martedì 29 ottobre 2019

Destination Rachmaninov: Arrival





Compositore discontinuo, ma di estrema e perversa seduzione”, scrissi di Rachmaninov nella recensione, per il Robinson della “Repubblica”, della precedente incisione che Trifonov dedicava al secondo e quarto concerto per pianoforte, intitolata: Destination Rachmaninov. Departure. Siamo giunti all’Arrival: primo e terzo concerto, preceduti, il primo dalla trascrizione pianistica dello stesso Trifonov del primo movimento della cantata Le campane che Rachmaninov compose su testo di Edgar Allan Poe, il terzo concerto dalla trascrizione, sempre i Trifonov, della 14a delle Canzoni op. 34, intitolata Vocalizzo, ispirata alla poesia The Bells di E.A, Poe, ma che Trifonov rinomina Le campane d’argento della slitta. La poesia di Poe è tra le sue ultime, disperatissima.

The tintinnabulation that so musically wells
From the bells, bells, bells, bells,
Bells, bells, bells,
From the jingling and the tinkling of the bells”.

Un musicista non può che restare affascinato da una tale accumulazione di di allitterazioni, rime, assonanze e consonanze. L’annuncio della partenza e dell’arrivo. 

 

Si può essere non grandi ammiratori della musica di Rachmaninov, e io sono tra questi, ma è impossibile negare la sua “russità” e, contro ogni apparenza, anche la sua perfetta impostazione moderna. Di romantico qui non c’è proprio niente. Rachmaninov raccoglie i gesti della retorica romantica e li svuota di senso, li offre come pura intenzione di una significazione che non arriva mai. Non c’è vera melodia, ma un melodizzare senza punti di sostegno, potrebbe sembrare una melodia “infinita”, alla quale accenna lo stesso Trfonov nel booklet, ma è pittosto l’intenzione, invece, di una melodia, e non c’è narrazione armonica, ma macchie armoniche, come pennellate buttate a caso, in realtà calcolatissime. Trifonov, pianista che come Mida fa oro di tutto ciò che tocca, lo prende alla lettera e sfoggia tutta una serie di gesti pianistici che stanno sospesi su un abisso in cui non c’è niente. Mai un abbandono, mai un delibare timbri, o un compiacersi di sfumature inusitate di tocco. Ma solo un repertorio di gesti, appunto. 

 

Espressione di una “nostalgia spirituale”, dice Trifonov. Appunto: di un mondo che non c’è più e non può essere restituito. Il termine inglese longing, nel booklet, usato da Trifonov, e tradotto in tedesco con Sehnsucht, è azzeccatissimo: qualcosa di meno sentimentale della parola italiana “nostalgia”, qualcosa di più complesso, di più disperato. Collaboratore perfetto, a capo della Philadelphia Orchestra, Yannick Nézet-Seguin trasferisce nei timbri orchestrali il gesto e il distacco post-romantico del pianoforte. L’avventura spiazzante del Novecento, che è insieme una perdita del porto da cui si è partiti e la mancanza di qualsiasi approdo, sia pure provvisorio, è qui al suo punto d’arrivo, anch’esso provvisorio. Ad altri il compito di demolire poi, definitivamente, gli approdi, e costruire di nuovi, ma ahimè anch’essi provvisori. Come sapeva benissimo un conterraneo sia di Rachmaninov sia di Trifonv: Stravinskij. Tra gli estremi del viaggio, in qualche punto, Trifonov sembra suggerire Šostakovič. Ma senza l’acido corrosivo della sua ironia, contegno intellettuale che Rachmaninov ignora.



Danil Trifonov
Destination Rachmaninov – Arrival
Piano Concertos 1 & 3
The Philadelphia Orchestra – Yannick Nézet-Séguin

Deutsche Grammophon 4836617

mercoledì 16 ottobre 2019

España en el corazón, Festival Luigi Nono alla Giudecca 2019






Sono stato coinvolto nella manifestazione, invitato a inaugurarla insieme a Nuria Schoenberg Nono, e dunque le seguenti righe non vogliono essere una vera e propria recensione del Festival Luigi Nono alla Giudecca, giunto al terzo anno, quest’anno con il bellissimo titolo “España en el corazón”, ma voglio solo buttare giù una riflessione sulla musica ascoltata, sui commenti, le illustrazioni dei brani, il senso di questa musica, e della musica in generale, nel nostro tempo. Sarò, spero, scusato, se non scrivo perciò di tutto quanto è accaduto, si è ascoltato e discusso. Era, infatti, questo del senso della musica, della musica in sé e della musica nel suo tempo, della collocazione, cioè, della musica, dell’arte, nel proprio tempo, nella società del proprio tempo, un tema al quale Luigi Nono ha dedicato una vita. E’ stato anche bersagliato proprio per l’ostinazione con cui lo ha per così dire sfidato, con questo tema, il proprio tempo, sia come atto dello scrivere oggi, e dunque anche comporre, sia per il senso che la scrittura ha o deve avere in rapporto alla società nella quale si scrive. E’ stato per questo attaccato il suo impegno politico, attaccato soprattutto in Italia, paese, come si sa, dalle divisioni secolari, paese che non sa distinguere spesso il messaggio dell’artista dallo schieramento ideologico dell’artista

                                           Chiesa del Redentore 

La regina Elisabetta II d’Inghilterra ha nominato, molti anni fa - si era ancora in piena guerra fredda - Lady l’attrice Vanessa Redgrave, presidente del Partito Comunista Britannico. La regina apprezzava il suo talento, non perché ne condividesse lo schieramento politico, ma, perfetta cittadina del paese che ha inventato la democrazia moderna, perché sa distinguere il valore di un’artista dal suo impegno politico. Del resto, circa due secoli fa, Karl Marx e Giuseppe Mazzini, guarda caso, si sono rifugiati a Londra. In Italia no, non è così. Non è un caso che l’opera di Luigi Nono sia, ancora oggi, diffusissima in Europa e nel mondo, ammiratissima, eseguitissima, ma non così in Italia. Ricordo ancora la gazzarra alla prima di Intolleranza 60 al Teatro La Fenice di Venezia. Ero esterrefatto. “Vogliamo musica!” si gridava giù verso la platea dal loggione. Sembrava la scena iniziale del film Senso di Luchino Visconti, ma al posto dei volantini, volavano insulti. La musica, tuttavia, non c’entrava per niente. C’entrava, invece, il fatto che Luigi Nono fosse comunista, come lo era in Gran Bretagna Vanessa Redgrave, ma comunista appunto in Italia e non in Gran Bretagna. E indignava, inoltre, l’idea teatrale così operaista di Angelo Ripellino – forse il critico teatrale più illuminato che abbia mai avuto l’Italia, leggevo le sue critiche sull’Espresso con avidità, aspettavo l’uscita del settimanale per leggere Ripellino e Moravia, la sua scrittura faceva rivivere lo spettacolo, lo raccontava, la ri-rappresentava, esattamente come Moravia, scrivendone, faceva vedere il film prima di vederlo. Ripellino è stato, perciò, il mio maestro di scrittura critica, ma oltre che critico, era un grande uomo di cultura, amava Praga, la letteratura ceca, amava la lingua russa e la letteratura russa, e me l’ha fatta amare, devo a lui la conoscenza di Velimir Chlebnikov e di Marina Cvetaeva, Oltre che, naturalmente, di Jaroslav Hašek. E poi c’erano, in quel memorabile spettacolo, sulla scena le incomprensibili macchie di Emilio Vedova, i suoi indecifrabili scarabocchi. 

 Presentazione di Y entonces comprendió, Veniero Rizzardi e Alvise Vidolin

Ecco, siamo venuti al punto: indecifrabili. Musica senza ritmo e senza melodia, azione senza capo né coda, scene che sono sgorbi di psicopatico. Solo un comunista p inventare qualcosa di così respingente e ripugnante. Che andasse in Russia, lo manderebbero in un gulag, perché, bisogna riconoscerlo, i comunisti russi che cosa è l’arte almeno lo sanno. Queste, più o meno, le esternazioni di allora. Non credo che da quei tempi l’Italia sia molto cambiata. Ancora, di qualcuno è più importante, più qualificante, conoscerne lo schieramento ideologico, invece che informarsi su ciò che veramente dice, scrive, fa. Da secoli: Dante fu mandato in esilio non per la sua poesia, ma per la sua appartenenza politica. E allora, nell’ultima serata del Festival, nella chiesa del Redentore, alla Giudecca, le parole di Massimo Cacciari ci arrivano chiarificatrici. Questa musica propone altro da ciò che cerca, da ciò che chiede il tempo in cui viviamo. Oggi si vuole l’immediato, si ubbidisce all’istante della percezione, non se ne cerca né il prima né il dopo, come se si vivesse in ciò che uno straordinario scrittore spagnolo, Miguel Ángel Hernández Navarro, chiama il presente continuo. Si vuole in altre parole l’emozione dell’istante, la scarica irriflessa della propria percezione, non importa conoscerne la natura, capirla, importa consumarla, digerirla: possibilmente cercarla solo se dà sensazioni di piacere, di godimento immediato. La musica di Nono invece è ostica, chiede riflessione, impone pensiero, chiede tempo, chiede riflessione, chiede di filtrare la percezione immediata tra le griglie lente del pensiero. Ma non perché sia una musica intellettualistica, aggiungo io, bensì perché tocca il nodo di ciò ch’è musica, di ciò ch’è l’esperienza musicale, in una parola, chiede che ci si disponga a penetrare fino in fondo l’esperienza dell’ascolto, la quale non è la semplice percezione del suono, non è l’udire in sé, ma la consapevolezza del senso che il suono acquisisce nella durata della sua percezione, del senso, cioè, che assume nel nostro pensiero quel determinato percorso temporale del suono. E allora i due violini di “Hay que caminar soñando” bene rappresentano all’orecchio interiore della mente la contiguità di spazio e tempo, la reciproca relazione, la reciproca modificazione, per cui il movimento spaziale dei suoni si fa percorso musicale. Bravissimi i due giovani Giulia Pecora e Li Xinyu, del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino. Forse un po’ spiazzante la vastità della chiesa, dentro cui i due violini sembravano smarrirsi, i lunghi echi delle rifrazioni e delle risonanze accrescere lo smarrimento

                I violinistiLi Xinyu, Nuria Schoenberg Nono, Serena e Silvia Nono

Il tema del Festival era, come suggerisce il titolo, il rapporto di Luigi Nono con la poesia di lingua spagnola. Avanguardie a confronto, ho intitolato la mia presentazione. Ma le serate sono stato introdotte dalla vedova di Luigi Nono, Nuria, figlia del compositore austriaco Arnold Schoenberg. Nuria Nono ha spiegato con parole chiare il senso del ricordo, della permanenza del ricordo, in questa musica, di questa musica. Il senso della sfida di Nono al proprio tempo. E dunque il senso del festival. Si sono così ascoltate alcune pagine composte da Nono dietro la suggestione, si direbbe quasi il suggerimento, o piuttosto l’enigma e l’intensità formale della poesia di lingua spagnola. La fascinazione subita dal compositore per una poesia che sembra di volta in volta reinventarsi il proprio linguaggio. Bellissima la ricostruzione di un evento irripetibile come “Y entonces comprendió,” del 1970, che nasce già durante l’esecuzione degli interpreti, attori e cantanti, dal loro lavoro di scavo nel suono della parola, lavoro non predeterminato da una partitura, ma affidato all’invenzione del momento, e poi riprodotto secondo il percorso di quell’invenzione, attentamente fissata nel programma dell’azione successiva degli interpreti. Perfetta, avvincente, quasi una nuova interpretazione, la ricostruzione e restituzione “acusmatica” di Alvise Vidolin, presentata con chiarezza da Veniero Rizzardi. Vidolin, insostituibile regista, al monitor di comando.

Caminantes, no hay camino, hay que caminar, camminanti, non c’`cammino, c’è da camminare, iscrizione letta da Nono sul muro di una chiesa di Toledo, e ritrovata, variata, nelle poesie di Antonio Machado, è un po’ la linea guida. Il cammino della scrittura come specchio del cammino della vita. Ma la meta non è prefissata, il cammino indica una direzione, non una meta. Il lavoro dell’artista, come quello dell’uomo, nella società, non arriva mai a una vera fine, a una conclusione. Sembra che Beethoven, prima di morire, abbia dichiarato: mi sembra di avere appena incominciato, ho tante cose ancora da dire. La lezione di Nono non è diversa. Nè diverso è il messaggio che assume dalla poesia spagnola. Sul camminare Antonio Machado costruisce tutta una poetica. Come Lorca nei romances e nelle canciones. Il gitano, suo modello, non ha stabile dimora, è viandante, nomade. 

                                         Virgilio Sieni e una bambina
 

Ma sarebbe lungo riferire di tutte le interessantissime e stimolanti manifestazioni – indimenticabile il lavoro con il proprio corpo e con il corpo di una bambina e di alcune donne del pubblico che Virgilio Sieni - troppo riduttivo definirlo coreografo - ha realizzato sulla traccia sonora di “La lontananza nostalgica utopica futura” (1988! trent’anni fa). L’ossimoro di un’utopia al contempo nostalgica e futura definisce bene il senso di questa musica: il percorso del tempo, attraversato dal suono, è, nell’ascolto, una proiezione di ciò che si vorrebbe, si dovrebbe forse essere, questa calma sussurrata, questo ripiegarsi della musica in sé stessa, questa percezione dell’impercepibile, e dunque dell’utopico, che ci fa scendere al nodo di noi stessi, a ciò che Aristotele chiamerebbe τὸ τί ἦν εἶναι, l’essere ciò che si era, e i latini hanno chiamato essentia, essenza, tramandandoci il vocabolo a tutta la filosofia moderna, ma in qualche modo anche fraintendendo la complessità dell’espressione aristotelica, ecco, quest’ossimoro è il nodo di tutta la musica di Nono: si ascolta – non si ode, ma si ascolta - proiettata nell’ascolto, l’essenza di ciò che dovremmo essere e non siamo. Se ci si riflette sopra un poco, l’atteggiamento di Nono non è poi tanto diverso da quello di Beethoven che fa intonare al coro finale della Nona Sinfonia “Sei umsclungen, Millionen” (siate intrecciati, milioni |di uomini|, abbracciatevi, milioni |di uomini|). O quando, nel Fidelio, fa arrivare il Governatore a salvare Florestano. Utopia della verità, della giustizia. Cose che non sono di questa terra, che non stanno in “nessun luogo”, ma che senza di esse lascia la terra infelice. Lo scrive già Dante in un bellissimo sonetto, “Se vedi li occhi miei di pianger vaghi”, in cui chiede a Dio di inviare sulla terra la giustizia: “ché sanza lei non è in terra pace”. E allora, perché Nono subisce questo richiamo duraturo, costante alla poesia di lingua spagnola?

Cominciamo dal titolo del festival: “España en el corazón”, Spagna nel cuore, che è anche il titolo di una raccolta poetica di Pablo Neruda ispirata dai tragici avvenimenti delle guerra civile spagnola. La stessa che ispira il poeta peruviano César Vallejo a scrivere “España, aparta de mí este cáliz”, Spagna, allontana da me questo calice, e Picasso a dipingere Guernica. Non sono testi facili. Non è una pittura immediatamente intellegibile. Chi cerca l’immediatezza è servito: questa poesia, questa pittura, richiedono tempo, riflessione, pensiero. Agiscono sull’immediato degli avvenimenti, sull’évènementiel, come direbbe il grande storico francese Braudel, ma lo trascende, lo ripensa per farne il percorso interiore del pensiero che riflette sulla storia, sul tempo, sulla vita, sulla morte. L’impegno del poeta, del pittore, non si estrinseca in un manifesto, in un proclama, in uno slogan, ma elabora una scrittura, un disegno che alla complessità dei fatti, della realtà, faccia corrispondere non già una figura semplificata, ma la complessità analoga della scrittura, della pittura. In una parola: la complessità del linguaggio, sia esso logico verbale, musicale, pittorico. Perché – come sostiene Aristotele, e nessuno è riuscito finora a smentirlo - è solo attraverso il linguaggio che noi conosciamo il mondo. Ma allora, anche la musica, anche la pittura, sarebbero linguaggio? Solo in senso analogico. In quanto anche la musica, anche la pittura, più che linguaggio, sono pensiero, pensiero pittorico, pensiero musicale, non traducibili, però, se non per analogia, in pensiero logico, verbale. C’è un pensare musicale che non è il pensare del poeta o del filosofo, ma un’esperienza del mondo che si traduce in suono, anzi, più esattamente, un’esperienza del suono del mondo che si traduce in suono pensato, in un percorso logico, coerente, costruito, del suono, che non è il percorso della natura, ma il percorso del pensiero che lo costruisce. Ecco ciò che affascina Nono nella poesia spagnola. La costante attenzione al linguaggio, ai meccanismi del linguaggio, come se ogni volta che un poeta spagnolo scrive poesia riflettesse anche su come si scrive la poesia. Nella tradizione italiana manca, in genere, questa esperienza poetica, salvo forse in Dante e Leopardi, e pochi altri. Ma nella poesia spagnola questa riflessione è invece costante, si pensi solo a Góngora. Ma perfino nel fluviale, oceanico Lope de Vega (ha scritto più di 2.000 commedie, oltre a moltissime poesie, e poemi, poemetti, scritti vari) la riflessione sulla scrittura è continua, e non solo perché scrive una commedia su come si scrive una commedia (lo farà anche Goldoni), El arte nuevo de hacer comedias, l’arte nuova di fare commedie, ma perché i suoi personaggi sembrano non dimenticarsi mai di essere personaggi, di recitare la loro vita su una scena (qualcosa di analogo avviene anche nel suo contemporaneo Shakespeare, soprattutto in As you like it). Nella Dorotea, tale atteggiamento è esasperato, intensificato al punto che Leo Spitzer può scriverci sopra un saggio illuminante su che cosa sia la letteratura: Die Literarisierung des Lebens in Lope’s “Dorotea”, la letteraturizzazione della vita nella Dorotea di Lope, tradotto in italiano con il titolo Vita in forma di Letteratura nella Dorotea di Lope de Vega da Maria Borriello e pubblicato da Lithos, Roma, nel 2015, con una bella prefazione di Roberto Gigliucci. 

                                        Ensemble Luigi Nono
 

Ora, è proprio questa capacità della scrittura di riflettere su sé stessa che affascina Luigi Nono. La sua musica non è, anch’essa, nient’altro che una musica che pensa sé stessa, una musica che esibisce nel suo procedere sé stessa, quasi illustra il modo con cui è stata costruita. A Nono ciò pare la maniera più pertinente di mostrarsi artista impegnato nei problemi del proprio tempo: la sua musica non è politica perché sposa la causa di una partito, di un’ideologia (anche!), ma perché propone il rinnovamento della società attraverso il rinnovamento del fare musica o, meglio, offrendo nella propria musica il modello di come ci si rinnova, di come si costruisce l’arte nuova, e dunque l’uomo nuovo. E, soprattutto, si mostra com’è fatto l’ascolto di questo uomo nuovo. Il cui approdo finale sarà il Prometeo, tragedia dell’ascolto. Qualsiasi tentazione realistica sarebbe, per Nono. un tradimento, perché il realismo, anche il realismo socialista, non riproduce la realtà, ma l’immagine che ci piace vedere della realtà. E Nono non cerca l’immagine della realtà, cerca il τὸ τί ἦν εἶναι, l’essenza, della realtà. In arte, l’essenza è la forma. Cercare dunque la forma di scrittura che rifletta il pensiero dell’artista sulla realtà è il compito fondamentale dell’artista, il vero compito anche del suo impegno politico. Impegno, che sarebbe tradito da una forma provvisoria, superficialmente imitativa, che non colga il nodo con cui la realtà è legata al pensiero.

Tutto il festival è stato un’illustrazione perfetta di questo principio. Sul quale non dovremmo mai stancarci di riflettere, perché cedere anche solo su un punto, magari per ottenere più facile consenso, sarebbe tradire il compito dell’artista, che non è di sposare questa o quella causa politica, echeggiandone gli slogan propagandistici, o accarezzare l’ignavia dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori, proponendo loro opere immediatamente – eh già! immediatamente – comprensibili, ma compito o. meglio, funzione dell’artista è costruire – già: costruire - opere che costringano il lettore, lo spettatore, l’ascoltatore a percorrere lo stesso laborioso percorso di pensiero con cui l’artista ha costruito l’opera.

Ai concerti sono state abbinate letture delle poesie, esecuzioni di musiche andaluse scritte dallo stesso Lorca, una mostra di bellissimi quadri e incisioni di pittori amici di Nono, Tàpies, Vedova Corneille, Mirò, in una splendida galleria ricavata dagli edifici di una bocciofila.

Grazie, Nuria Schoenberg Nono. Grazie, Serena e Silvia Nono, che ci avete invitati a ripercorre questo necessario tragitto di consapevolezza di come un artista, riflettendo sul mondo, ci restituisca poi di questo mondo, anzi di questa sua riflessione sul mondo, il pensiero con cui pensarlo.

Venezia, Giudecca, 11, 12, 13 ottobre 2019

mercoledì 2 ottobre 2019

Federico Faloppa, Brevi lezioni sul linguaggio







Federico Faloppa, Brevi lezioni sul linguaggio, Torino, Bollati Boribghieri, 2019, pagg. 222, € 16,00

Brevi lezioni sul linguaggio di Federico Faloppa è stato elogiato, giustamente, da ottime recensioni sulla Domenica del Sole24Ore e sul Tuttolibri della Stampa e presentato e discusso in varie università e istituzioni culturali italiane. Il successo e l’immediata diffusione sono meritatissimi. Queste righe, però, non vogliono essere un’altra recensione, ma esporre alcune riflessioni suscitatemi dalla sua lettura. Intanto è il libro di un linguista, e la prima cosa che colpisce il lettore è l’agilità della lingua in cui è scritto. A cominciare dal titolo: non già “brevi lezioni sulla linguistica”, “bensì brevi lezioni sul linguaggio”. Non sulla discussione dell’oggetto, le teorie sul linguaggio, ma sull’oggetto stesso della discussione, cioè il linguaggio, La discussione, secolare, anzi millenaria, e recente, sul linguaggio è tuttavia sottesa ad ogni rigo, ma non è l’oggetto del libro. L’oggetto delle lezioni è informare il lettore su che cosa sia il linguaggio. Il saggio dunque non insegna la linguistica a un incompetente di linguistica ma suggerisce a un incompetente di linguistica come diventarne competente.

Di fatto, poi, però, può trarne stimoli anche il competente. Se non altro, stimoli a come sforzarsi di esporre chiaramente problemi complessi senza per questo semplificarli. Che è, in genere, il difetto principale della divulgazione scientifica in Italia. Semplificare un problema non lo rende più comprensibile, ma lo fa anzi fraintendere. Esporlo invece in tutta la sua complessità, non nasconderne i lati irrisolti, sembrerà strano, ma lo rende invece più comprensibile. Se per spiegare che cosa sia l’essenza per Aristotele mi limito a dire che è la natura peculiare di una cosa, faccio una tautologia che semplifica, dice in altro modo ciò che dice Aristotele, ma non spiego che cosa Aristotele intenda per essenza. Tra l’altro uso il termine che la Scolastica ha tramandato, essentia, non l’espressione che Aristotele usa per definire l’essenza di una cosa: τὸ τί ἦν εἶναι (pronunciato: to ti ēn éinai), e significa “il ciò che era essere”, vale a dire il permanere sempre la stessa cosa nel tempo, essere sempre ciò che era. E’ un’espressione della lingua parlata, non una astruseria filosofica. Ma non si presta a equivoci e ambiguità, e qui sta la sua efficacia.

Come si è potuto leggere, per spiegare che cosa sia l’essenza per Aristotele non mi sono arrampicato sulla scala di concetti astrusi, ma ho spiegato il funzionamento linguistico dell’espressione usata da Aristotele. Usando termini comprensibili a tutti. Ecco, Faloppa fa esattamente questo: spiega il linguaggio con il linguaggio. Lo stile è colloquiale, ma non familiare: è studiato in modo che le idee sembrino nascere dal procedere stesso del discorso, passo passo. Probabile che la frequentazione degli ambienti accademici britannici – insegna Storia della lingua italiana e Sociolinguistica all’Università di Reading – gli abbiano resa naturale la facoltà tutta britannica di spiegare fluidamente i problemi scientifici senza semplificarli. Intanto comincia con il mettere in guardia dal confondere linguaggio e lingua. Esistono molti linguaggi, ma solo il linguaggio umano si sviluppa in molte lingue, e costituisce pertanto una differenza specifica dell’homo sapiens. E come impariamo a parlare, quando l’uomo ha cominciato a parlare? E’ qualcosa che apprendiamo o esiste una struttura fisica congenita che ereditiamo, un gene, che predispone il bambino a parlare? Il problema resta aperto anche tra gli studiosi.

Il linguista americano Noam Chomsky ipotizza il LAD (Language Acquisition Device, dispositivo per l’acquisizione del linguaggio) comune nella struttura fisiologica di tutti gli uomini. Certo è che la posizione eretta ha modificato gli apparati fonatori, quelli con cui emettiamo i suoni, e di conseguenza anche, nel nostro cervello, la capacità di riconoscerli e di riprodurli. Niente di strano, dunque, se, nel cervello si fosse formata una struttura che riconosce lo schema con cui a questi suoni abbiamo attribuito un significato. Ma leggete nel libro di Faloppa l’appassionante racconto di questa evoluzione. Non ultimo, e straordinario, merito del libro, è di non perdersi dietro fumisterie concettuali astratte, ma seguire punto per punto l’evoluzione materiale della specie che denominiamo homo sapiens. E’ come mettersi alle spalle l’abusata distinzione di spirito e materia, che tante astruse ipotesi sul linguaggio ha elaborato, per concentrarsi sugli sviluppi reali, materiali, dell’evoluzione umana.

Il che non significa che il linguaggio non possa spingersi in regioni di estrema astrazione, ma questo riguarda il suo uso, non la sua probabile origine e il suo funzionamento. E a questo funzionamento pensano i linguisti. L’uso è materia di sociologi e di filosofi. I campi sono interconessi, ma distinguerli chiarisce la prospettiva dalla quale si parla e si scrive del linguaggio. Fonologia, semiologia, sono termini che a molti fanno venire l’orticaria. Faloppa ci aiuta a capire quale sia il loro campo d’indagine e a che cosa servano. In poche parole ci spiega perché sono necessarie per capire come funziona il linguaggio. Al riguardo consiglio il lettore di leggere con attenzione, e introiettare attentamente alcune lezioni: “gli alberi della sintassi (e alcuni loro frutti)”, pagg. 92-96; “neuroni e sinapsi”, pagg. 146-150; e, infine, “parlanti si nasce o si diventa?”, pagg. 167-174, alla quale segue la lezione nella quale si spiega che cosa sia il LAD, “l’inafferrabile LAD”, pagg. 174-181. 

 

In quest’ultima lezione si affronta un problema fondamentale: l’importanza dell’intonazione con cui pronunciamo le frasi. Un’affermazione non è detta allo stesso modo di una domanda: perfino in lingue, come l’inglese, il francese, il tedesco, che costruiscono diversamente affermazione e domanda l’intonazione della frase cambia a seconda si si tratti dell’affermazione o della domanda. “Jacob is happy today” non suona allo stesso modo di ”is Jacob happy today?”. Immaginiamo le differenze in lingue, come l’italiano, lo spagnolo, il greco che non prevedono disposizioni delle parole diverse per l’affermazione e la domanda. Il latino, invece, sta a metà strada: conosce avverbi, pronomi, strutture grammaticali che distinguono la domanda dall’affermazione. Su queste differenze d’intonazione, ma anche sulle interiezioni, il grande linguista francese Benvéniste ha ipotizzato l’origine del canto e della musica e Diderot osservava nel Settecento che il canto gli sembrava una silizzazione del grido animale. Faloppa va ancora più indietro, spiega il senso e il rapporto dei gesti con il linguaggio, ipotizza addirittura un’evoluzione dal gesto, al canto, al linguaggio, come nel mondo antico avevano già ipotizzato Epicuro e Lucrezio.

Ma sono tante le suggestioni di questo libro, gli stimoli di queste lezioni. Nascono idee, raccordi, riflessioni, alla lettura, che coinvolgono, di ciascuno, anche la propria formazione linguistica. Almeno su di me ha prodotto questo effetto, e queste brevi riflessioni ne sono solo una minima dimostrazione. Per esempio, quanto, già negli antichi, e non solo nella classicità grecoromana, ma per esempio nell’India antica, la riflessione sul linguaggio sia stata continua e feconda. Aristotele intuisce, tra tante altre intuizioni geniali, soprattutto di logica, due proprietà che restano ancora oggi generalmente accettate: la specificità del linguaggio umano e il fatto che ad avere senso non è la singola parola, ma la frase. L’uomo è definito da Aristotele come “animale bipede che ha il linguaggio”. Ma qui si aprirebbero altri e controversi discorsi. A cominciare dal significato da attribuire a logos, linguaggio, che i latini traducono ratio, nella Scolastica diventato sinonimo di ragione, da cui la traduzione fuorviante di “animale razionale”. In ogni caso, en passant, l’uomo è razionale proprio perché parla, perché ha il linguaggio, e questo anche per la Scolastica. E’ nel linguaggio comune – altra discussione – che l’espressione si è banalizzata e ha perso ogni contatto con il senso originario di possesso del linguaggio. Ma mi sono dilungato forse già troppo. La lettura del libro chiarirà, meglio di queste note, la complessità e ricchezza del discorso di Faloppa sul discorso, sul logos, tanto per restare nella terminologia aristotelica, ma di fatto su ciò che oggi intendiamo per linguaggio e in particolare per linguaggio umano.