mercoledì 9 settembre 2020

Mario Messinis, ritratto di un critico dell'oggi


 


Ho conosciuto Mario Messinis nel 1978 al Festival Nuova Musica e oltre, organizzato da Mario Bortolotto nella sede RAI di Napoli. Alloggiavamo nello stesso albergo di Fuorigrotta. Era con sua moglie Paola e sua figlia Anna. Fu subito amicizia. E di musica contemporanea ne sapeva molto più di me. Ma come me ne affermava la necessità. Anche di quell’ “oltre” proposto provocatoriamente da Bortolotto. A cominciare dai californiani, allora in Italia una novità. Quando Mario Bertoncini propose al pianoforte In C di Terry Riley, i giovani del pubblico andarono in delirio, urlarono, fischiarono, all’americana, e pretesero un bis, che Bertoncini concesse. Mario, da allora, lo rincontravo ai concerti, soprattutto di musica contemporanea, alle prime teatrali, soprattutto alla Fenice di Venezia. Chi l’avrebbe detto che nel 1990 saremmo diventati colleghi al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. La frequentazione diventò così quotidiana, e l’amicizia ancora più salda.


Ormai su quasi tutti i giornali italiani sono usciti ritratti della sua figura, mi risparmio dunque il suo curriculum di critico musicale, d’insegnante , di bibliotecario, di direttore artistico di teatri e d’istituzioni musicali. Fondamentale la sua direzione della Biennale Musica di Venezia, dal 1979 al 1989 e dal 1992 al 1996. Portò la musica contemporanea cinese in Italia, quando nessuno ancora la conosceva. Accenno solo a una pubblicazione di Olshki, Ah, Les Beaux Jours, raccolta del suoi articoli di critica musicale dal 1965 al 2002. Mario era il critico musicale del Gazzettino, il quotidiano di Venezia. Presente a tutte le manifestazioni musicali importati d’Italia e d’Europa. Nemmeno il Corriere della Sera o La Stampa o La Repubblica coprivano così diffusamente le notizie che arrivavano dal mondo musicale europeo. La sua critica poteva sembrare settaria, in realtà rifiutava la facile ipocrisia della critica “oggettiva”, e prendeva subito parte per la musica nuova, per le nuove impostazioni interpretative della musica antica, barocca, classica e romantica. Leggeva e ascoltava Rossini come fosse Schoenberg o Luigi Nono. Nel senso che non si collocava nella distanza del presente che ha sistemato i classici del passato, ma riproponeva la lettura del passato come se fosse presente, con gli orecchi del pubblico che quella musica la ascoltava per la prima volta. In questo senso, sì, Rossini è come Schoenberg, perché rivoluziona l’assetto del melodramma e fonda una convenzione che durerà almeno per un secolo. Quando leggo recensioni che rimproverano a Rossini di essere tornato alla convenzione teatrale dell’epoca scrivendo la Semiramide per Venezia, mi verrebbe voglia di strapazzare lo scrivente e mostrargli quale fosse poi realmente quella convenzione, nel 1823, che era tutt’altra da ciò che Rossini fa con la Semiramide. A noi sembra convenzionale la Semiramide proprioo perché le sue convenzioni sono quelle fondate da Rossini e rimaste valide poi per quasi tutto il secolo. Ecco: questa era la lettura “settaria” di Messinis: demolire i luoghi comuni, le classificazioni supinamente accettate e non criticamente discusse, riscoprire il nuovo dove l’abitudine ci faceva leggere il vecchio.


Poi, certo, c’erano i suoi pallini. Ma che pallini! Feldman, Sciarrino, Stockhausen, Nono. E la rivendicazione della teatralità del Fidelio di Beethoven. O la “rivoluzione” della Clemenza di Tito di Mozart: altro che ritorno alla tradizione del melodramma serio settecentesco. E l’affermazione della novità di lettura di Sinopoli interprete, contro gli arricciamenti di naso dei puristi della critica. E così via per ogni nuovo personaggio, compositore o interprete, che apparisse nel panorama musicale del mondo.


 


Ci mancherà. Mario Messinis era insieme critico, storico, organizzatore, scopritore di talenti ancora non esplosi. Curioso intelletualmente come pochi, la musica era sì il perno attorno cui ruotavano i suoi interessi, ma questi interessi poi s’integravano con la curiosità per la letteratura, il teatro, le arti figurative. La giustezza delle sue intuizioni critiche nasceva proprio da qui. Dalla vastità dei suoi interessi, che confluivano tutti a precisare meglio l’oggetto della riflessione critica. Resta, in chi sopravvive, la tristezza della perdita. In me, che abbozzo questo ritratto, il dolore per un amico con cui non posso più parlare, scambiare opinioni, letture, considerazioni e – perché no? - frequenti abbracci di condivisione intellettuale e affettiva.