incunabolo della metrica indoeuropea. La ritroviamo in Sofocle come in Shakespeare come in Goethe. Ma con Sofocle, Shakespeare e Goethe mi trovo in una terra conosciuta. Nella terra di Puškin e di Mandel’štam, sunt leones. Eppure ne respiro una certa familiarità fin dall’adolescenza, quando in famiglia è entrata la moglie croata di mio zio. Frasi elementari croate so ancora pronunciarle. Ma soprattutto mi è familiare (alla lettera!) il suono della lingua, il suo consonantismo, la percezione della durata delle vocali, quello che oggi fa impazzire tanti italiani che leggono l’accento delle lingue slave che usano l’alfabeto latino come se fossero accenti tonici e sono invece indicatori della durata delle vocali. Gli italiani dicono Ianàcek e dovrebbero invece dire Iànaacek, per il compositore ceco Janáček. Per non parlare di Dvořák, che quasi tutti dicono Dvorgiàk ed è, invece, più o meno, Dvórgiaak. Da mia zia ho imparato il valore semivocalico della r e della l. Morte in croato e in russo si dice smrt. L’accento tonico cade sulla r. Trieste in croato è Trst. Anche qui l’accento tonico cade sulla r. Mi è servito poi quando ho cominciato a studiare il sanscrito. Ma torniamo al bellissimo volumetto curato dalla Vitale. Ci tornerò su quando ne avrò completato la lettura, fittissima, intensa, che richiede una costante attenzione. Ecco qua la prima ottava, nella traduzione della Vitale:

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

Il primo impatto farebbe esclamare: ma è incomprensibile! All’incomprensibilità, tra l’altro, contribuisce l’ignoranza della lingua. Poi leggi, nel commento, che nella tradizione russa si trova spesso la metafora del tessuto come materia della poesia. I versi dunque parlano della poesia: anzi, della nascita della poesia. Poi entra in gioco il senso di una costruzione, della visione di una regata, e sono i versi che sfilano, s’impennano, come vele, nascono quasi autonomi dalla penna del poeta, come se non ne avesse consapevolezza, e tuttavia proprio nella costruzione del verso sta la sua consapevolezza. Tutti coloro che inneggiano alla poesia immediatamente comprensibile, all’intuizione illuminante, alla crociana “espressione del sentimento”, sono qui serviti. “Se un’opera in versi si rivela riassumibile, lì la poesia non ha mai messo piede ...” dichiara Mandel’štam. Mi sono sentito felice a leggere quest’affermazione, espressa da un grande poeta. Perché riassume in una frase ciò che credo di avere capito fin da bambino, fin da quando mia madre mi fece leggere La quiete dopo la tempesta, e capii subito che la tempesta non è solo la tempesta. La poesia nasce dal corto circuito di pensiero ed emozione, l’uno senza l’altra non produce poesia, non canta. Quando nel primo canto del Paradiso, mentre il personaggio Dante e la sua guida Beatrice salgono al cielo della luna, il poeta Dante (che non è il personaggio!) mette in bocca a Beatrice un inno all’armonia dell’Universo, per spiegare il senso di quel volo che apparentemente infrange la legge della gravità (Dante non la conosceva come tale, ma sapeva che i corpi scendono, cadono, il fuoco invece sale). Non cito a caso Dante. E’ un saggio su Dante il testo teorico più significativo di Mandel’štam. Dante personaggio aveva chiesto alla sua guida come mai il suo corpo vincesse la forza di gravità – nella lingua scientifica di Dante: come mai invece di cadere il suo corpo saliva. Beatrice sente il bisogno d’inquadrare la spiegazione in un ordine universale delle cose. Dante non lo conosceva. Ma si pensa a Lucrezio. Lo spirito è quello: la poesia come febbre della conoscenza. E Beatrice attacca:

Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
dell’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Nell’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar dell’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

Se il lettore non sa che “forma” è il termine tecnico con cui Aristotele, e quindi San Tommaso, definiscono la struttura delle cose, come capirà questo lettore la sublime poesia di questo passo? Ecco: anche la poesia richiede erudizione, conoscenza, studio, applicazione, ostinata insistenza di comprensione. Chi non vuole affrontare lo sforzo, se ne tenga lontano. L’idea che un’opera debba riuscire immediatamente, intuitivamente comprensibile è l’idea di chi vuole semplificare la realtà, nasconderne la complessità, perché costerebbe fatica affrontarla. Invece anche la poesia è fatica, richiede fatica. Al poeta e al lettore. Chiudo con un bellissimo aforisma di Robert Schumann, che cito spesso, ma che coglie perfettamente l’abisso tra chi conosce la complessità della poesia e chi vorrebbe immediatamente gustarla, come un bicchiere di Coca Cola, un gelato, un giocattolo usa e getta. “Mi piace, non mi piace, dice la gente. Come se non ci fosse niente di più importante da fare al mondo che piacere alla gente”. Ha ragione Schumann. Attenti! Ascoltate, infatti, Rimbaud: la poesia non apre necessariamente un paradiso, può invece essere più spesso un viaggio all’inferno:

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’Universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ancora Dante. Lo chiama in causa anche Serena Vitale, che pone a intestazione del prezioso volumetto le seguenti terzine del Paradiso:

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dicoè un semplice lume.

Mi commenti questi versi chi non sa niente della Metafisica di Aristotele e della riflessione teologica di San Tommaso! C’è anzi, perfino un pizzico di Duns Scoto!

Di nuovo mi soccorre Dante:

Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza.

Versi che Primo Levi cita in Se questo è un uomo a illuminare l’orrore di Auschwitz. Non servono commenti.

Fiano Romano, 16 luglio 2017

1Titolo di una raccolta di saggi.

mercoledì 12 luglio 2017

Breve riflessione sulla scienza

Una breve riflessione su ciò che possiamo e dobbiamo chiedere alla scienza, per vincere la paura che troppi dimostrano di nutrire nei suoi confronti


Un amico, Lucio Malandra, si chiede da che cosa nasca questa rivolta antiscientifica, questo movimento che vede anche nella scienza un complotto ai danni della gente, e opporvisi lo interpreta come una contestazione del sistema attuale di poteri - politici, economici, sociali - che governano il mondo. Un altro amico, Adriano Lepri, cerca una risposta e avanza l’ipotesi, suggeritagli da Jung, che la perdita dei significati simbolici nella lettura del reale possa esserne la causa. Pasolini avrebbe parlato di perdita del senso sacrale della vita e del mondo, in una parola di perdita del sacro. Scomparse religioni e ideologie, subentrerebbero le illusioni di risposte immediate, semplici, a fenomeni che non si capiscono e, soprattutto, non si controllano. Poiché sono, queste, riflessioni che spesso hanno attravesato anche la mia mente, cerco di raccogliere le briciole di quanto ho elaborato tra me e me in proposito. Eccone un breve resoconto.


Quanto scrive Adriano Lepri, la perdita di fiducia nei simboli, già additata da Jung, è solo una parte, credo, della possibile spiegazione. Jung va preso con le molle. La sua idea di archetipo culturale è affascinante, ma non del tutto convincente. Non è questo, tuttavia, lo spazio per dibattere problemi così complessi. Butto perciò là un'ipotesi, solo un’ipotesi, di spiegazione, che sarà certo parziale, e non esaustiva. Parto da lontano, perché da lontano il problema si è posto alla riflessione degli uomini. Ciò che la scienza da sempre propone, infatti, è la messa al bando delle certezze, di ogni tipo di certezza, scientifica, politica, morale, per inseguire con fatica una ricerca di spiegazioni comprensibili del reale – inseguire, si badi, la ricerca di spiegazioni, non le spiegazioni. Tra Ottocento e Novecento, la “fede" positivistica nel progresso scientifico aveva assai poco di scientifico, assomigliava di un più a una religione senza dio, non direi laica, e già nel primo Ottocento Leopardi ironizzava su questa fiducia incondizionata. L’atteggiamento scientifico è un’altra cosa e lo riscontriamo già nei presocratici, vedi la negazione degli dei e la ricerca di un principio naturale, anzi materiale, delle cose. Platone ha poi cercato d'individuare lo spazio concettuale di ciò che materiale non sembra, ma guarda caso lo cerca nella matematica. Aristotele capisce che questa ricerca deve far capire come la semplicità dei concetti astratti possa spiegare la complessità del reale, e intravede due vie, una concettuale, e l'altra sperimentale - il medio evo non capì questa doppia apertura – scoprì, tra l’altro, il sistema sanguigno delle mosche, il suo allievo e genero Teofrasto ci dà la prima classificazione delle piante, quella degli animali l'aveva già schizzata Aristotele, vertebrati e invertebrati, capì che balene e delfini non sono pesci ma mammiferi, ecc. ecc., anche la teoria dei temperamenti ha radici sperimentali, e il Problema XXX sulla malinconia anticipa intuizioni della moderna neurobiologia. Il resto è la storia che ancora viviamo. Aristotele dovette scappare da Atene, accusato, come Socrate, di empietà. Ipazia, sette secoli dopo, fu sbranata e scuoiata viva dai cristiani, perché sosteneva, tra l’altro, che gli antipodi sono abitati e la gente non vi cammina a testa ingiù. Quali le loro colpe, per gli ateniesi del IV secolo a. C. e gli alessandrini del IV/V secolo d. C.? cercare una spiegazione comprensibile e non mitica, del reale. Credo che questo sia il punto. Non tanto la gratificazione dei simboli, quanto il rifiuto dell'incertezza. La scienza non dà certezze, ma solo metodi di ricerca. E la gente vuole invece certezze, sì e no, bianco e nero. Il medico ti dice che il tuo cancro, per ora, non si può curare, tutt'al più si può arrestare. Arriva uno e ti dice che ha trovato il filtro per curarlo. La gente che fa? Crede al ciarlatano, perché lo libera dall'incertezza di una soluzione della malattia e gli dà la certezza di una guarigione, dunque lo libera dalla certezza spaventosa della morte. La gente non solo vuole certezze, ma certezze consolanti. Le certezze d’insuccesso, di morte, di malattia sono rimosse, evitate, rifiutate. L'incertezza della guarigione fa inoltre più paura della certezza della morte. Gli esempi possono continuare. Accade anche nelle discipline umanistiche: anche qui una resistenza ai metodi di ricerca critica, è talmente bello rifugiarsi nel sentimento della poesia! Che importa se “Tanto gentile e tanto onesta pare” non significa oggi quello che significava per Dante, e chi se ne frega? a me mi emoziona così come la capisco. E’ questa la risposta, compreso il rafforzativo a me mi, per ribadire qual è il vero interesse. E così via. Probabilmente tutto ciò fa parte della psicologia di massa, ma in Italia Croce e Gentile vi hanno aggiunto un carico da undici: parte da loro, infatti, la svalutazione del lavoro scientifico, in tutti i campi. ne paghiamo ancora le conseguenze. Per esempio con un insegnamento vecchio, accademico, in cui la scienza ha una parte risicata. Aristotele faceva esercitare i suoi allievi nel disegno e nell'apprendimento della musica e li obbligava a imparare i fondamenti della matematica. Poi, quando diventavano cittadini, a 16 anni, impartiva loro i fondamenti della logica e dell'analisi del linguaggio. Strano, ma questo sistema è rimasto alla base delle scuole francesi, inglesi e tedesche. Che poi hanno altri limiti e sono anch'esse in crisi. Cavour aveva immaginato per l'Italia una scuola di orientamento soprattutto tecnico e scientifico, come in Inghilterra. Ma poi ha prevalso l'orientamento umanistico di De Sanctis. Ed eccoci qua! Scusatemi la lunga digressione. Ma è quasi niente rispetto a ciò che si potrebbe dire. Per esempio: le conseguenze politiche di questo rifiuto dell'incertezza. Un tempo sia la DC sia il PCI non si mascheravano la complessità dei problemi e formavano i propri politici in scuole apposite per affrontarla, spiegarla ai cittadini. Oggi anche i partiti preferiscono le semplificazioni facili e illusorie. Ed eccoci qua! ;a la scienza propone certezze, dice qualcuno. Come i guaritori. No, la scienza non cerca affatto la certezza. Chi se n'è illuso non era uno scienziato. Problemi suoi. La scienza è ricerca di una spiegazione comprensibile del reale, confortata dalla sperimentazione, ma ogni scienza è sempre disponibile a rivedere le spiegazioni acquisite (preferisco usare il termine spiegazione a certezza). Wittgenstein, che era insieme filosofo e matematico, lo riassume bene nell'aforisma: ogni spiegazione è un'ipotesi. Pensiamo alle discussioni sui quanti, sulla teoria delle stringhe, sulle probabili (probabili) infezioni contratte tra specie diverse (spillover, travasi), oggi sappiamo che certi virus ci sono trasmessi da certi pipistrelli, la malaria dalle zanzare, ma di altre malattie cerchiamo ancora l'origine. Questa è la scienza, sempre disponibile a rivedere e se nel caso a smentire le spiegazioni acquisite. E' questo che io chiamo l’incertezza della scienza, il rifiuto della verità definitiva, della certezza di un risultato ultimo. Ma questo fa paura alla gente. E come, non posso saperlo? e come faccio, se non lo so? No, non lo sai - per esempio, perché sulla terra si è manifestata la vita e con la vita anche i virus, mica sono venuti degli extraterresti a portarceli, e chi li ha visti? - con questa ignoranza devi convivere, devi fartene una ragione, ti piaccia o no. A molti non piace, e non riuscendo a procurarsi vere certezze, cercano allora surrogati di certezze. E qui il discorso contemporaneo si apre sulla incapacità, da parte di chi sa, di dare risposte a chi le chiede. Bisognerà dire a tutti chiaramente: non abbiamo risposte. Dovete imparare a vivere con problemi che non hanno risposte, che ancora non si sono trovate, poi chi sa! Questo dovrebbe essere insegnato fin dall'asilo nido, invece di dare per il momento risposte provvisorie ai bambini, un contentino su due piedi solo per farli stare buoni. Già i bambini devono invece sapere che non a tutto c'è una risposta. Chiudo con una citazione letteraria. Nella sua ultima, bellissima, tragedia, l'Edipo a Colono, Sofocle ci fa assistere a un dialogo intenso, stupendo tra Edipo e Teseo. Teseo chiede a Edipo se sapesse di commettere i mali che ha commesso. Edipo risponde che non lo sapeva. Sono innocente del male che ho fatto, dice. Ma chiedo: perché io? Teseo non risponde, si ode il canto delle Eumenidi nel boschetto, Edipo ci va a incontrare la propria morte, seguito da Teseo, a cui però chiede di non rivelare ciò che vedrà. La tragedia finisce così: resta la domanda di Edipo: perché io? Sofocle pone la domanda, ma come tutti i grandi drammaturghi non risponde, perché la risposta non la sa. Il mito la chiama destino. Ma il destino non è una risposta, non è una spiegazione, è una certezza provvisoria. Ed Edipo non vuole certezze provvisorie, vuole la risposta definitiva, ultima: perché io? Sofocle lo abbandona, solo, con quella domanda che non ha risposta. Ecco, questo è un atteggiamento non solo correttamente drammaturgico, ma che uno sta alla base del rapporto razionale con il mondo, e due alla base anche della scienza. E' questo non avere risposte, non averne nessuna che risponda a tutte le domande, ciò che disturba la gente. Ripeto, bisognerebbe cominciare da bambini, e dire ai bambini, quando fanno domande terribili, a cui non sappiamo rispondere, che appunto non sappiamo, non possiamo rispondere, che non abbiamo le risposte. Ma i più, ne hanno paura. Preferiscono inventare qualsia risposta, qualsiasi fantasia. Ma il bambino ci crede. E dopo sarà difficile sradicare dalla sua mente la cognizione falsa, la risposta che non risponde, perché dice tutto e non dice niente, perché propone una soluzione immaginaria, inesistente, a un problema reale. E questa paura, invece, dobbiamo sradicarla. Come dobbiamo sradicare la risposta provvisoria, sbagliata, che illude, ma non spiega. Dobbiamo sradicarla, perché in questa paura si annidano i germi di molti comportamenti sbagliati dell’uomo, violenti, aggressivi, criminali: si annidano le radici del razzismo, dell'intolleranza, dell'incapacità di affrontare la complessità del mondo, di riconoscere la problematicità irrisolvibile del reale.

Fiano Romano, 12 luglio 2017