mercoledì 26 gennaio 2022

Soluzione finale

 









DINO VILLATICO





SOLUZIONE FINALE


1.


BIRKENAU. La cella della morte. Quasi buio. Un uomo, nudo1, cosparso di lividi e ferite, sanguinante, in piedi, stretto tra due pareti ai lati e la parete alle spalle, in un vano che s’immagina non più grande del suo corpo. Non può muovere né braccia, né gambe, salvo, tra atroci dolori, stringere i pugni, alzare e abbassare le dita dei piedi. Può muovere la testa, un po’ all’indietro, un po’ in avanti, e completamente a destra e a sinistra, Ma ogni movimento provoca insopportabili sofferenze. Ciononostante l’uomo non grida mai, ma si lamenta. Esce dalla sua bocca tutt’al più qualche breve gemito, o il soffio del respiro trattenuto. Quando parla, la sua voce è calda, ma fioca. Parla perciò con fluida musicalità, come se nell’estremo confronto con la fine della vita, unico linguaggio possibile resti il canto.


L’UOMO Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?2

Una spugna inzuppata nell’aceto

già sarebbe sollievo3. Mi sarebbe

delizia il colpo secco d’una lancia

che trapassi le costole e si ficchi

nel cuore4. La delizia mi sarebbe,

con quel colpo, la fine. Quale orgoglio

mi spinse dunque, amico, inascoltato,

inappellato amico, desolato,

fuggitivo silenzio dei discorsi,

tra l’odore dei forni e l’acre tanfo

del dormitorio, a credermi capace,

o mio sconforto, di sostituirti,

pezzo per pezzo, membro dopo membro,

fracassate, spezzate, frantumate,

tutte le ossa, anche quelle delle mani,

e dei piedi, capace di scambiare

col mio corpo di morto, con la salma

d’un uomo, il tuo divino allontanarti

dall’uomo? Se bestemmia ti parrebbe

ogni confronto, qui, ora, te lo chiedo,

più di Giobbe lo esigo, lo pretendo,

non importa se di cristiana voce

o di severo, silenzioso ebreo

che m’è vietato nominare, nome

di Dio o di nessuno. Non già, forse,

con te, non già per me. Ma sì con gli altri.

Anzi, con te, degli altri. Se qualcuno

oltre me, no, non oltre me, qualcuno

oltre gli altri, oltre tutti gli altri, è voce

che mi possa rispondere, parola

che io possa ascoltare, quando dico

“tu”. Tante volte, certo, tante volte

ho detto “tu”. Talora m’è bastato

guardare, e con lo sguardo già dicevo

“tu”. Sempre un dire, sempre immaginarmi

io voce, l’altro non solo una voce,

come me, ma l’orecchio che mi ascolta,

e la sua voce allora la parola

dell’ascoltarmi. Gli uomini talvolta

rispondono. Tu no. O mi risponde,

per te, la lingua delle ossa spezzate?

Il femore che m’urla dentro, fino

alla gola, e quest’urlo m’attraversa

le vertebre, trascorre una per una

tutte quante le costole, ricasca,

come cristallo frantumato, dentro

le braccia, dalle scapole nell’ulna,

giù giù fino alle mani, e poi risale

alla cervice, esplode, grida, grida,

dentro il cranio? Ma lo senti? Dimmi:

lo senti? L’urlo, adesso, non ha voce.

Ha le parole del mio corpo. E’ nervo,

vena, corrente, sangue. Tira il nodo

del muscolo sfibrato, proprio al punto

dove s’infilza come tizzo l’osso

frantumato: mi dice che non basta,

che non finisce, che non ha parole,

che non le avrà, che questo è il suo linguaggio.

Parole che non trafiggono la pelle,

che squarciano con inconsueti nessi

i nervi, compattate da uno spasmo,

contratto in inaudite ellissi il corso

delle vene, coaguli del sangue

a raggrumarsi nelle fenditure

delle ferite, l’ultimo aforisma

è loro, il più loquace, l’aforisma

finale del silenzio. Ma venisse.

Sì, sì, venisse. Sgombro finalmente

il campo delle ipotesi. Inattese

tutte le nostre stupide domande,

che credevamo non tanto risposte,

o già premessa di risposte, e dunque

in qualche modo già definizione

di una certezza, no, non questo, quanto,

più sottilmente, più ingannevolmente,

chi sa, ma chi può dirlo? se certezza,

o punto fermo, punto di partenza,

punto d’arrivo, in ogni caso dove?

non già certezza di una soluzione,

o, conoscenza estrema, ultimo appiglio

di una risposta, ma certezza almeno

di domandare, che anzi domandare,

a noi, più che permesso, è comandato.

Inavverate, invece, tutte quante

le attese: fin dal primo, estraneo,

vagito, che nemmeno nostra madre

sembra capace di ascoltare, fino

all’estremo richiudersi, e arrestarsi,

del rantolo. Non è, per me, l’inizio

di un tale arresto ancora incominciato.

Posso desiderarlo, sospirarlo.

E verrà. Ma non ora. Troppo presto.

E’ stato calcolato che tardasse,

che il suo passo venisse lento, lungo.

Il dolore non è un annuncio, ancora.

E’ solo il segno che verrà. Ma nulla

più di un sintomo. Come, sulle strade,

l’indicazione di una direzione.

Si sa che quella strada, da quel punto,

conduce a quella meta. Ma lontana

quanto la meta, se soltanto pochi

chilometri, o migliaia, centinaia,

meno di cento, durerà il percorso,

puoi sospettarlo, puoi perfino, forse,

da come ti si fa via via più ferma,

più forte l’abitudine al dolore,

ma non per questo meno viva, meno

persistente, ossessiva, sorda, dura,

puoi, sì, da questa sorta di declino

dei sensi, prevederlo, calcolarlo,

augurarlo, ma non con esattezza,

né quanto si avvicini o si allontani

il punto terminale dell’arresto.

Ecco. Adesso m’arriva, lancinante,

dall’anca, Persistente. Toglie il fiato.

Dio, non ti chiamo. Ma se tu da qualche

parte mi ascolti, no, non ascoltarmi.

E’ meglio. Non confonderò, sperando,

cercando un segno, il tuo abituale

silenzio con un tuo segreto modo

di ascoltarmi. Mi basterebbe, adesso,

soltanto l’ombra, il simbolo di un cenno.

Non ci sarà. Non voglio perpetuare

l’inganno anch’io che ci consuma tutti,

quando si giunge al punto della ruota

in cui io sono giunto: interpretare

come l’atteso segno il desiderio

di un segno. No, non ascoltarmi. Parlo

per me, per me soltanto. Conficcato

in questa cella, come dentro un pozzo,

o come già calato in una fossa,

sepolto già, prima del tempo, come

Giuseppe, dentro la mia tomba. Vano,

però, per me, sperare in un soccorso

dal di fuori. Non parlo per nessuno

che, spiandomi, possa, dal di fuori,

ascoltarmi. da qui, non ho più fuori.

Non lo vedo, non posso immaginarlo:

non lo sento, non c’è. Da qua, là fuori,

non c’è spazio né tempo, non c’è nulla.

Il buco dentro il quale sono stato

scagliato è tutto. Fino a quando? Fino

all’estinguersi estremo d’ogni dopo.

Poche ore di dottrina, la tua scuola

era già scuola di silenzio. Forse

immaginaria la visione d’una

rinascita, non sei rinato. Tutto

era già morto, prima di ascoltarti.

Sono rimasto quello che mio padre

mi ha fatto, mi facesse all’eresia,

alla dissipazione del passato,

all’oblio di chi sono, non mi servi,

non mi salvi, nemmeno tu, l’illuso

Salvatore d’un’altra religione,

o della mia, di quella che dovrebbe

essere sì la mia, che, peggio ancora,

la tua venuta, il tuo soccorso, sembri

destinarli a un ignoto calendario.

Non chiedermi preghiere. Mancheresti

la risposta. Mi spezzo. Sono stato

spezzato. Non mi salvi. Me ne vado

da me, senza che tu mi spinga dentro

la fossa, dentro il buco di me stesso.

Pensavo di sfuggire a questo imbuto,

al sangue che vi cola dentro. Sono

sempre quello che grida, che ha gridato,

uno dei tuoi reietti, il tuo relitto.

Aspetto, senza sforzo, che finisca

la commedia: di te, che mi redimi,

di me che chiedo, imploro redenzione.

Tu che la neghi. Io che resurrezione

mi fingo il tuo negarla. Non la chiedo.

Non te la chiedo. Ma poi: da che cosa?

La malattia non è mortale5. Morte

me la chiude, me la sigilla. Dopo,

al termine di questa stolta attesa,

senza lotta, una mano, chi la chiede

sugli occhi spalancati? No. Mortale

è presentirla, attenderla, vederla

raggrumarsi nei solchi doloranti

delle ferite, compattarsi sorda

nei battiti del sangue sulle tempie,

mortale è sospirarla, d’ora in ora,

ogni giorno, momento per momento,

non già come la fine della vita,

bensì come il placarsi, l’arrestarsi,

questa volta per sempre, del dolore.

Né che del tuo, solo del tuo, la fine

sogni e sospiri, è colpa che ti turba.

Il tuo, soltanto il tuo, ma non degli altri,

di tutti gli altri che hanno già sofferto

prima di te, che soffriranno dopo

di te. Che solo il tuo si plachi, solo

il tuo finisca, di dolore, niente

per te, niente per sempre. Sola fine,

quella fine, la fine del dolore.

Non ascoltarmi. Arriva da se stessa

quella che non ti chiedo, estrema punta

della mia tessitura, il tenue filo

che, tirato, distesse la mia trama

di maldestro scommettitore6, sfila

da lenti nodi le premonizioni,

che, scrutatore troppo spaventato,

per non riuscire distratto, da tempo,

osservando le mosse dei vicini,

origliando il brusio via via più forte

per le strade, ascoltando dalla radio,

leggendo sui giornali le minacce

d’assalto, anzi già vittime d’assalti

quasi noi tutti, mute, imprevidenti,

premonizioni, ottennero soltanto

d’intorbidarmi il sangue e d’appannarmi

gli occhi, che finalmente stanno al buio.

Quando compresi, era la fine. Troppo

tardi per occultarmi. Vidi, bianca,

tutta la panna delle torte, tutta

la cioccolata delle cinque, tutto

il grasso delle cotolette, il grasso

delle salsicce, degli stinchi, osceno

grasso di porco, come un’iniezione

di crema nei bignè spalmati e sparsi

sotto la pelle, a gonfiare le guance,

le braccia, vidi, gli occhi cilestrini,

senza ciglia, sbarrati, con il bulbo

rosso di sangue, il dito della mano

teso, puntato contro di me, sì, vidi

la mia vicina, quella che contava,

quando rientravo a casa, i miei panini

nella cesta, chiedendosi, stupita,

dove li avessi mai comprati, dove

potessi, io, che non potevo andare

in nessuno dei forni dove andava

lei e dove di quei panini - Jesus! -

mai lei ne aveva visto uno, io potevo

invece averne quanti ne volevo,

che vergogna, che scandalo, la vidi

puntare il dito, vecchia strega, contro

di me, gridare a squarciagola: “Quello,

uno di loro! mi viveva accanto,

ma è anche lui invece uno di loro!”

La sentii che sbatteva la sua porta,

mentre venivo spinto per le scale,

a calci. Non udii nient’altro. Voce

non venne, che non fosse d’aguzzino,

a dirmi niente. Non un gesto, un moto

di simpatia, non uno sguardo, fosse

solo per dirmi, muto: ecco, ti ascolto.

Non ascoltarmi. Parlo, sì, ma deve

esserci un tu, se parlo? deve? quale,

da questo buco? quale, dentro il culo

del diavolo7? Se chiedo di tornare

fuori, chi mi risponde? chi mi chiama?

Mi ascoltavano, forse, gli altri, tutti

gli altri, là fuori, quando anch’io, da fuori,

gli parlavo? qua dentro, chi potrebbe

sentirmi? sì, sentirmi, non pretendo

mi si ascolti. Sentirmi, basterebbe.

Vorrei gridare. Dio, vorrei gridare.

Ma non posso. Pensare già mi squarcia

le tempie, mi frantuma il cranio. Sono

un otre di ossa sminuzzate, cuoio

la mia pelle. Mi reggono diritto

i muri. Una bisaccia di midollo

e di sangue. Tritate, dai bastoni

degli aguzzini - no, mio Dio, non voglio

nemmeno nominarli, che la loro

preda, la loro vittima, la loro

macelleria da me si possa dire

con un nome, no, no, se lo facessi,

luogo di sacrificio, luogo sacro,

marchierebbe la mia parola questo

scannatoio, non devo, no, non devo,

posso solo insultarli, stronzi, stronzi -

tritate coi bastoni tutte le ossa,

prima di conficcarmi, come un chiodo,

no, buttarmi, scaraventarmi come

un sacco di patate, nella melma

di sangue e di escrementi ch’è la traccia

di chi, qua dentro, fu gettato prima

di me e, come me, gettato dentro

per lasciarlo morire. Come un chiodo,

anche, però: sì, come un chiodo. Sopra

la testa, per calarmi, giù giù botte,

coi pugni, coi bastoni, come un chiodo,

un chiodo martellato con un sasso.

Un chiodo, Dio, mi scoppia. Sì, mi scoppia

la testa. Figurarsi, mi lasciassi

andare, mi lasciassi trascinare

dalle parole, dalla voglia pazza

di parole. Che cosa sono queste?

No, non sono parole. No, non parlo.

Se parlassi si sfascerebbe il petto,

s’aprirebbe il torace, come vecchia

carcassa arrugginita senza viti,

una Opel fracassata, abbandonata

sul ciglio della strada, che si lascia

come il corpo di un morto, una carogna

di latta, a poco a poco consumare

sotto la pioggia, sotto il sole, sotto

lo sguardo indifferente di mille occhi

che passano, che corrono, scappando,

che volano su nuove, luccicanti

carcasse, sulle stesse che saranno,

come questa, bucate, arrugginite,

Opel buttate via. Coi gas li fanno

finire. Qui funziona meglio. Mica

come le vecchie Opel, con i tubi

di scappamento regolati in modo

da riempire di gas tutto l’interno8.

Troppo lenta la morte, troppo pochi

per volta. Il nuovo gas sembra perfetto:

ne ammazza centinaia in una volta,

rapidamente. Un quarto d’ora, qualche

minuto più, qualche minuto meno.

Una carcassa, il corpo. Tutti quanti.

Carcasse da buttare nei rottami,

ammassarle, comprimerle, annientarle.

Tutti noi, tutti noi siamo carcasse.

Voglio gridare. Dio, voglio gridare.

Allora sì. Gli stronzi hanno pensato

anche questo. Che se uno grida, tutto

il corpo, tutte le ossa, tutto il sangue,

i muscoli, la pelle, i nervi, tutto

quanto, si fa materia di quel grido,

si fa grido, si fa l’urlante bocca

della carne che grida, sanguinose,

aperte labbra tutte le ferite.

Ho sete. Il sangue che mi cola lungo

le guance fino in bocca è troppo amaro

per dissetarmi, amaro, e troppo poco.

Quando non mi facessero morire

le ferite, a finirmi basteranno

questa sete, e la fame. Quanto tempo

posso durare? Il crocifisso muore,

dicono, dopo un giorno, dopo due.

Più lunga l’agonia dell’impalato.

Tre giorni, anche di più, se bene ha fatto

il boia il suo lavoro, e non toccato,

ficcando il palo, gli organi vitali.

Un’arte, per il turco. Tra i cristiani

c’è più delicatezza: si squartava.

Morte quasi immediata. Questi nuovi

pagani - sembra che così chiamati

li abbia il Papa: pagani, non cristiani -

questi nuovi pagani hanno più genio:

i sistemi di morire sono stati

perfezionati, sono adatti a molti

tipi di morte, a tutti. Tutti sono

scelti, secondo il caso. Il mio, d’esempio

per chi fugge, dieci sono conficcati

in questo buco. Dopo che a ciascuno

sono state spezzate tutte le ossa.

Genialità tedesca: fare d’ogni

intuizione un sistema. Regolare

con gelida esattezza ogni dettaglio.

Ma sì: Pio undicesimo ha ragione.

Pagani. Non cristiani. Forse meno:

aveva lo sterminio una sua legge

di guerra, per gli antichi. Quale legge

per costoro? quale ordine da imporre?

E, ipocrita sciacallo, sorridente

bianca iena romana, il nuovo Papa

tace. Tace la Croce Rossa. Tutti

tacciono. Tutti. Tutti sanno e tutti

tacciono. Ma che aspettano a parlare?

Io non posso gridarlo, da qua dentro.

Chi sopravvive, potrà raccontarlo.

Dovrà. Ma non potrà mai perdonarlo.

Io no. Io no. Io che non sopravvivo,

no. Dovrebbe ciascuno figurarsi

d’essere me. E non perdonerebbe.

Nessuno, mai, potrebbe perdonare.

Io no. Io non perdono. Maledico.

Il giorno che lo seppi e non compresi.

Il giorno che li vidi, come belve,

scagliarsi su di me, poi scaricarmi

come bestia nel carro del bestiame

sul treno che altre, molte, bestie, tutte

come me, conduceva al mattatoio

di questo campo, dove conficcato

muoio in un buco, solo perché un altro,

anche lui come me, di me più scaltro,

ce l’ha fatta a scappare dall’inferno

di questo scannatoio. Ch’egli possa

vivere, sopravvivere alla fuga,

e raccontare a tutti quanto ha visto.

Non lo odio. Non posso. Frantumato,

sminuzzato, poltiglia di midollo

e sangue, come sono, se potessi,

anch’io, in questo stesso istante, vivo

come ancora mi sento, scapperei

da qui, dal buco, dove, come un chiodo,

conficcato, gli stronzi, come un sacco

di patate buttato, e no, nemmeno

come un chiodo, ma niente, niente, niente,

solo un inetto, un vagabondo, un uomo,

Dio, ma com’è possibile buttarmi

qua dentro? come possono buttarmi

qua dentro, me che sono un uomo, sono

un uomo? Dio, ma che ci fa qua dentro

un uomo come me? Voglio svegliarmi,

sto sognando. Non sono conficcato

in questo buco. Sane sono tutte

le mie ossa, nessuno le ha spezzate.

Non è sangue che cola sulle labbra,

ho sete nel mio sogno, sto sognando

che ho sete e bevo sangue. Ora mi sveglio.

Tutto finisce. L’incubo finisce.

Mi sveglio. Torno sano. Torno sano

e libero. Non muoio. No, non muoio

in questo buco maledetto, in questa

oscena fossa, in questa ripugnante

tomba piena di sangue raggrumato

e di merda, non muoio in questo culo

dell’inferno, nel culo del Ribelle

in cui sono cascato e che mi espelle

come uno stronzo, un verme, un cancro,

la malattia di respirare in sogno,

ad occhi aperti, un altro mondo, un altro

sogno, da cui non voglio più svegliarmi.

Sarà così? Che dormo e sogno un altro

sogno dal sogno che m’ha qui cacciato

in questo buco, in questa buia tomba.

Posso sognarne un altro e risvegliarmi.

Mi sveglio, e sotto le lenzuola sento

che dal tepore del mio corpo sono

scaldate le mie vene, Dio, Dio,

e sono a casa, sono nel mio letto.

Mi sveglio e tutto l’incubo sparisce.

Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?

2.


La stessa scena, qualche ora dopo. L’uomo è leggermente appoggiato su se stesso. Con qualche sforzo e attraverso atroci dolori cerca di sollevarsi, raddrizzarsi, di pesare meno sulle gambe, si addossa al muro con le spalle.


L’UOMO Ho dormito. Da quanto tempo sono

conficcato qua dentro? Quanto tempo

mi resta, prima di finire? Voglio

finire. Non resisto più. La bocca

mi brucia. Secca come un forno acceso.

La lingua mi si attacca, mi s’incolla

al palato, s’impasta con le guance,

sembra cascarmi in gola. Sento freddo.

Ho la febbre. Sto come mi venisse,

finalmente, a trovare, a visitare,

l’Angelo della Morte. Angelo mio,

che aspetti? Vieni, affrettati, ti prego,

ti prego. Non resisto più. Non muoio.

E non resisto più, non duro. Come

potrei se non resisto, ma non muoio,

aspettarla da te, spietato servo

di un Dio nascosto, questa che ti chiedo

desiderata fine del dolore?

Un dolore insoffribile, che il gelo

del tuo silenzio mi costringe invece

ugualmente a soffrire. Povere ossa!

che disumano strazio sopportare

ciò che non si sopporta! Questo è il punto.

Ora ascoltami bene, giustiziere

dei miei stivali, e dimmi se mi sbaglio.

Si dice che una sofferenza estrema

come la mia, nessuno può soffrirla:

eppure, ecco, la soffro, e resto vivo.

Ho fame. Come posso, conficcato

qua dentro, come un chiodo, come un sacco

di patate, buttato, e spezzettato,

appoltigliato, nudo, come posso

sentire fame? come posso ancora

pensare e dirmi di sentire fame?

come posso pensare? come posso

pensare di pensare? come posso,

io, un uomo ch’è solo un mucchio d’ossa

frantumate che m’urlano il dolore

di finire, mi succhiano nel ventre

come vermi il mio sangue, come posso

conficcato qua dentro, come posso

credere di pensare? come posso?

come posso pensare di pensare? -

Sto diventando pazzo. Non arriva.

qua dentro, nulla, di ciò che là fuori

ancora accade. Non un suono, un grido,

un rumore. No so se piove. Piove

sempre in questo paese,. Se sia notte,

se sia giorno, non posso, conficcato

come un chiodo nel buco, no, non posso,

scaraventato come un sacco rotto

di patate qua dentro, dentro questa

lurida fossa, io non posso saperlo.

Non so niente di ciò che fuori accade.

Peggio che in una tomba. Perché dentro

non vi giace un cadavere, ma il corpo

di uno ch’è ancora vivo. Udissi il vento.

Udissi almeno tra le fronde secche

fischiare il vento. Fuori era già inverno

quando m’hanno buttato come un sacco

di patate qua dentro. Quanto tempo,

da quel giorno, sarà dunque passato?

L’inverno in questa terra è lungo, è duro.

Udissi il canto dei compagni, dentro

la baracca. Che fine ha fatto Jakob?

Scriveva i nostri canti. Cantavamo

tutte le sere insieme, cantavamo

i suoi canti. Ce li scriveva apposta.

Perfino gli aguzzini, quando noi

cantavamo, venivano, ridendo,

ad ascoltarci. Dopo qualche volta,

non ridevano più. Da noi quei canti,

dissero, non pensavano davvero,

così belli e soavi, e con dolcezza

così dolce cantati, di poterli

ascoltare. Non credevate? Certo.

Ci fate meno degli uccelli. Meno

di qualunque animale. Siamo meno

delle bestie. Non siamo che un ammasso

ripugnante d’insetti. Scarafaggi.

Blatte. Pidocchi. Tutti da schiacciare.

Permettete? Non siamo solo questo.

No, non lo siamo. Siamo, mi dispiace,

anche qualcosa ch’è di più. Sapete?

Siamo uomini. Voi non lo credete.

Ma noi, sì, noi, qua dentro, siamo tutti

uomini. Noi che vi sembriamo tutti

solo pidocchi, scarafaggi, blatte,

e perciò voi qua dentro conficcati

ci rinchiudete, tutti quanti siamo,

chi nel buco, chi nelle docce, dove

invece che con l’acqua, ci lavate

col gas, noi che cantiamo, siamo tutti

uomini, ed è per questo che cantiamo.

Cantiamo, sì, ma non la nostra cupa

disperazione, quella la lasciamo

alla vostra memoria, alla memoria

di chi dopo, quando anche voi sarete

scomparsi, si ricorderà di voi,

cantiamo, invece, noi, per noi, la nostra

speranza. Quale? di che cosa? Quella

che ci lasciate. La speranza, e basta.

La speranza dei morti. La speranza

di durare, che non scompariremo,

perché, schiacciati, resterà qualcuno

sempre che vi sarà sfuggito, sempre

qualcuno resterà che non avrete

voi potuto schiacciare. Tutti noi

saremo, dopo, da costui per sempre

ricordati e dai figli di costui,

e dai figli dei figli di costui,

sempre, fino alla fine d’ogni tempo,

ricordati. L’amore, ricordato,

anche, di noi, con noi, per tutti quelli

come noi, conficcati, sminuzzati,

schiacciati. Dalle bocche i nostri

canti usciranno allora più soavi,

perché saranno i canti di chi è stato

liberato. Ma ricordato l’odio,

anche, che fece di noi tutti solo

un popolo di morti. Con quell’odio,

ricordato, per sempre, il vostro nome.

Ricordato da noi com’è per sempre

il nome dell’imperatore Tito,

la delizia di cui non conoscemmo,

dispersa, oppressa gente, la dolcezza.

Ma con chi parlo? Quale tu mi ascolta?

Sempre un tu, sempre questo tu che vince

qualunque solitudine, che sfonda

le porte d’ogni cella, che perfora

i lucchetti di botole nascoste,

che penetra nel buio dell’inferno,

s’infila in questo buco, dentro il culo

del diavolo, mi stana, mi trafigge

il cranio e scuoia i nervi del pensiero.

Quale tu? quale orecchio? quale bocca?

Non c’è nessuno. Io stesso, qui, non sono,

per me stesso, nessuno; quanto penso,

lo penso per nessuno. Non riesco

ad essere per me, qui dentro, io stesso,

nemmeno un tu, nemmeno la memoria

di un tu, di un corpo che abbia bocca, orecchio,

che fu sangue, saliva, che fu sperma,

desiderio di sperma e di cervello.

Versarlo, il seme. A fecondare un grembo.

Sgocciolarlo il cervello, come spugna,

a sbrodolare sillabe, parole,

a snocciolare nessi di parole,

a intrecciare pensieri, raccontare,

raccontarmi, raccogliere me stesso,

raccogliermi in un aforisma, farmi

il punto di me stesso che ritorna

su di me, che ritorna più completo

su di me, dopo il giro di me stesso.

Ma costruito, quindi, l’edificio

che mi rispecchia, mi vedrò costretto

a spalancarne tutte le entrature,

a riflettermi a volta a volta in tutti

gli occhi che vi si affissano, leggendo

nelle nere pupille incuriosite

il buio di me stesso, e nello sguardo

in cui mi specchio a catturare l’ombra

del mio che lo riflette. Il buco nero

di me stesso, che il lampo di uno sguardo

nel precipizio assorbe d’ogni vista,

è nel vortice in cui scompaio, il buio

che ingoiandomi dentro mi fa cieco,

e anticipa la mia abolizione.

L’incubo è questo buco. Il sogno è sogno

di uscirne, di non crederlo che un sogno,

sogno di libertà, di continuare.

Ma continuare, come? Continuare,

che cosa? Questa sete che mi brucia

la bocca? Questa fame che mi morde

le viscere? Mi pare di sognarla,

la mia morte. Ora che la sto vivendo,

mi pare invece, credo di sognarla.

La sto vivendo? Vivere la morte?

Forse per questo credo di sognarla.

Nell’incubo il mio sogno è di sognarla.

Sognandola, può darsi, il mio risveglio

me la dissolve. Meno vera, forse,

la sento, se la sogno. Non ho freddo,

non sento intirizzirsi, rattrappirsi

i muscoli dal gelo. Non si agghiaccia

il sangue nelle vene, il cuore in petto.

Quest’orribile gelo si dissolve.

Sognarla, la mia morte, è quanto resta,

può darsi, quanto serve al mio cervello

per non morirne, prima di morire.

Forse, anzi, no, così, così m’arriva:

sognandola che arriva. Il mio risveglio

sarà perciò, ma sì, non risvegliarmi.

Oh, Dio, quando? Non reggo, non resisto.

Peggio delle ossa, il freddo mi trapassa

le gambe, il petto, il ventre, tutto il corpo.

No, non resisto più. Dio! non resisto.

Ma dovrei forse fare proprio questo:

non resistere, alzare i tacchi come

un vigliacco, lasciare vuoto il campo:

e l’Angelo verrà, con le ali alzate,

silenzioso a portarmi il suo silenzio.

O piuttosto sforzarmi di aiutarlo:

sollevare i calcagni scorticati,

spingere dentro, spingere i ginocchi,

respirare profondamente, urlare,

infilzarmi da me, con una scheggia

di costola spezzata, e addormentarmi

finalmente nel sonno degli estinti.

O quanto meno: farmi testimone

muto del grido che mi demolisce,

non pensare, ma regredire, invece,

all’animale che non parla, indietro,

al microbo insenziente, al vegetale

inerte, al virus debellato, al sasso.

E l’Angelo mi soffierà sugli occhi,

e sentirò le palpebre abbassarsi,

chiudersi, e poi non sentirò più niente.

Perché dunque non taccio? Perché tesso

quest’inutile tela di pensieri,

come potesse il solo soffio, il solo

sbuffo delle parole, ridonarmi

ciò che da me va via, va via per sempre?

Lentamente, con perfida lentezza,

ma va via. Dietro, non mi lascio niente.

Né ricordi, né subdoli rimpianti.

Meglio così. Se ricordare è bello,

più bello ancora essere ricordati,

i ricordi si scontano: li paghi,

li paghi tutti, quelli belli e quelli

brutti. Li paghi come se dovessi

di viverli pagarne ancora il prezzo.

Non si ricorda l’attimo che passa

mentre ancora sta trascorrendo, solo

lo si ricorda quando è già trascorso.

La memoria mi sembra, più che il libro

dei profitti o la stanza dello scrigno

in cui si custodiscono i tesori

ammucchiati nel corso di una vita,

il libro degli ammanchi, o la dimora

svuotata dopo un’asta. Custodisce

ombre, ne fa l’elenco, le incolonna,

ti piazza il libro sotto gli occhi e dice:

“Tutto quello che leggi, l’hai perduto,

è come questa stanza vuota dopo

il trasloco dei mobili venduti”.

Nessuna cassaforte, di nessuna

banca, nessuno scrigno di nessuna

stanza, nessun registro di nessuna

ragioneria, ti custodisce niente.

Nessun tesoro nella cassaforte,

o nello scrigno, e pura fantasia

l’elenco del registro. Prima ancora

che si potesse la combinazione

mandare a mente, o girare la chiave,

la cassaforte è stata scassinata,

ed è stato svuotato anche lo scrigno.

Un frego sulle pagine del libro

contabile registra la rapina.

Si viene consegnati tutti a questo

sciupio di vite, all’insensato spreco

di lacrime e di sperma che perpetua

le perdite, e ci riproduce come

cavallette i carnefici, ma come

chicchi di grano insemina e raccoglie

sparse per tutto il mondo, in ogni

tempo, tutte le vittime. Che schifo!

Non è questa mattanza un’eccezione,

una stortura, un’improvvisa insania

della storia: nei secoli passati,

nei millenni, molte altre in ogni parte

si sono viste del pianeta e molte,

molte ancora pur troppo ne verranno.

No, no: non voglio piangere i ricordi,

non voglio, ricordando, sciacquettarmi

la faccia con le lacrime. Nemmeno

voglio che, dopo la mia morte, un pianto

sterile, senza frutto, un pianto idiota,

che non ridona ciò che fu perduto,

si scoli con il moccio, con la bava,

dal naso, dalla bocca, tra le rughe

impiastricciate, la barba unta, grassa,

di chi è sopravvissuto. Non aspetto

posteri, non li voglio. La commedia

finisce qua. Spettacolo stupendo

noi tutti abbiamo dato di noi stessi.

Meglio finirlo qui. Lo chiudo. Basta. –

Bastasse dire: basta. Mi snervassi,

così spezzate, come dentro sento

l’ossa, così spaccato il corpo, e rotto

il perno che sostiene tutta quanta

la macchina, lo dico a chi? che cosa,

basta? Il cammino del mio desiderio

non è il cammino delle cose. Quando

parlo, parlo per me. Ci sono io solo

ad ascoltarmi. Io solo e nessun altro.

Il mio tu è di scarto. Un surrogato,

in mancanza di meglio. Forse il solo

destinatario d’ogni mio discorso,

il solo che mutasse in un colloquio,

il mio disancorato soliloquio.

Nemmeno lui mi salva. Caterina

me lo diceva: “Non m’ascolti, David,

tu non m’ascolti, non ascolti mai

nessuno, non ascolti che te stesso”.

Dovevo dunque, per accontentarti,

ascoltare te sola? Ti perdevi,

Caterina, con me. T’avrebbe, infatti,

questo lurido circonciso, questo

ebreo, te pura, te cristiana, figlia

di padre ariano, l’incontaminata

purezza intossicata del tuo sangue,

t’avrebbe questo impuro, questo nudo

scarto della creazione, questo virus

subumano, olocausto criminale,

travolta nel suo sangue, nella melma

di questo buco, nella fossa dove

muoiono quelli come me, poltiglia

di midollo e di merda, crudo impasto

di sangue e di sudore, l’escremento

di un dio distratto. E che diresti, adesso,

al figlio che chiedevi, Caterina?

Meglio morire come muoio, senza

figli, che spaventarmi, nel morire,

per ogni vento che sussurri morte

anche per lui. Non cambiano le cose.

Il vento che oggi ci travolge, il vento

che mi scaglia nel buco dove muoio,

non è sterile vento. Soffia, soffia

da molte bocche. Una generazione

non gli basta. Rinasce e si rinforza

d’una in altra generazione, sempre

nuovo, dapprima quasi sconosciuto,

ma poi toglie la maschera, la bocca

spalancata, che soffia, lo rivela.

Ma è troppo tardi per fermarlo. Cresce.

Soffia, uccide, travolge tutto e tutti.

E’ facile per lui. Dai padri i figli

non imparano niente. Basta poco,

perché l’orrore sia dimenticato.

Basta che non si voglia ricordarlo.

L’oblio è merce a buon mercato, merce

diffusa, la si vende facilmente

da Berlino a Madrid, da Mosca a Roma,

da Parigi a Belgrado, da Varsavia

a Londra, chi la vende, chi la svende

è bravo, passa il mare, passa tutti

gli oceani, lo incontri sulle strade

di New York, ma s’è già dimenticato,

com’è del resto sua natura, il giorno

che lo hai visto mischiato nella folla

di Tokyo, di Pekino, che gli hai stretto

la mano in una libreria di Sidney.

3.


La stessa scena. L’uomo sta quasi sulla punta dei piedi, come nell’atto di ascoltare qualcosa che viene da fuori. Presto, però, ricasca su se stesso, sfinito dai dolori. Da quando è stato chiuso nella cella della morte è già passato, tutto intero, un giorno.


L’UOMO M’è parso di ascoltare dal di fuori

un suono, un canto, credo, un nostro canto.

Lo cantavano qua vicino. Credo.

Lo cantavano - se qualcuno, fuori,

veramente cantava - questo canto,

per me? ma come sanno che ficcato

qua dentro, in questo buco sporco e buio,

è proprio me che ci hanno condannato?

Chi gli ha detto che la mia cella è questa?

La loro voce, l’ho sentita. Come,

se l’ho sentita. Gemiti di sangue

mi strappavano dalla nuda pelle

le loro voci. Come mi versasse

sulle ferite aperte acido sale

ogni lacrima, incandescente zolfo

l’inascoltato pianto. Tutto questo:

per me? sono venuti qui davanti,

perché li udissi? E come dirgli adesso,

se ancora stanno qui davanti, ancora

aspettano un segnale, come dirgli

che li ho sentiti, o farmi udire, fargli

sentire i miei lamenti? E ci riuscissi,

mi sentissero: ma che cosa dico

a loro che mi cantano dei nostri

dolci canti il più dolce, il più sereno,

il canto del commiato? Non un altro,

vero? nessuno, nell’esilio dove

ci estinguiamo? Mi pensano, gli amici.

Mi ricordano. Anch’io. Ma il mio ricordo

che voce può ridire, e quale orecchio

riascoltare senza tremarne? Posso

credere solo mio il mio destino?

Quanti altri, dopo me, carcere uguale

al mio potrebbe incarcerare? E grido,

come questo, gridare inascoltato?

Come spaccare il muro che divide

l’angoscia della mia disperazione

dalla disperazione della loro

impotenza? Dovrei gridare. Come

fare giungere un grido, se gridare,

da questa bocca, dal torace rotto,

non è più, no, nemmeno desiderio,

ma soltanto ricordo? Se gridassi,

se potessi gridare, inoltre, come,

di là da questi muri di cemento,

fuori di questo buco, arriverebbe

la mia voce? Ma non arriverebbe.

Come, dunque, però, m’è giunta, prima,

la loro? come fino alle mie orecchie

m’è giunto il canto? Forse non è giunto?

Io, forse, l’ho sognato? Sogno il canto?

Anche questo, soltanto una visione,

un’allucinazione dissennata

del desiderio? No, no, non visione,

e nemmeno allucinazione. Solo

il flebile fantasma della voce

d’un coro, il coro della mia baracca.

Io non ho visto niente, ho solo udito,

udito bene, l’ho riconosciuto,

nota per nota, l’ho riconosciuto,

il nostro canto, il nostro dolce canto

del commiato. Non era sogno udirlo.

O sì? come, del resto, pochi, certo,

pochissimi, venuti fino al muro

della cella, potrebbero venire

senza essere veduti? è notte? è buio?

Ma il canto, dopo, quello, il canto, è vero,

se, conficcato come sono dentro

questa fossa, l’ho udito anch’io, anch’io

mi sono teso, tutto, ad ascoltarlo,

mordendomi le labbra, trattenendo

il respiro, tirando indietro il pianto,

asciugandomi gli occhi col pensiero,

perché la vista, sì, anche la vista,

sprofondato nel buio, resti chiara,

mi resti ora più chiara, che non vedo,

e l’orecchio più acuto, più accogliente,

ora che non arrivano rumori

se non del sangue che mi scorre, ardendo,

sulle tempie, tra le ferite, in petto,

sulle cosce, nell’inguine che trema,

la punta delle schegge d’ossa infitte

nei muscoli, raschiandomi rabbiose

le budella; se, dunque, sminuzzato,

dentro questo canale di tritume,

coi piedi nella melma di cacate

infinite, di sangue e di midollo,

cacata, sanguinata, sgocciolata

la propria vita, il proprio agonizzare,

da chi m’ha preceduto in questa fine,

se quel canto l’ho udito, da qua dentro,

anch’io, come gli altri, gli aguzzini,

fuori, non l’hanno udito? E se quel canto

quelli là l’hanno udito, gli aguzzini,

com’è che non ho udito grida, spari,

che non l’hanno interrotto? quale ignota

pietà, nei loro ammuffiti cervelli,

li ha sorpresi? da quale sconosciuta

pazienza quei bastardi, finalmente,

sentine d’impazienza e incontinenza,

hanno permesso d’essere invasati

e dominati? Dominare? Dunque

soggiacciono anche loro alle pulsioni

dei nervi. Ma non hanno grado, i nervi.

Non comandano. Sono sbrigativi:

chiedono un’immediata esecuzione,

ignorano divise e coscrizioni,

Conoscono soltanto l’ubbidienza.

E senza discussione. Sotto il loro

influsso, ogni particola del corpo

cede all’imposizione. I sottomessi

agiscono, si torcono, sgomenti.

Sgomentare un tedesco? Ma può darsi

Che nemmeno tedeschi sono, quelli.

Belve, mostri, che nascono già persi,

già sgomentati. Se l’accanimento

che devasta, che uccide ciò che incontra,

sembra ferocia, forse, chi sa, solo

perché ne siamo vittime, ci sembra

tale, ma se guardiamo, se possiamo

guardare dal di fuori, distaccati,

l’accanimento, il gas, le fosse, i forni,

e quella che beffardi, gli aguzzini,

chiamano di nascosto soluzione

finale, vale a dire lo sterminio

definitivo, l’eliminazione

dalla faccia del mondo di noi tutti,

luridi ebrei che ci tagliamo il cazzo

per offrire un piacere più furente

alle puttane delle nostre donne:

sono previsti sedici milioni,

per cancellarci dalla terra, quanti

siamo noi tutti sparsi per l’Europa,

ma dalla storia cancellarci, come

vorrebbero, quand’anche di nessuno

non restasse che il corpo incenerito,

non potranno, e saranno giudicati,

se considereremo tutto questo,

se possiamo e, chi sa, forse dobbiamo,

guardare distaccati quest’orrore,

l’accanimento con cui si programma

e si organizza e si attua questa infamia,

non ci parrà ferocia, ma paura.

Paura, sì, paura: più di quanto,

solo a sentirli, tutti noi tremiamo,

solo a vederli, l’anima sentiamo

dal panico strappata via dagli occhi,

e dentro il cranio mangiarci la paura

tutto il cervello. Ma la nostra è solo

paura di finire. Quella invece

che rosicchia la mente di costoro

è paura di non avere ancora

nemmeno incominciato quel progetto

di uniformare il mondo e, sgomentati,

si sentono perciò dalla paura

addentati di non valere niente,

di non essere niente. E sono niente,

sono meno di niente queste sciocche

caricature del furore, questi

animali sbraitanti che ci stanno

sterminando. Non sono altro che niente.

Bestie da circo. Il loro sterminato

dominio è l’escrescenza d’una crosta

di sterco, sì, la crosta di una schianza,

la malattia da cui anch’io guarire

voglio, e dimenticarli, cancellarli.

Ma questa notte i poveri compagni

della nostra baracca hanno cantato.

Hanno cantato. Hanno cantato sotto

questo muro, l’intera notte udito

ho questo canto. Hanno cantato solo

per me. E gli aguzzini hanno ascoltato,

li hanno lasciati per tutta la notte

cantare il nostro canto di commiato.

Ma come so che non è un sogno? come

ch’era notte? poteva appena alzarsi

il giorno, essere comandato il canto.

Vogliono che le mie ferite solo

non siano ferite della carne,

delle ossa, del sangue che s’inquina,

impastandosi tra le fenditure

aperte dalla tibia che s’infilza

nel ginocchio. M’addentano con denti

più aguzzi, adesso. Ficcano aghi lunghi,

acuti, tra le costole. Perversa,

però, molto di più, dentro il cervello,

gli aguzzini m’infiltrano sapienti

la nostalgia di vivere, l’incanto

di tornare di nuovo un uomo sano.

E io ci casco, stupido, ci casco

dentro come una pera cotta, affondo,

un gemito, un sussurro, un lievitare

miracoloso del dolore, e sento

che vengo accolto, che m’accoglie il canto

di commiato dei miei compagni come

una berceuse, un Wiegenlied, la ninna

nanna del mio dolore che m’invita

a dormire, a sognare, che m’invita

a morire. M’avvolge, m’addormenta.

Mi culla piano piano. Ricordare?

Nel sonno in cui mi placo, che mi toglie

all’istante, al pensiero dell’istante,

che mi sottrae al tempo, al minuzioso

computo delle trafitture, al tetro

numero della notte che m’ingoia.

Ricordare? Ma posso, ancora, posso,

io, rimasuglio di me stesso, posso

ricordare? che cosa? come? quando?

in quale tempo? Fuori, forse, fuori

di questo tempo? fuori di ogni tempo?

Fuori, e basta? Non qui? non ora? e dove?

quando? L’interminabile schedarsi,

contro di me, del polverio di sensi

intorpiditi, no, non s’interrompe.

Una vecchia grattugia arrugginita

che mi scortica i nervi. Ricordare?

Non sono padre. Ma fui figlio. Ci hanno

divisi quasi subito, una volta

arrivati nel campo. Spinto a forza

nella baracca dove un ufficiale

m’aspettava, per depredarmi il poco

che avevo ancora addosso, l’orologio,

l’anello di mio nonno, la catena

d’oro con la medaglia, l’incisione,

una stella di David, le mie cifre

sul dorso: I. L ., Itzhak9 Lewy, nudi

li ho visti, tutti e due, dalla finestra

della baracca, nudi, in mezzo ad altri

vecchi, e nudi, anche, sporchi, accanto a loro,

le file dei bambini, visti, visti,

io, Itzhak Lewy, ma per i cristiani

David, il mio secondo nome, visti,

li ho visti con questi occhi, sì, li ho visti

in mezzo a quella folla di morenti

ancora vivi, mio padre e mia madre,

nudo mio padre, nuda anche mia madre,

che correvano verso il fondo, sotto

la pioggia, staffilati dai soldati

della guardia. Sentivo gli urli, udivo

il fischio delle staffilate. Nudi

come maiali verso il mattatoio.

Non sanno comandare senza urlare,

gli aguzzini. Non sanno commentare

senza strilli, quei rabidi sciacalli.

Grosso come un gorilla, come un orso,

ma calvo, un energumeno strillava

non so che cosa, dava calci a tutto,

ai bidoni, alla vecchia sventurata

che cascava, al bambino rotolato

per terra, lo coprì di calci, calci

dovunque, sulla pancia, sulle braccia,

alle gambe, alla testa, sulla faccia,

e lo finì col calcio del fucile

buttato giù più volte sul suo cranio.

E mentre l’energumeno gridava

a quel bambino: “muori, su, giudeo!

Ci liberiamo, sì, ci liberiamo

finalmente di tutto il vostro schifo”,

e mentre quello là così gridava,

a quel bambino, gli altri secondini

giù staffilate, anch’essi urlando, ai vecchi

che correvano. Ed una staffilata

colpì mio padre sulla faccia. Vidi

un lungo filo rosso disegnarsi

sulla sua guancia, un lungo filo rosso

dall’occhio fino al mento. Non lo vidi

mai più. Di lui ricordo il filo rosso

che rigava dall’occhio fino al mento

la sua guancia. Non altro. Non riesco

più a ricordare la sua faccia senza

lo sfregio di quel lungo filo rosso.

E’ quasi un marchio. No, quasi un sigillo

del ricordo. Il sigillo del dolore

sul volto di mio padre a ricordarmi

ch’era un distacco, che da quella volta

io non l’avrei mai più rivisto. Il lungo

filo rosso di sangue sulla guancia

era la fine della mia visione,

era l’ultima volta che potevo,

vedendolo, sia pure col pensiero,

dirgli. “T’amo, papà!”. Scomparve. Intanto

avevo anche seguito con lo sguardo

i movimenti di mia madre in mezzo

alle donne. Mia madre già non era,

infatti, accanto a lui. Un altro gruppo,

di sole donne, già s’era avanzato

fino al fondo del campo. E là scomparve

anche mia madre, insieme alle altre donne.

Ricordo il grande culo che scompare

nel buio. Di mia madre, gli aguzzini,

ultimo e solo ricordo lasciato

m’hanno quel grande culo che scompare,

inghiottito dal buio. I forni, quella

volta, non hanno smesso di bruciare

tutta intera la notte. Poi per giorni,

sospeso con il fumo sopra il campo,

l’odore aspro di carne abbrustolita,

denso, si mescolava con l’odore

acre dell’ammoniaca. Proibito

manifestare nausea. L’inferno

per noi, non era ancora incominciato.

Ma quando, dove, c’era stato un Eden?

Forse, chi sa, perduto, immerso, sperso,

tra le strofe di Saffo, tra le righe

di Tucidide, riconosciuto, amato

nei trimetri di Sofocle, adorato

nei giambi di Aristofane. Mio Dio!

E che ci fa, qua dentro, adesso, il canto

di costoro? quest’altro nudo canto?

Come me, nudo, come nudo mio

padre, e nuda mia madre. Come nudo,

nell’isola di Lemno, Filottete.

Anche allora già gli odi e l’abbandono,

e già la solitudine. Che serve,

Antigone, che serve rifiutare

l’odio10? La storia dentro cui smarriamo

le nostre scelte, dentro cui manchiamo

l’appuntamento che ci salverebbe,

ricomincia da capo sempre il corso

della sua fuga, ma non torna indietro.

E quale atto si recita qua dentro

della tragedia del fuggiasco? Il primo?

l’ultimo? Sempre noi Ebrei fuggimmo,

sempre fuggiamo, come Ulisse fugge

le Sirene. Respinti e attratti, un canto

che ogni volta crediamo dell’inizio,

ma è canto della fine. Questa fine,

la mia, uguale a tutte le altre fini.

L’atto non s’interrompe. Nel teatro

antico la vicenda si svolgeva

senza una interruzione, dalla prima

all’ultima parola. E si faceva

orgia di danza il canto senza rima

che commentava gioie e sofferenze

dei personaggi, per la disistima

dei crimini additando le indecenze

dell’uomo, che deturpano l’eroe.

Questa grandezza dunque reclamava

continuità. Che si precipitasse

dal fasto, dalla gloria, nel cordoglio

dell’infelicità, come succede

a Serse nei Persiani, senza un punto

di rottura, cadendo senza fine

nel baratro del male, dal cui fondo

non nascere ci salva solamente.

O giovani morire11. I sapientoni

d’Alessandria e con loro, dopo, i dotti

di Bisanzio hanno sezionato i testi,

li hanno divisi in atti, scene, cori.

Che arroganza! dovevano restare

indivisi. Lo scorrere del giorno

scorre intero nei versi, ininterrotto,

dal primo verso al verso che conclude,

nel nome delle Parche, la visione

del nostro nulla. Aveva in questo modo

anche la nullità dell’uomo aspetto

e onore di grandezza, la miseria

dignità di compianto. S’illudeva

così lo spettatore antico, come

chi ha visto bene in faccia il male,

di uscire dal teatro risanato,

purificato, e dunque assai migliore

di quando v’era entrato. Ma che serve?

Gli antichi sono antichi, sono morti.

Ci sarà sempre qualche professore

impettito, magari un professore

che occupa una cattedra usurpata

- la mia, può darsi? da cui venni a calci

scacciato via come un appestato?

Eh già! L’ebreo li contaminava,

li corrompeva, poveri ragazzi!

li guastava sfoggiando erudizione,

innalzando la dignità dell’uomo

a valore, a valore dei valori,

come mi permettevo? indegno, impuro

gnomo dal naso adunco, come osavo,

storpio folletto, démone ingobbito,

sentina d’una indegna, contraffatta,

iniqua erudizione, come osavo,

io stesso indegno, contraffatto, impuro,

mescolarmi alla schiera degli eletti,

io, l’errante, il lenone, lo strozzino,

figura della folla dei reietti? –

ci sarà sempre un professore, in qualche

parte del mondo, che darà la baia,

lui, l’astuto, ambizioso carrierista,

lo svelto, scaltro scartabellatore,

all’improvvisazione dei poeti.

Ma dove si rintana, dove fugge

ora la mia memoria? Quasi fino

alle lacrime, sì, mi commuoveva,

era capace di rapirmi, un verso

di Sofocle, di Euripide, di Saffo.

Ma conficcato in questo buco, in questo

buio inferno, nell’umido pertugio

d’una disperazione senza scampo,

che me ne importa delle insulse beghe

dei professori, delle stolte, vane

diátribe di filologi e linguisti,

delle meschine, turpi sgomitate

dei colleghi? Quel mondo ormai da tempo

non è il mio mondo, m’è lontano, come

mai il mio piede non avessi messo

nei corridoi, nell’aula, negli uffici

di un’università. Se penso invece

che proprio quello era il mio mondo un tempo

e mi pareva un vero mondo, il mondo

della mia libertà. Dal punto adesso

da cui lo guardo, limitato, chiuso

m’appare, quasi più del buco sconcio

in cui vivo mi fanno agonizzare.

Sì: piccolo e lontano. Mi prosciugo.

M’avvicino alla fine e mi prosciugo.

Mi prosciugo perfino di ricordi.

Non voglio ricordare. No, non voglio

più. L’ufficiale mi spogliò di tutto.

Anche del mio violino. Anche dei libri,

pochi, una Bibbia, un Sofocle, un Omero,

un Tucidide. Un’altra volta vinte,

perché ragioni della parte inerme,

le ragioni dei Melî. Ma sapevo

tutto il passo a memoria. Lo gridai,

come uno schiaffo, tutto, in greco antico,

alla testa di paglia che m’ha messo

qua dentro, prima che mi frantumasse

l’ossa. Storse la bocca. Lo credette

ebraico. La lingua degli Elleni,

che credono il modello d’ogni pura

lingua ariana, confusa con la lingua

d’Israele! Sta bene. La parlai,

allora, questa lingua, la cantai,

alta, sonora, dura, con le parole

di David: tu, di che ti vanti, sciocco?

di che t’inorgoglisci, prepotente?

Dio ti distruggerà. Te dalla terra

rimosso che calpesti, te per sempre

escluderà dal ceppo dei viventi12.

Qui tacqui e cominciarono in quel punto

a stendermi e spezzarmi tutte le ossa.

Nemmeno il mio violino, gli aguzzini,

m’hanno lasciato. Ne sentivo, i primi

tempi soltanto, la mancanza. Dopo,

con quali mani, quali dita, tutte

secche, tutte rugose, rattrappite,

lo avrei suonato? Cantavamo. Peggio,

fin dall’inizio, mentre fuori, nudi,

vedevo con mia madre incamminarsi

alla morte mio padre e l’ufficiale

mi spogliava di tutto e c’era l’altro,

l’orango, che sbraitava, che ammazzava

un bambino col calcio del fucile,

peggio fu quando l’ufficiale prese

tra le mani la Bibbia: non sapeva

da che parte guardarla, la girava

e la voltava di sopra e di sotto

la ruotava a sinistra, a destra, e dopo

la riguardava torvo. Ma d’un tratto

comprese, diede un urlo, la sua bocca

si storse in una smorfia, e disse: “Al fuoco,

nel forno, insieme a loro!” Si distese

allora finalmente la sua faccia,

ammiccò sorridente al suo sergente,

ed infine scoppiò, convulso, bieco,

in una gigantesca, rumorosa

risata. Seppi allora che avrei fatto

la stessa fine. Non ebbi paura.

Nemmeno, forse, odio. Non provai

disgusto. Forse quegli esseri biondi,

quasi albini, slavati, una spalmata

di panna sulla torta, quelle bestie

unte, grasse, le dita appiccicose,

quelle pance gonfiate dalla birra,

quelle cosce ripiene di salsiccia,

forse quegli animali urlanti

non erano davvero della specie

alla quale appartiene l’animale

che sono io, davvero, forse, siamo

non di due razze, ma di due diverse

specie, cugini, forse, non fratelli,

come la scimmia e l’uomo, come i cani

e gli sciacalli, il gatto e il topo: loro

sbiancati dalle notti delle selve,

noi cresciuti nell’onda degli ulivi,

abbronzati dal sole del deserto,

allevati tra nudi scogli e spiagge

bianche nel mare tra le terre antiche

di Pindaro, di Giuda e di Giuseppe,

d’Annibale, di Orazio e di Lucano,

inebriati dal frutto che inebriava

il Patriarca – risero i suoi figli

della sua nudità, noi, figli eletti

d’un Dio che ci sorride e che c’inebria,

loro, assassini furenti d’un dio

notturno, un dio di morti orbo e furente.

Ma da quel punto un obbligo fu certo

per me: m’imposi di mai più guardare

negli occhi l’animale che mi stava

di fronte. Hanno ragione. I nostri corpi

non nascono da grembo uguale. Siamo

due specie differenti. Non potremo

mai incontrarci sulla stessa strada.

Uno di noi dovrà lasciarla all’altro,

e incamminarsi per un’altra strada.

4.


La stessa scena. L’uomo ha perso molto sangue, per i continui sforzi di cambiare posizione. Il corpo è tutto percorso da una specie di sudore rosso, che traspira dalla pelle, cola giù a piccole gocce per tutta la durata della scena.


L’UOMO Figlio di David, quando per la prima

volta lessi il tuo testo13, ne rimasi

perturbato, ma non ti riconobbi.

Io non immaginavo, quando lessi,

che la visione di così deserto

e devastato territorio fosse

non lo sconforto e l’astio di un perdente,

ma lo scarno racconto di chi siamo.

Raccontarci, però, chi siamo, forse,

più che la prevedibile sconfitta

di un’illusione, può condannarci

all’esequie finale della bella

illusione di crederci e sperarci

diversi. Ma possiamo noi davvero,

noi che guardiamo e che viviamo tutto

questo male, nutrire l’illusione

che la vita è diversa, che diverso

è l’uomo che la vive, che diverso

anche è l’uomo che ce la fa subire

come un inferno senza vie d’uscita?


Se tutto è male, e non esiste il bene

se non come speranza defraudata,

come illusione sempre rinviata

di una vita migliore, e non contiene


il nostro cuore altro che i nostri errori,

e l’odio del carnefice misura

l’odio della sua vittima, che dura

l’orrido tempo della sua tortura,


se non altro reale c’è nei cuori

di chi subisce che la sua paura,

e non altro che indomita sciagura

ricolma il vuoto della sfaldatura,


se non altro che un torbido furore

rimescola le viscere del vile

che infligge ai sottoposti il suo rancore

di non essere di sé che lo scurrile

palinsesto di più grande abiezione,

se solo accoglie il grido del morente

ciò che finisce, ed altro il sofferente

di sé non sa che la disperazione,


io che qua dentro soffro e mi racconto

la mia morte già prima di morirla,

che cosa guarderò? quale illusione

ricacciarmi nel cuore e soffocarla

nello stomaco vuoto, come pasto

di scartato animale, quale vita,

se la mia sofferenza è che sperare

una via di salvezza, figurarmi

che c’è da qualche parte una di fuga,

nemmeno come sogno, come vano

delirio posso crederlo reale?

Ora comprendo bene, Salomone,

il senso tutto delle tue parole.

Orgogliosa ripulsa, o ribellione,

può darsi, alle inflessibili lezioni

di morale che alla recalcitrante

mia giovinezza, con una snervante

assiduità mio padre m’imponeva,

furono l’abbandono ed il rifiuto

della preghiera nella sinagoga.

Ma mio padre m’accorsi che l’amavo,

che disperatamente, sì, l’amavo,

quando nudo lo vidi insieme agli altri

vecchi correre sanguinante verso

le docce, ma sapevo che la corsa

era verso la morte. Come adesso,

ma da fermo, la mia. Con il ritorno

di quell’amore, dalla mia memoria

mi ritorna l’amore, non di Dio

- chi amare può quel Dio che vede questo,

e lo permette? - ma della parola

che crediamo la sua. Nessuno crede,

a dire il vero, che così dettata

abbia Dio la parola, che crediamo

sua, se davvero un Dio l’abbia dettata.

Ora, però, chiunque le dettasse,

Dio, Salomone, o chi si proclamava

Salomone, quelle parole tutto

a un tratto si chiariscono, si fanno

verità, ma non la verità del mondo:

la verità di me, che sto qua dentro.

Nell’inverno dei sensi, in questa notte

della ragione, dentro questo buio

del buco in cui sprofondo, ormai spezzati,

oltre che l’ossa, anche tutti i miei nervi,

la mente mi s’illumina e capisco.

Mi ripeto di nuovo le parole

che ascoltai da bambino, ne ripeto

nella mia mente l’eco, che se allora

fu di premonizione, non compresi,

ne accolsi inerte e sordo la minaccia.

Ora il suono lontano e ormai straniero

delle parole che mio padre, calmo,

declamava, mi strugge con il dolce

sfinimento del rivenire vano,

e soffocato, di un’ombra, la spenta,

opaca ombra, vivente ancora, d’una

infanzia irreversibile e perduta.

E perduta, con essa, l’innocenza

delle parole. Anch’io, ora, mi perdo.

Non torno indietro. Passo. Mi concludo.

Come passiamo tutti. Tutto è niente.

Una generazione passa, un’altra

viene, l’uomo non resta. Il sole nasce,

e tramonta, ritorna nello stesso

punto, rinasce, ritramonta. I fiumi

finiscono nel mare, acqua nell’acqua,

ma il mare non trabocca. Il vento soffia

a ovest verso il pascolo dei morti.

Il vento gira e si rigira, torna

sui suoi giri. Non resta del passare

del vento che il passare d’altro vento.

Ma non resta dell’uomo ch’è passato

nemmeno il suo passaggio. Come nulla,

nel nulla l’ombra spenta si dilegua.

Ho visto le oppressioni, ho visto tutte

le oppressioni che sotto il sole, sempre

nuove, l’uomo sull’uomo, in ogni parte

fa subire del mondo. E tutte ho visto

le lacrime che colano dagli occhi

degl’innocenti, ma nessuno, al mondo,

che le asciughi, nessuno che ne plachi

la sofferenza. Ho visto l’impotenza

di chi vorrebbe contrastare il male,

resistere al furore dissennato

della violenza, ma la mano amica

che ci sollevi dal dolore, il braccio

che ce ne tragga fuori, da nessuna

parte m’è stato dato di vederli.

Ma può l’inaccettabile occultare

e fingersi un’uscita dall’inferno

chi nell’inferno vive sprofondato?

La differenza tra la dannazione

del mio dolore e della mia sicura

fine, e lo scampo che apparentemente

libera gli altri da quest’inferno,

è un bell’inganno crederla illusione

che non arriverà la fine. Arriva,

ed arriva per tutti: moriranno,

un giorno, anche questi aguzzini, poco

importa in che momento. Uguale sempre

una falce recide, e le pareggia,

tutte l’erbe del campo. Prima o dopo,

che importa? C’è chi ascolta, e chi rifiuta

di ascoltare. O se ascolta, non risponde.

Natura, forse, del divino, solo

il silenzio. Se grido giorno e notte,

il grido resta inascoltato. Il trono,

davanti a cui lo grido, è vuoto. O vuoto

ciò che solo da noi supposto è trono,

ma che potrebbe essere un sogno, quello

d’immaginarci al mondo più importanti

di un microbo, di un verme, di una pietra.

Se mi guardo, che sono? Un corpo, un tronco,

che scende nella fossa, un uomo solo,

cui non giunge soccorso, abbandonato

come il cadavere di un appestato,

in un sepolcro improvvisato, quello

che nessuno ricorda, cui nessuno

innaffia un fiore sulla tomba. M’hanno

conficcato in un buco, sprofondato

in una tomba, questa dove, vivo,

già dormo la mia morte: e sono solo.

Proclamo che beati sono i morti,

e più felici quelli che non sono

nati. Nessuno sbocco all’infelice

che non vede altro buio che l’orrenda

notte della sua tomba, dove vivo

giace sepolto. Maledico il giorno

in cui nacqui, la notte in cui si disse:

“E’ stato concepito un uomo”. Il resto,

non è per me. Conosco la risposta.

Questa: “Dov’eri tu quando gettavo

le fondamenta della terra? dove,

quando fissavo gli astri nella volta

del cielo?”14 Sì, lo so: non c’ero. Colpa

non esserci? morirne come muoio,

forse una punizione? Ancora sento

intatto il mio cervello. Non so come,

funziona ancora. Casco sulle stesse

ferite, ogni millimetro che affondo,

un grido che non grido, chiusa dentro

ogni bocca, fermata ogni parola,

che non sia la mia pelle, il sangue, il ventre

lacerato da turbini improvvisi,

violenti, di non so che cosa, sento

solo l’amaro che m’arriva in bocca,

e questa furia d’aria che mi squarcia

le viscere. Non sono che il fantasma

di me stesso. Ma, non so come, ancora

il cervello funziona. Scotta, esplode,

ma funziona. Con questo mio cervello,

allora, anch’io rispondo, ti rispondo.

Non c’ero, no. Ma qui, ora, ci sono.

Tu, dove sei? Ti avevo chiesto, appena

chiuso qua dentro, di non ascoltarmi.

Non ascoltarmi. Tanto, la risposta,

che tu mi ascolti o no, sarebbe sempre

quella: “Dov’eri tu?” Qua, qua, qua, sono

Che mi frega dov’ero, che mi frega

di saperlo dov’ero prim’ancora

di nascere! Qua sono!

Non mi vedi?

No, non mi vedi. Tu non hai né occhi

né mani. Tu non vedi. Tu non tocchi.

Non hai bocca, non parli. Non ti siedi


su nessun trono, il cielo in cui risiedi

è una favola buona per gli sciocchi

che ci credono, da lassù non scocchi

fulmine alcuno, né grazie concedi.


T’hanno inventato il gelo e la paura

della morte, ti ha dato una figura

il nostro sogno di consolazione.


Ma nei giardini e nei deserti niente

sembra una tua parvenza. Indifferente

guardi l’uomo e la sua disperazione.


Storce la bocca in una smorfia di dolore.


Come ora guardi me, ma non dai segno

né di vedermi, né di avere voglia

di mandarmene qua qualcuno. Degno

non ritieni il mio corpo che si sfoglia


né d’un tuo sguardo né d’una parola.

Io chiamo l’aria, invoco il buio, chiedo

parole al muro. Non ho che una sola

risposta: un tu farsesco al quale cedo

l’immaginario dio che non risponde.

Ma che altro tu, ficcato in questa nuda

solitudine, ora, mi corrisponde

se non il muto ghigno che denuda?

Sarò, tra breve, un ghigno. Quanto prima,

tanto meglio. Non lo vedrò. Veduto

da chi lo volle, spero, come un’infima

smorfia che dice: “Anche tu sei fottuto”.


Ora, però, fottuto, qua, ci sono

solo io, io e questo tu maligno

che non mi lascia in pace. Grida, freme,

dentro di me, m’insulta. Lo detesto.

Una specie di sosia. Un solitario

testimone del mio degrado. Quale

altro interlocutore mi dovrebbe,

del resto, dare retta? e dove? dentro

questo merdaio? sprofondare, tutto,

mi sento dentro. Il corpo, tutto quanto,

non solo i piedi, il corpo, dalle piante

dei piedi, su, su, su, fino ai capelli,

tutto quanto una merda. Le pareti

del buco sono diventate lastre

di merda, umide, scivolose, quasi

mi viene voglia di leccarle, ho sete,

la lingua è gonfia, gonfia, ma rasposa,

secca, sembra uno scorfano che gratti

la mia bocca, mi scortica il palato,

ho sete, se leccassi le pareti

del buco, mi berrei, mi calmerei

la mia fame, la sete, è merda, piscio,

sudore, ma si beve, ma si mangia.

Per fare che? per vivere? protrarre

l’agonia? No, resisti, pazzo, devi

resistere, vuoi prolungare questo

tuo prosciugarti? vuoi alimentare

il morso della bestia che dilania

il tuo tempo? sospenderlo nell’aria,

il dente pronto a perforarti, il labbro

già disposto a succhiarti, dalla vena

isterilita, l’ultima tua goccia

di sangue? Sogni di affamato. Sogni

di affamato che il gelo rattrappisce,

che si morde, gelato, dentro il ventre,

le budella, che succhia il proprio

sangue, come liquore stagionato,

la vita, tutta la tua vita, idiota,

che si raggruma in qualche sorso. Sogni

che tu devi respingere, non fanno

che rallentare ciò che tu vorresti

immediato, improvviso, più veloce

di un fulmine, istantaneo come un lampo.

Finisce. Sì, finisce. La minaccia

di una continuazione mi spaventa,

qualunque essa mi giunga, da qualunque

parte, in qualunque modo, da chiunque?

Ridicolo aspettarla dal fantoccio

ch’io mi fingo mio interlocutore.

Come se dire, come se parlare,

perfino se in un giorno come questo,

senz’altri testimoni che la voce

stessa che parla, come se pensare,

o - anche - solo gemere, soffrire,

non ci fosse possibile che quando

qualcuno ascolta, ci risponde, fosse

questo qualcuno anche la nostra voce,

il nostro orecchio. L’interlocutore

di chi parla, nessuno lo ascoltasse,

è il suo stesso parlare. L’esercizio

della parola è un dialogo. S’inventa,

se non c’è, l’altro che si faccia voce,

ma soprattutto, che ci ascolti, muto.

Che cosa credi? Questo sei. Sì, questo:

una mia invenzione. No, nemmeno

la proiezione di un mio desiderio,

ma una solitaria, punitiva

invenzione. Una sorta di onanismo

mentale. Questo, sì, non altro. E dunque,

mio caro, non esisti. T’ho inventato,

in un momento in cui la fantasia

dormiva. E non mi sembri un’invenzione

originale, proprio no. Sei stato

già molte volte, da molti altri, in molte

occasioni, inventato. Troppe volte,

chi sa. Non fosse che la mia paura

ti rifiuta, ti dessi retta - come,

non lo so - ti lasciassi aperto il campo

della mia mente, tu che dici? allora

starei meglio? vivrei? la scamperei

da questo buco? e tu mi salveresti?

o morrei prima? e il modo del soccorso

il modo di salvarmi, proprio in questo

consisterebbe? che mi affretteresti

la mia fine? e mi precipiteresti,

finalmente, nel grande vuoto, dentro

quell’altro buco, dove scompariamo

tutti: il buco del tempo già trascorso,

del tempo che non è più tempo, il niente

che chiamiamo passato, ma ch’è solo

ricordo, e non ricordo di chi parte,

ricordo di chi resta, se qualcuno

c’è, per me, ci sarà, che mi ricordi.

e ricordando, tutto ciò che vissi

prenda per lui figura di passato?

Altra figura non si dà per noi,

in nessun modo, di sopravvivenza.

Questo, mi accresce o calma la paura?

Mi getta nell’angoscia o mi solleva

dal terrore del nulla in cui sprofondo?

Ma io voglio che sia nulla. O non lo voglio?

Ora che sento avvicinarsi il punto

del distacco, che sento dalle gambe,

su per le cosce, fino al ventre, fino

all’ombelico, quasi, intorpidirsi,

le trafitture del dolore, i nervi

farsi al tratto distesi, meno acuti,

come un addormentasi a poco a poco,

di tutti i sensi, ora che sopraggiunge

l’ora invocata, l’ora sospirata,

del mio definitivo annientamento,

ho paura, mi coglie smarrimento

del mio stesso smarrirmi, del mio stesso

finire e già sentirmi di finire.

Questo, è morire? Questo, ciò che invano

fino adesso, gemendo, rivoltando

uno per uno su se stessi tutti

i miei pensieri, vomitando grumi

di parole, imprecando, bestemmiando,

affondato com’ero nella mia

stessa pietà di me, nella miseria

di quella mia pietà, questo imploravo,

supplicavo, chiedevo, richiedevo,

esigevo, non so da chi, né come,

che per me finalmente si compisse?

ch’io cioè scomparissi, m’annientassi,

precipitassi nell’eterno niente

da cui veniamo e al quale tutti andiamo?

E adesso che comincia ne ho paura?

Il buio, ora, qua dentro, meno spesso

mi sembra. Credo di vedere il muro,

davanti a me, non più solo sentirne

l’odore, il tanfo, di salnitro, muffa,

piscio, sangue. Mi pare di vedere

qualcosa che si muove, un’ombra, il guizzo

di un’ombra, di una luce, sotto il naso,

davanti al naso, fino agli occhi - cazzo!

l’ho perso. No. Ritorna. Scende piano

fino al naso. Qualcosa che mi sembra

scendere, scivolare fino al naso.

Qualcosa di umidiccio, di molliccio,

una limaccia, credo di vederne

il dorso maculato. Viene lenta

verso il mio naso. Si protende, annaspa

nell’aria, ecco, mi tocca. Dai capelli

alla pianta dei piedi mi trascorre

il ribrezzo, vorrei morire in questo

punto. Un brivido fitto mi sconquassa.

Tremo tutto. La sento - dio, che schifo -

la sento scivolarmi sulle labbra.

E’ viscida, bavosa, puzzolente.

La mangiassi? Chi sa, la finirebbe

di tormentarmi. E io mi sentirei

finalmente qualcosa sotto i denti.

No, che schifo, non posso. Se volevo

mangiarmi anche la merda, prima! Devo

affrettarmi, lasciarla entrare dentro,

sì, dentro la mia bocca, devo fare

presto, prima che strisci via, che scappi,

che mi sfugga. La bocca, devo aprire

la bocca. Dio, non ci riesco. Dagli.

Solo uno sforzo. Scende. Se no, scende. -

Evviva! ce l’ho fatta. Che sapore

ripugnante. Sapore, in ogni caso.

Si muove ancora. Dentro la mia bocca.

Si muove tutta dentro la mia bocca.

La stritolo, la mastico, la spremo

e me la ingoio. La sto masticando.

E’ un animale impuro. Ma lo mangio.

Un animale impuro come i polpi,

come il maiale, come il pescecane,

come questa limaccia che si torce

sulla mia lingua, e sputa bava, quanta,

dio, quanta, che schifo, un animale

che non ha squame, senza peli, nudo,

sì, nudo come me qua dentro. Faccio

schifo anch’io, nudo, come questa cosa

che mi spappolo adesso nella bocca.

Sembra una gelatina. Disgustosa.

E’ finita. Sta ferma. Non si muove

ormai più. L’ho ridotta una poltiglia.

Me la ingoio, La ingoio. L’ho ingoiata.

Non è accaduto niente. Un po’ di schifo,

il conato d’un vomito, la fitta

dall’inguine alla bocca, per la bava

che mi sputava sulla lingua. Basta.

Non c’è nient’altro. Niente. Un segno. Un segno

di vita, di sopravvivenza, dentro

questo sepolcro. Ho sempre fame. Ho sete.

Lecco il muro. Sì, lecco il muro. Posso

mangiare una limaccia o forse solo

un enorme lombrico, l’ho mangiato,

perché non posso, non dovrei leccare

questo muro che puzza di escrementi,

che suda sangue, sa di muffa, cola

strisce di piscio e di salnitro? Cola

giù dall’alto, come una pioggerella,

come scolo di un rubinetto guasto.

Magari gli aguzzini, là di sopra,

ci vengono a pisciare, ce la fanno

per sfregio, sulle nostre teste, come

se pisciassero sulle nostre tombe.

E io lecco. Lecco, stronzi, anche la piscia

che mi pisciate in testa. Ho sete, e lecco,

ve la lecco sul muro, dai! pisciate!

Calmatemi la sete. Filtra, non so come,

una lama di luce. Su, dall’alto.

Chi sa, qualcuno, forse, dal di sopra,

sta tentando di aprire la mia cella,

di alzare questa botola e guardare

qua dentro. Forse lo stesso che prima

m’è sembrato sentirmelo pisciare

in testa. Gli vorrei sputare in faccia.

Vorrei gridargli: sono vivo, sono

ancora vivo. Mi ci sforzo. Devo

sforzarmi. Sono vivo. Sono ancora

vivo, stronzo. Se sei venuto solo

per questo, sono vivo, sono ancora

vivo, non sono ancora morto. Devi

aspettare, aspettare. Devi ancora

aspettare. Non sono morto. E’ troppo

presto. Il lavoro è stato fatto bene.

E’ lunga, come vedi, l’agonia.

Non posso dirti quanto può durare,

ma dura, come vedi, dura ancora.

Ciao! ci rivediamo. No. Non credo.

Noi non ci rivedremo. Potrai, forse,

tu rivedermi. Ma io no. Non posso.

Sarò morto. Sì: finalmente morto.

Finalmente per te. Ma finalmente

anche per me. Sarà finita. Tutto

no, per te. Ma per me, sì, tutto, tutto

finito. Che liberazione! Adesso,

vattene, stronzo. Lasciami morire

da me, senza nessuno. Solo. Solo

con me stesso. C’è sempre quella lama

di luce. Quando te ne vai? che aspetti?

Assassino, che guardi? che non muoio?

Muoio, muoio, non ti preoccupare.

Vattene. Mica per pietà. Non sai

tu, la pietà, che cosa sia. Non voglio

io vederti, non voglio, lo capisci?

E’ l’ultimo mio desiderio. Credo

che ai condannati si conceda. Dunque,

stronzo, vattene. Voglio stare solo.

Voglio morire solo. Non ti voglio

vedere. Non ti voglio più vedere.

Non ti vedrò. Non ti vedrò per sempre.

Oh, questa è beatitudine. Pensare

che il grugno di animali come voi

non lo vedrò mai più, mai più, per sempre.

Ma che cosa mi striscia, ora, sul muro,

davanti agli occhi? Si protende, tocca

la mia fronte, mi scivola sul viso,

striscia sul collo, scende, scende, scende.

Eccone un altro. Già mi lecca il braccio.

Un terzo mi formicola sul dorso.

Ma che cos’è? Mi punge. Uno scorpione?

una blatta? una scolopendra? un ragno?

Eccone un altro ancora. Quanti sono?

Me li sento già tutti scivolare

addosso. Me li sento sulla pelle

di tutto il corpo, lunghi, scivolare,

strisciare, umidi, grassi, appiccicosi,

e lambirla, leccarla, cento, mille,

altri pelosi, me li sento lievi

solleticarmi, rovistarmi tutto

il corpo, penetrarmi nelle orecchie,

dentro il naso, nel culo, stuzzicarmi

la bocca dell’uretra, morsicarmi

l’ombelico, i coglioni, morsicarmi

dappertutto, anche dentro, ragni, blatte,

che cosa sono, dio, che cosa sono?

quei pungiglioni velenosi sento

che si ficcano, vanno giù come aghi,

che la morsicatura resta, brucia,

mi prude. Aiuto! Sento il morso dentro

il culo, dentro le budella, sento

che fuori e dentro sono divorato!

Ma basta, basta, non resisto, basta.

Una fetta di lardo sulla terra

assaltata da file di formiche,

una goccia di miele risucchiata

dal ronzio fitto d’uno sciame d’api,

la carogna d’un topo rosicchiata,

lambita, penetrata, visitata,

abitata da cento, mille vermi,

che strisciano, si torcono, vivaci,

per tutto il corpo, affondano nel nero

liquame della decomposizione,

questo ora sono, e vivo ancora, prima

di morire, così sono mangiato. -

Mio Dio, fossi anche solo la figura

di questa mia disperazione, solo

un interlocutore immaginario,

chiamato adesso dalla mia paura,

Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe,

Dio, aiutami, non abbandonarmi.

Dammi l’istante che non ha memoria,

l’istante delle bestie, l’occhio vivo

che guarda e vede solo l’immediato,

dona ai miei nervi scoperchiati e tesi

l’inconsapevolezza delle piante,

oppure no, sprofonda la mia mente

nell’inerzia insensata delle pietre,

come il muro che mi sta qui davanti,

che mi vede morire, ma non grida,

che assorbe il sangue d’ogni condannato

senza fremere, assiste all’agonia

senza muoversi, sano, intatto, senza

screpolarsi, né gemere incrinato,

soltanto qualche lacrima d’orina

e di salnitro, il sangue raggrumato

di quelli che qua dentro, soli, sono

morti, prima di me. Fa’ ch’io li segua,

senza pentirmi di lasciare il mondo.

Una voce martella la mia mente.

Ripete, mi ripete, con il suono

stesso della mia voce, nell’orecchio

mi ripete suadente, dolce, sempre

la stessa cosa. Non so se consiglio,

se invito, se ricordo, che cos’altro.

Sopra i banchi di scuola lo leggevo,

e piano sulle labbra il ritmo, il canto

di quei versi tra me mi ripetevo.

Era la voce di un grande poeta.

Del poeta, anzi, che da quei lontani

giorni di scuola, m’è rimasto sempre

compagno, sempre amico, nell’orrore

della barbarie che mi depredava

della mia terra e della sua lingua: Goethe.

Con Beethoven, per me, l’unica voce

che credo, voglio credere tedesca.

Quei versi è Faust a dirli: è solo, adesso.

Lui che voleva tutto, adesso è solo.

Perché ritorna, e perché ora mi parla,

ripete, mi ripete, questa voce,

l’invito che bambino già cresciuto

leggevo sopra i banchi della scuola,

e già m’impressionava, mi smarriva,

mi lacerava dentro, come fosse

non di Faust quel lamento, ma mia voce,

un invito, un consiglio, che cos’altro,

un ricordo, il ricordo di me stesso

bambino che leggevo il mio ricordo?

Rinunciare. Nient’altro. Rinunciare.

E sia! del resto, che altro posso fare?

La mente che si spappola, il cervello

che s’annacqua. Morire, non è questo.

Questo è guardarla, prima di morire,

la morte che si muore. Già mi vedo

liquame. Già mi sento putrefatto.

Penso dentro il cadavere che sono

diventato. Non mi spaventa. Sogno.

Sogno di sopravvivere a me stesso

come altra cosa. Il corpo si distacca

dalla mente, si fa materia inerte,

che fermenta di nuove vite. Tutte,

più di me necessarie, perché vive.

Aspetto che si faccia, finalmente,

silenzio. Ch’io mi perda, ch’io mi senta

perdere, ch’io mi strappi da me stesso,

e che, così strappate, le due parti

di me non si conoscano, che l’una

non riconosca l’altra, che la mente

scompaia, si svapori nel cervello

che si sfascia, nel cranio che contiene

ormai una poltiglia che marcisce,

una materia che si decompone,

e il corpo, finalmente solo, vada

per la sua strada, si consumi poco

per poco, e poi si assimili alla terra.

Essere niente. Finalmente niente.

Come prima che il seme di mio padre

fecondasse mia madre. Come prima

che il primo uomo fosse concepito.

Come prima che il primo essere vivo

lasciasse il mare e poi strisciando, alzando

il capo, protendendo piccoli arti

dai fianchi, cominciasse a scorrazzare

per il mondo, abitare le foreste,

le pianure, fuggire nelle grotte,

scappare dalle belve, dai nemici,

sulle paludi, dentro le capanne.

Non l’avesse, quel capo, sollevato

mai dalla terra. Non avesse il primo

essere vivo mai lasciato il mare.

Non si fosse divisa mai la prima

cellula e l’universo rimanesse

un’esplosione inutile di stelle.

Ma tutto, infine, si ricondensasse

in un piccolo, denso, buco nero.

Solo allora potrei forse chiamarti

Dio d’Abramo, d’Isacco, di Giacobbe.

Coinciderebbe, finalmente, il tuo

silenzio col silenzio d’una fossa,

dove la luce non entra, non esce.

5.


L’uomo sembra ora inerte, il capo reclinato quanto lo permette la ristrettezza della cella. Per tutta la scena, non si muove più. Piano piano si fa più buio. Alla fine la sua figura scompare, e si ode solo la sua voce, che si affievolisce a poco a poco fino a svanire.


L’UOMO Uscire. Quando sono entrato? Forse

io sto davvero uscendo. Da che cosa?

per penetrare, dove? o - penetrato? -

E’ buio. Sempre buio. Anzi, mi sembra,

ora ancora più buio. - Penetrare?

In quale parte? fuori della fossa?

del campo? quale la baracca? fuori?

Sto andando fuori, fuori dall’inferno,

fuori dal campo? è vero? è proprio vero?

Sì, che bello. Sto morendo. Vivo? Dunque

finisce qui. Che - io - ne - sto - uscendo.

Ne sono uscito. Sono penetrato.

In un altro dominio, un altro spazio.

penetrato, ma sì. Cammino. Posso

muovermi. Sì, mi muovo. Penetrato.

Dove? da chi? Non io. Nessuno passa

qui dentro. Ma perché dico “qui dentro”?

Fuori. Sono già fuori. Uscito. Questo

non è più, come prima, il buco, dove

io, come un chiodo, stavo conficcato,

il buco in cui non entra mai la luce,

da cui non esce. Sono uscito. Sono

uscito, finalmente. Sento freddo.

Fa più freddo qua fuori. Io, sono uscito.

E adesso? Vado. Penetro. Che cosa?

Dove? Ma se sto fermo. Attraversato.

Attraversato da me stesso, in tutto

il corpo, attraversato dalle mie

ossa, un osso nell’altro conficcato,

un osso dentro l’altro attraversato.

No, forse attraversando. Attraversando,

certo. Sì, attraversando nuovi luoghi,

nuovi spazi, altri mondi. Quali mondi?

di quale mondo? forse di me stesso?

mi attraverso? attraverso ora il mio corpo?

sono me che attraverso, non so come,

me stesso? col pensiero? con la mente?

o per davvero il corpo, questo corpo

che non mi sento più, che sembra quasi

ora il corpo di un altro, che si stacca,

che mi sembra staccarsi, che lo sento

già staccato da me, davvero il corpo,

questo mio corpo, si divide, spacca,

s’attraversa, si penetra, si squarcia?

Squarciato da me stesso. Non c’è male.

Come ho fatto? da quale parte? in quale

parte di me? di chi, se no? Che noia.

Io … no … non attraverso … resto … fermo…

penetro … forse … penetro me stesso …

ora mi sto … sì … mi sto penetrando …

mi … sono … penetrato … morto? … vivo? …



FINE



Amorgós, 12 - 16 luglio 1997.

Prima revisione e copiatura, Roma, 28 luglio - 2 agosto 1997.

Seconda revisione, Venezia, 1 - 31 ottobre 2004.

1 La nudità completa dell’attore rispetta la condizione reale del deportato condannato dalle SS alla cella della morte. Ma qualora tale nudità impedisse all’attore una piena padronanza dei gesti e della voce, ostacolasse la naturalezza della recitazione, oppure costituisse comunque un impedimento alla messa in scena o per riserve della censura o in considerazione dell’atteggiamento magari ostile del pubblico, degli stracci laceri possono coprire in parte il corpo dell’attore, forse perfino con risultato visivo più intenso ed efficace della nudità integrale, che in ogni caso resta la scelta ideale. Quanto alla recitazione, i versi non vanno assolutamente declamati, ma detti con estrema naturalezza, come fossero prosa, seguendo le pause e i respiri della punteggiatura. Il ritmo del verso è già marcato dalla scansione dei suoi accenti, non c’è pertanto bisogno di evidenziarlo con artificiosa dizione.

2 Salmo XXII, 2. La numerazione dei salmi è quella della Bibbia ebraica.

3 Salmo LXIX, 22.

4 Giovanni, XIX, 34. Salmo XXXIV, 21: “Custodit omnia ossa eius. Non confringetur ne unum quidem”. L’allusione evangelica, e ancor più, quella al salmista, è amaramente ironica.

5 “ ‘Questa malattia non è mortale’ (Io., 11, 4). Eppure Lazzaro morì…” , Soeren Kirkegaard, La malattia mortale, Introduzione, traduzione italiana di Cornelio Fabro, in Soeren Kirkegaard, Il concetto dell’angoscia / La malattia mortale, Firenze, Sansoni, 1953, pag. 209. Come sanno tutti i lettori di Kirkegaard, la malattia mortale è la disperazione.

6 “La nostra anima è gettata nel corpo, dove essa trova numero, tempo, dimensione”, Blaise Pascal, Pensieri, 233, traduzione di Vittorio Enzo Alfieri, Milano, Rizzoli, 1952. E’ il famoso pensiero sulla scommessa intorno all’esistenza di Dio.

7 Espressione con la quale Robert Musil designava il collegio militare in cui aveva studiato, e rappresentato nei Turbamenti del giovane Törless.

8 Fu uno dei primi tentativi di sterminio: l’invenzione era dei tecnici della Opel.

9 Si faccia sentire forte l’aspirazione dopo la zeta.

10 Itzhak, filologo classico, si riferisce alla famosa risposta di Antigone a Creonte, che le ingiungeva di amare gli amici e di odiare i nemici: “Non a condividere gli odi, ma gli amori, è la mia natura”.

11 Da un famoso coro dell’Edipo a Colono.

12 Salmo LII, 3, 7. Ma anche i due versi seguenti sono una libera rielaborazione di passi dei salmi.

13 Qoelet, più noto con il titolo greco di Ecclesiaste, che ha lo stesso significato del titolo ebraico: colui che parla all’assemblea, il predicatore. L’autore si presenta come Salomone, figlio di David, ma è un artificio letterario, perché in realtà scrive nel III sec. a. C., dunque circa 700 anni dopo il re Salomone. Il suo inizio è diventato proverbiale: “Vanità delle vanità, dice il Predicatore, vanità delle vanità, tutto è vanità”.

14 Tutta questa parte del monologo è intessuta di echi dall’Ecclesiaste, IV; Giobbe, III, XXXVIII; Salmo LXXXVIII.

venerdì 10 dicembre 2021

Gli dei lontani


 

La razionalità, di cui l’uomo si vanta, avverte Nietzsche, è espressa dal linguaggio. Ma il linguaggio è allusivo, metaforico: non è la voce della verità. Come sarà poi per Saussure, il linguaggio per Nieztsche è arbitrario: è costruito non dalla Ragione, ma dalla percezione dei sensi che affida ai suoni emessi dalla corde vocali significati arbitrari. Altrimenti gli uomini dovrebbero parlare un’unica lingua. Riecheggiando in qualche modo Spinoza, anche Nietzsche sembra così sostenere che la radice del nostro essere sia materiale, pensiamo con il cervello e il cervello è un organo del corpo, noi pertanto pensiamo con il corpo. Il pensiero non è staccato dalla realtà dei sensi, non è immateriale, non è spirituale e intanto raggiunge l’astrazione dalla concretezza dell’esperienza. La civiltà occidentale, dopo i Greci, vive nell’illusione di poter conoscere la verità. La verità, invece, per sua stessa natura, come aveva già intravisto Lessing, e confermato Kant, è inconoscibile. L’uomo occidentale la suppone accostabile perché ha diviso lo spirito dalla materia. Abbandonando l’unità originaria che ancora permea il pensiero greco. Per questo, come canta Hölderlin, gli dei hanno lasciato la terra, e l’uomo è abbandonato alla solitudine della sua disperazione, all’unica conoscenza che gli sia ancora rimasta accessibile: la morte, o meglio, sapere che c’è, sempre, a un certo punto, la morte. Che chiude, impedisce la continuità del divenire, e dunque l’integrità dell’essere. Freud lo chiamerà il disagio della civiltà. Tra queste riflessioni, che si muovono tra la rilettura di Nietzsche e la rievocazione di Hólderlin, tra Darwin e Freud, e che danno corpo ai fantasmi di Schumann e di Wagner, si muoveva negli ultimi anni l’inquietudine filosofica, musicale, artistica di Giuseppe Sinopoli. La critica della pochezza del mondo moderno, soprattutto di quello italiano, che Sinopoli così spesso esternava nelle conversazioni, nelle interviste, nelle conferenze, aveva radici sì politiche e sociali, ma si nutriva, alla base, dal sostrato di questa sostanziale sfiducia sulla capacità del mondo moderno di capire il mondo, e, soprattutto, di capire sé stesso. Sfiducia perfino che l’arte potesse sostituire l’impossibile conoscenza cui aspirano la filosofia, l’arte e una certa scienza. Da qui il rifiuto di continuare a comporre musica. Attività che gli pareva, nel mondo di oggi, divenuta superflua. Il massimo che ci è ancora concesso di fare è riproporre ciò che del mondo hanno capito e rappresentato i nostri antecessori, musicisti, poeti, scrittori, architetti, pittori, scienziati. Questi ultimi, anzi, o almeno una parte di essi, sottratti all’illusione di crearlo un mondo, che è dei filosofi, degli artisti, sono gli unici che possano affrontarlo senza provocare danni, anzi giovando al resto degli uomini. I medici, soprattutto. Del resto, prima che musicista, Sinopoli era medico. L’archeologia fu l’estremo tentativo di raggiungere quell’unità dell’essere, che il mondo antico conosceva e possedeva, e che il mondo moderno ha spezzato, frammentato. Sumeri, egiziani, greci ci ripropongono un volto delle cose che noi oggi non sappiamo più vedere. Goethe cercava l’Urpflanze, la pianta originaria. Sinopoli cercava l’Urmensch, l’uomo originario. Queste e altre riflessioni – e molti ricordi personali di cui qui taccio – mi venivano in mente mentre ascoltavo Michele Dall’Ongaro, Prsidente-Sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, e Gastón Fournier-Facio presentare, nell’aula Risonanze dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, al Parco della Musica di Roma, i due volumi, appena usciti, dedicati a Giuseppe Sinopoli: “Il canto dell’anima. Vita e passioni di Giuseppe Sinopoli”, a cura di Gastón Fournier-Facio, Milano, il Saggiatore; e “Gli dèi sono lontani. Giuseppe Sinopoli: una biografia”, di Ulrike Kienzle, tradotto in italiano da Clemens Wolken per la collana L’Arte Armonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, collana diretta da Alberto Basso. 




Alcuni dei collaboratori del libro “Il canto dell’anima” erano presenti. Mario Messinis, Antonio Rostagno, Luciano Berio, pur troppo no, trafugati dall’Angelo Sterminatore. Ma vivacissima, emozionante, è apparsa Ulrike Kienzle, che ha inviato un video in cui ha presentato, parlando un ammirevole ed elegante tedesco, la biografia di Sinopoli. Musicologa lucida e competente, coglie con assoluta pertinenza la complessità del monto emotivo e intellettuale di un musicista, e di un musicista così intricatamente intellettuale quale fu Sinopoli. 






Silvia Cappellini, moglie di Sinopoli, ha interpretato splendidamente al pianoforte, con ammirevole nitidezza ma anche con intenso potere di seduzione, tre momenti di una Sonata che Sinopoli ha composto negli anni ‘70, pagina irta di giochi architettonici, di fittissimi contrappunti, di matematiche dosature, come era lo spirito di allora, artifici che tuttavia non riescono a nascondere la furia, si direbbe la febbre di cui appaiono il prosciugamento. Accanto alla sala, c’è un’esposizione permanente di anfore greche che Sinopoli ha collezionato negli anni e che ha donato all’Accademia. Guardando quelle figure nere su sfondo rosso o rosse su sfondo nero, ci assale il senso di quell’unità appunto, di quella continuità della vita e delle cose, la stessa che spinge un Virgilio a indovinare dolore perfino nella cose – sunt lacrimae rerum – ci sono lacrime delle cose – e Aristotele a cercare nella proporzione degli umori che circolano nel corpo le cause di un male, la Malinconia, μελαίνη χόλη, bile nera, appunto, che tuttavia è la disposizione d’animo tipica, anzi indispensabile, di filosofi e di poeti (Aristotele, Problema XXX). Dal Problema aristotelico deriva nel Medio Evo e nel Rinascimento tutta una riflessione sui temperamenti dell’animo umano. Albrecht Dürer incide una sublime raffigurazione che ispirerà schiere di artisti, poeti, scrittori. Robert Burtun pubblica nel 1621 il suo Anatomy of Melacholy, che diventa un testo di riferimento per almeno due secoli. Dei libri presentati si dirà comunque un’altra volta. Fanno complessivamente 1.347 pagine. Ma se qualcuno, lette queste righe sulla loro presentazione, vorrà rievocarsi alla memoria la figura di Giuseppe Sinopoli, si raccolga in profondo e invalicabile silenzio, e si disponda ad ascoltare l’Adagio espressivo della Seconda Sinfonia di Schumann, registrato alla testa della Staatskapelle di Dresda (cd della Deutsche Grammophon). Sinopoli è famoso per il suo Wagner, il suo Puccini, il suo Verdi. Ma in Schumann si riscontra un’affinità più segreta, se ne trasente lo stesso cupio dissolvi, e vi si riconosce la stessa lucida contemplazione del delirio umano e la stessa, consapevole introspezione della morte. Ascoltatelo. Sarà quasi come leggere un libro di filosofia o sottoporsi a una seduta di psicanalisi. Avrete, cioè, acquistato una conoscenza di voi stessi – più che di Schumann, più che di Sinopoli – che prima non avevate. L’unica conoscenza, forse, concessa all’uomo. L’intensità del dolore, esasperata fino all’eccesso, l’assoluta privazione di ogni spiraglio di speranza, e dunque la lucidità della mente che si confronta con la disperazione, toccano qui vertici raramente attinti. Tranne, forse, che nell’interpretazione di un altro direttore anche lui compositore: Leonard Bernstein. Non posso chiudere queste righe che con due citazioni – greche, naturalmente: Pindaro definisce l’uomo ombra di un sogno:


ἐπάμεροι· τί δέ τις; τί δ’ οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ
ἄνθρωπος.


Effimeri: che cosa qualcuno? che cosa nessuno? di un’ombra sogno

l’uomo.


Pitiche, VIII, 95-96


Euripide va ancora più in là e dubita anche del divino, sapendo comunque che il divino e l’umano sono inestricabili, come ce li rappresenta in tutto il suo teatro,ma soprattutto nelle Baccanti, la sua ultima tragedia. Tuttavia la sospensione del giudizio, la sua interrogazione senza risposta, trova una mirabile e inimitabile sintesi in uno stasimo dell’Elena, la tragedia sulla follia delle guerre umane: Elena non è mai andata a Troia, vi fu condotto un fantasma, una “nuvola”. Da cui lo sgomento del Vecchio Soldato: e questi dieci anni di sofferenza, di morti, di dolore inconsolabile, per una nuvola? Ma per che cos’altro si fanno le guerre? risponde Elena. Una dea ha fabbricato la “nuvola”, una dea ha condotto la vera Elena sulle sponde del Nilo. Il coro, costernato, si chiede:


ὅτι θεὸς ἢ μὴ θεὸς ἢ τὸ μέσον … ;


che cosa dio che cosa non dio o ciò ch’è nel mezzo … ?


Elena, 1135






mercoledì 8 dicembre 2021

Arte e artificio


 

Recentemente mi è capitato di ascoltare, in concerto, due opere diversissime come lo Stabat Mater di Josquin, e la Sinfonia in do maggiore K. 551 detta “Jupiter” di Mozart. Ebbene, il motivo che apre il Finale della sinfonia mozartiana – un modulo melodico abbastanza comune nel repertorio gregoriano – do re mi fa – è lo stesso del cantus firmus dello Stabat Mater di Josquin. Nelle edizioni moderne dell’opera di Josquin lo si suppone di una chanson attribuita a Binchois, “Comme femme desconfortée”. A leggere la chanson, il motivo è un frammento interno della melodia, non il suo incipit. Josquin lo riutilizza modificandolo a proprio piacimento. Segno, anche, della libertà che i compositori franco-fiamminghi (come i successivi) si prendono nel mescolare e utilizzare motivi della musica profana per le opere sacre e viceversa. Ma non voglio entrare, qui, in un’analisi comparativa del contrappunto di Josquin e di quello di Mozart. Il motivo piacque a Josquin probabilmente per lo stesso motivo per cui poi piacque a Mozart (e a molti altri compositori): la perfetta simmetria intervallare delle due sezioni: una seconda maggiore ascendente seguita, a distanza di una quarta – il tetracordo di un modo - da una seconda minore discendente. Altre cellule tematiche hanno struttura simile. Il nome BACH, si bemolle la do si, due intervalli discendenti di seconda minore a distanza di una seconda maggiore. Il nome di Dmitrij Šostakovič, nella traslitterazione tedesca D. S C H, ma D in tedesco si dice DE, dunque diventa D Es C H, re mi bemolle do si, una seconda minore ascendente seguita, a distanza di una seconda maggiore (D-re C-do), da un’altra seconda minore, ma discendente. È lo stesso motivo per cui esistono tante messe (perfino Palestrina!) sulla chanson goliardica “L’homme armé” (immaginate di che cosa possa essere armato un uomo che colpisce davanti e di dietro). Come si può vedere un compositore può costruire grandi edifici partendo da cellule motiviche elementari, piccole, semplici. Perfino una melodia, anche una bellissima melodia, una lunga, interminabile melodia, può non essere altro che lo sviluppo del suo impulso iniziale. Due esempi diversi: l’Andante del Concerto in do maggiore K. 467 di Mozart e la cavatina di Norma “Casta Diva”. Sia Mozart sia Josquin amano poi ripresentare la cellula in vari punti e in varie voci dell’opera. Josquin non si limita a confinarla nel cantus firmus. E, all’attacco, spiazza l’ascoltatore proponendo al basso e al superius l’intonazione ripetuta di un do, alla parola “stabat”, a rendere visivamente e uditivamente il senso dello stare. Solo a questo punto il tenor, cui è affidato il cantus firmus, intona il secondo suono della cellula, re. Alla parola “crucem” le voci disegnano una croce, con più evidenza il superius: si do e discendendo al fa. Anche la parola “pendebat” ha una figurazione musicale che associa il pendere e la croce: ribatte tre volte il mi – dum pende – sale al fa sulla sillaba “bat” e con la a sale di un grado al fa e poi di un grado e di una terza, mi do: unendo dunque la discesa, il pendere, all’immagine della croce: mi fa mi do. Anche Mozart non risparmia artifici e invenzioni degne di un fiammingo. La cellula che apre il Finale della sinfonia è intonata già nell’attacco del primo tempo. Ma rielaborata con note di passaggio. Dopo la maestosa asserzione della tonica da parte di tutta l’orchestra nelle prime due battute, alla terza battuta gli archi espongono una figura musicale ricavata dalla cellula do re mi fa esposta nella sequenza do do si re do sol fa, estendendo dunque la quarta a una quinta, il che rientra nell’affermazione energica della tonalità di do maggiore che caratterizza questa apertura e che funziona da contrappeso al cromatismo di quanto segue, cromatismo comunque anticipato dalla figura degli archi che succede al Tutti di apertura. Ma l’associazione che m’è venuta in mente, proprio ascoltando la sinfonia mozartiana, Josquin lo avevo ascoltato giorni prima, è un’altra. Da quando un ignoto cantore, che poi si firma, della cappella parigina di Nôtre Dame, ha l’idea di sovrapporre tra loro due e più melodie su un canto dato, in altri termini di agire sovrapponendo simultaneamente più voci invece di variare e allungare monodicamente – come si fa nel tropo – la melodia data, da quel punto la musica europea compie una svolta. L’ignoto cantore si chiama Leonin, in latino Leoninus. Anche altre culture conoscono procedimenti polifonici, ma che più spesso risultano in realtà eterofonici, tuttavia i procedimenti polifonici europei sono particolari, e da essi deriva tutta la musica che oggi si fa nel mondo, anche fuori dell’Europa. Escluse naturalmente le tradizioni locali che sopravvivono e che anzi possono influire sul corso planetario del sistema europeo oppure subirne l’influsso, o entrambe le cose (si pensi all’avventura di una danza sudamericana, nata tra il sud del Perù e il nord dell’Argentina, che ascoltata e assimilata dai conquistaori spagnoli e portoghesi trasmigra in Europa e diventa la Ciaccona, dal termine Chaco che designava la regione e oggi ne designa una parte). Oggi, dunque, in una discoteca di Shanghai si ascolta una musica composta non diversamente dalla musica che si ascolta in una discoteca di Boston. Perfino il Blues non può farne a meno di questo sistema europeo, ha dovuto adattarsi. Si parla tanto d’imperialismo, ma spesso a sproposito, e si trascurano invece le forme più odiose di imperialismo che la cultura dell’Occidente – e il potere economico dell’Occidente – impone al resto del mondo, come, per esempio, il rifiuto di distribuire i vaccini proprio nel mondo che non ha oggi i mezzi per acquistarlo o produrlo, ma che è quello stesso mondo, che l’Occidente ha depredato da secoli: non li si dona nemmeno per una parziale restituzione del maltolto. Sfugge, insomma, che anche sul piano culturale l’Occidente si è imposto dovunque. Un cellulare si costruisce nello stesso modo negli USA e in Cina. Anzi, in Cina li fanno meglio (che sia questo che irrita gli USA?). Lasciando, però, perdere questo discorso, che ha molte articolazioni, non ultima che il mondo non-occidentale delle invenzioni d’Occidente può farne un uso diverso, ritorno al punto da cui ero partito. Da Leoninus a Josquin, a Mozart, a Stravinskij, sotto le evidenti diversità, scorre, fluisce un sostrato comune, un’idea condivisa del fare musica. Mi piace pensare che quando Machaut elabora uno dei suoi stupendi mottetti isoritmici non lavori in fondo diversamente da Beethoven che costruisce sulla cellula BACH i suoi ultimi cinque quartetti, o da Schoenberg e Bartók che per il loro primo quartetto prendono a modello i quartetti di Beethoven, il primo l’op. 131, il secondo l’op. 130. O restando a Bartók, la Sonata per violino solo in sol minore è evidentemente modellata sulle sonate e partite per violino solo di Bach: comincia con una ciaccona d’irto, complicato contrappunto (Bach, invece, una suite la conclude con la ciaccona). Le avanguardie del Novecento avevano esasperato questa dipendenza da una tradizione secolare, anche quando per propaganda si diceva che si saltava il fosso, se ne faceva a meno, si voltava pagina. Non si ha idea di quanto questa continuità si affermi in pagine apparentemente di rottura come la Deuxième Sonate di Boulez o i Klavierstücke di Stockhausen. E oggi? Per quanto si voglia scappare o fuggire da questa trappola, se ne resta invischiati, perché anche opporvisi, contraddirla, trascurarla, come affrmano di fare quelli che dicono che le avanguardie sono morte, ed è vero, hanno esaurito la loro funzione, sono inutili, ed è falso perché hanno lasciato un segno nella scrittura, nell’uso della voce, degli strumenti, anche ripudiare le avanguardie, i loro istemi, è comunque sempre un tenerne conto. Se non altro per opposizione. Perfino quando si scrive una canzone facile facile: I V I V I e si crede di andare al gusto dei più, si sta in realtà compiendo una restaurazione, un atto polemico: le canzoni, e il jazz, del primo dopoguerra, grosso modo dagli anni ‘50 ai ‘70, sono impregnati di avanguardia più di quando si voglia credere, e, soprattutto, i musicisti che li componevano ne erano consapevoli. Le canzoni si chiudevano spesso sfumando il suono, facendo perdere la percezione della musica, come se la musica svaporasse piano piano nel silenzio. Era un modo per evitare il ritorno alla tonica, per non dare la sensazione di un discorso musicale che si conclude. Anche per la musica “leggera” o di consumo, dunque, il sisema tonale era sentito come un impaccio. Nei musicisti più consapevoli poi si affinava il gusto dlla rottura, del rinnovamento. Le avanguardie sono esistite, e sempre. Cambiano nome, si chiamano Ars Nova, Nuova Musica, Hard Rock, Heavy Metal, ma non li si può ignorare. Esistono. Devi farci i conti. Un po’ come in letteratura il pettrarchismo, l’avanguardia della poesia europea, da Bembo a Ronsard, da Garcilaso de la Vega a Shakespeare e a Donne: gli antipetrarchisti, da Berni, Arentino, Folengo a Rabelais, Quevedo, e talora lo stesso Shakespeare, che poteva assumere entrabbe le facce poetiche, di petrarchista e di antipetrarchista, per quanto detestassero Petrarca ne erano comunque dipendenti, se non altro perché, appunto, anti-.


https://www.youtube.com/watch?v=U78yp-nJXA0


Oggi si torna a ribadire un principio che nell’epoca dell’illuminismo era certezza, soprattutto dopo che Rameau ebbe pubblicato nel 1722, l’anno in cui Bach completa il primo libro del Wohltemperierte Klavier, il suo Traité de l'harmonie: Réduite à ses principes naturels, che cioè il sistema tonale è il sistema armonico che maggiormente rispetta i principi naturali dell’organizzazione dei suoni e dunque il sistema naturale della musica. Una vera e propria ipostatizzazione della Natura, oggi improponibile, ma che tuttavia trova ancora favore. Ora, va detto, per la precisazione, che il sistema tonale, prima del tardo seicento non esisteva. Leonino conosce solo i modi ecclesiastici. Fuori dell’Europa esistono altri sistemi musicali e nella stessa Europa le tradizioni popolari conoscono una grande varietà di sistemi armonici. L’intervallo di terza, prima dei compositori franco fiamminghi e prima che Zarlino ne confermasse la funzione consonante, era considerato un intervallo dissonante. Rameau riconosce come dissonante un solo intervallo: quello di seconda, la settima è il suo complementare. Jacques Challey nel suo Traité Historique d’Analyse Harmonique sostiene che la percezione della dissonanza si affievolisce storicamente nei secoli, l’intervallo di nona è considerato da Debussy come consonante. La “naturalezza” de sistema tonale che pretende di fondarsi sulla successione degli armonici, si fonda il realtà solo sui primi sei armonici. Il settimo armonico di do è un si bemolle, e dunque un intervallo di settima, dissonante. Via via, di fatto, dal tardo seicento al primo novecento, si comincia a non risolvere più un accordo dissonante in uno consonante, lasciando dunque sospesa o rinviata la risoluzione. Dopo Wagner diventa quasi la regola, e gli impressionisti in Francia, la cosiddetta seconda Scuola di Vienna in Austria introducono libere dissonanze che non devono giustificare la loro presenza con una consonanza che le prepari o le concluda. L’orecchio si abitua a non percepirne più la necessità. Chailley si chiede, alla fine del suo trattato, che è del 1952, ristampato nel 1977 (A. Leduc):

“Nous avons besoin d’une musique contemporaine, et le peché de celle qu’on baptise ainsi est que nous n’en ayons plus. La ‘varieté’ ou le ‘pop’, qui n’attendent que sa mort pour régner sans concourrents, de l’eglise au night-club, commencent déjà à luibravir, dans certains milux, ce titre envié. Puisse se traité donner conscience du péril à ceux qui, ayant le talent, sauront aussi avoir le caractère.

“Pour le reste, ce n’est guère que dans deux cents ans environ que nous pourrons savoir si les convulsions auxquelles nous assistons étaient une simple fièvre passagère qu’explique ans peine le désarroi d’une societé secouée par trop de cataclysmes, ou si, amorce encoreinforme d’un monde nouveau en gestation, elles marquaient les sursauts d’agonie d’une civilisation parvenue au ferme de ses possibilités”.

E dunque non è il sistema tonale che impone una certa musica nel mondo, ma la logica del profitto che domina l’industria che la diffonde nel mondo. Ma tale sistema è una tecnica. Come è tecnica quella necessaria per costruire un telefonino. O un'automobile, i treni, gli aerei. L'uso che, che di questatecnica, di qualunque tecnica, se ne può fare è un altro discorso. Tant'è vero che si può anche fare a meno della tonalità - musica elettronica (ma ci sono le fasce!), musica per i film, musica d'oggi in Cina (interessantissima), in Giappone, nei paesi arabi. Attenti, però, a non confondere gli effetti con gli strumenti che li producono. Chailley già sente l’esigenza di affermare la necessità – nous avons besoin – di una musica “forte”, come direbbe Quirino Principe, che si pone come coscienza critica alla musica non solo di consumo, e questo è ovvio, ma anche alla musica che piace di più, che di più è ascoltata dalla maggioranza di chi ascolta musica, non solo perché l’abitudine di ascolto l’ha assuefatta ad ascoltare questa musica, ma perché l’abitudine di ascolto è quella che l’industria culturale propone come privilegiata, non perché realmente lo sia, bensì perché più facilmente distribuibile, vendibile, consumabile. Non diversamente da quella che Chailley chiama varieté e pop. Si badi: non è snobismo, o puzza sotto il naso. Sciccheria del privilegiato. È necessita di rimarcare la differenza di funzioni tra i vari generi musicali. Non privilegiarne qualcuno, ma per distinguere il passatempo dall’atteggiamento critico. Dovrà pure restare, nell’immane omologazione dei generi, una voce critica che dica: io non mi adeguo, io sono altro e voglio altro. Fosse costui pure un singolo, un isolato, un eremita, uno che sa leggere il sanscrito in mezzo a una folla che nemmeno sa che cosa sia. Come il monaco benedettino che nel monastero di Montecassino copia l’Eneide o l’asceta ortodosso che sul Monte Athos copia la Metafisica di Aristotele, costui preserva la sapienza del Bhagvad Gita, di cui un giorno tutti potranno godere gli insegnamenti. Ecco, quella musica è il Bhagvad Gita.


Si potrebbe obiettare, e mi è stato obiettato: la semplice realtà è che quasi tutti i sistemi si conformano intorno a una finalis, non chiamiamola tonica, la tonalità non è altro che una sistematizzazione completa e complessa di questa tendenza, e do in parte ragione a chi sostiene che contiene elementi oggettivi di funzionamento, ma il fatto che siano stati conquistati storicamente non vuol dire che non siano intrinseci al nostro modo di essere e di percepire. Dentro il sistema tonale si può simulare il sistema esacordale, mentre il sistema esacordale non può simulare quello tonale perché è difettivo di note e possibilità rispetto a questo, la tonalità è la sintesi onnicomprensiva ed estrema che è capace di inglobare tutto, infatti possiamo avere un Beethoven modale all'interno della tonalità.

All’obiezione obietto: intanto chi stabilisce, e su quali principi, che esista un unico modo di essere e di percepire, in parole povere quello europeo tra sette e primo novecento? Perché devo concepire, che so, il sistema pntatonale cinese all’interno del sistema tonale? O i modi della musica tibetana secondo la teorizzazione dei modi europei? Perché una musica di cui non si percepisce immediatamente il sistema sarebbe irreale quando comque un sistema vi sottende, e basta studiarlo per comprenderlo? Mondrian non disegna né nudi né paesaggi, ma un sistema che costruisce le figure c’è, come se disegnasse nudi e paesaggi. E, anzi, proprio guardando come Mondrian costruisce le sue composizioni capisco, che so, che i paesaggi di Poussin sono costruiti con uguale rigore geometrico. Inoltre, perché parlare di gravitazione su un centro, su un suono, altrimenti si perderebbe il senso della successione. La gravitazione è una cosa, la suddivisione dell’ottava un'altra. E la suddivisione nata dal sistema temperato equabile, che oggi s’impone alle orchestre, ai cantanti, alle registrazioni discografiche, è un dato di fatto imposto dall'industria della riproduzione, non un dato di natura. Come credeva Rameau. Se il repertorio mondiale è o il rock, il pop da una parte e il "classico" (orrido termine) di due secoli (XVIII e XIX) dall'altra, ovvio che a predominare e generare abitudine d'ascolto sia il sistema temperato. Come le seconde minori che "sporcano" l'armonia del jazz o nella Repubblica Popolare Cinese l'adattamento al sistema tonale delle melodie tradizionali. Un adattamento, appunto. La cui necessità non è imposta dalla natura, ma dalla facilità di rendere più accessibile il prodotto. Il difficile non è innaturale, è solo difficile. Ma si tende, invece, a convincere che l’immediatezza, il facile, sia natura, e il bisogno di studio, d’indagine di spiegazione, insomma il difficile, non lo sia. La malattia che oggi affligge compositori e scrittori non è come comporre o scrivere, ma la paura di non avere esito, di non bucare il lettore e l'ascoltatore. Questo non nasce da come si scrive o si compone. Oggi Joyce non potrebbe scrivere Finnegans Wake, nessuno glielo pubblicherebbe. Il problema precede la scrittura: è sociale, politico. Lo scrittore, il compositore, come li intendiamo, con i parametri della musica "colta", della poesia alta. è un alieno. Triste, però, che il fenomeno ormai tocchi anche la musica cosiddetta leggera (come se l'altra fosse pesante) o, più propriamente, di consumo: i Beatles non ci sono più, in compenso di sono i Maneskin. Ma questi sono solo appunti per una riflessione più articolata. Il fatto però che sia esistito uno Schubert, un Webern, mi dà tuttavia speranza, forse è ancora possibile. Certo, come dice Challey, ne abbiamo bisogno. Perché il giorno che sarà sparita la voce isolata che dissente, il singolo esperimento apparentemente senza radici, sarà sparita, nella società, anche la possibilità di chiedersi se la società in cui si vive è la società in cui si vuole vivere. In sintesi: 300 anni non dimostrano la validità permanente di nessun sistema, ma solo il momentaneo accondiscendere della produzione al gusto dei più, anzi provocarlo, questo gusto, per vendere meglio. Il trobar clus di alcuni poeti provenzali non accondiscendeva affatto alla immediata e facile comprensione del testo. I poeti, e i loro ammiratori, si capivano tra loro, in tutta Europa non saranno stati più di un centinaio di persone. Ma ciò non impedisce che proprio quei poeti, per esempio Arnaut Daniel, il più difficile e proprio per questo il più amato da Dante, non siano un vertice assoluto della poesia di tutti i tempi: come i lirici greci, i poeti della dinastia T’ang, il nostro Leopardi, Baudelaire. Questa necessità di misurare la validità di un'opera, di una poetica, di un artigianato artistico, sulla quantità di consenso, sull'immediatezza della percezione dei più, è un artificio - alla lettera, un’astuzia, un inganno - che caratterizza l'ultimo periodo della produzione capitalistica occidentale, in parole povere nient’altro che una mercificazione - un tempo si sarebbe detto reificazione - dell'arte, una strategia di propaganda che equipara una bottiglia di Coca-Cola a una canzone, a un quadro, a una musica. Non che l'arte non appartenesse anche nel passato a un mercato, e che non venisse quantificato il suo valore in denaro - il costo spropositato della Cappella Sistina provocò la scandalosa vendita delle indulgenze e quindi la Riforma di Lutero: Michelangelo era un genio, ma si faceva pagare profumatamente - . Ma quanto avviene da almeno due secoli è un'altra cosa. Il valore di scambio si sostituisce al valore intrinseco dell'opera. Un'opera era costosa perché se ne riconosceva il valore. Ora il suo valore artistico è proporzionale la prezzo della vendita. Ma soprattutto, e questo la seriosità dell'industria culturale lo ha completamente cancellato, Mozart, per tornare a lui, Mozart (e non solo lui, ma solo lui a quel livello di suprema delizia) non ha mai separato il piacere dei sensi dallo sfoggio dell'intelligenza. Qui sta il suo segreto – ma, guarda caso, prima di lui non è che Josquin agisse diversamente - il contrappunto più complicato, più artificioso è insieme sapienza e gioco. Quando di certa musica oggi si dice che è artificiosa, intendendo dire che non ha valore musicale, si dice una sciocchezza, perché tutte le musiche, tutte le pitture, le poesie sono artificiose. Non sono un dato di natura. I sassi non scrivono poesia, non cantano Lieder. E non è dunque un dato di natura l'endecasillabo o l'esametro, come non lo è il modo musicale frigio o il do maggiore. L'industria culturale ci sta obbligando a considerare come "naturale" ciò che non richiede sforzo, che si capisce subito, perché si vende meglio. Quando si accusa Boulez di essere troppo cervellotico o complicato, si commette lo stesso sbaglio di prospettiva che il Papa Giovanni XXII fece con la bolla contro i "rumori" (sic!) dell'Ars Nova. Se faccio ascoltare un mottetto di Machaut a qualcuno digiuno di conoscenze musicali gli parrà "cacofonico" quanto uno Stuck pianistico di Stokckhausen e un canto tibetano gli risulterà sgradevole quanto un tenore stonato. Il miracolo della musica di Mozart (ma anche di Beethoven e di Schumann) è la sovrana, quasi inimitabile capacità di unire il massimo dell'artificiosità al massimo del godimento sonoro. Quanti, infatti, ascoltando gli ultimi cinque quartetti di Beethoven, si accorgono che sono costruiti tutti e cinque su una cellula musicale minima che genera tutto il quartetto, guarda caso la cellula BACH? Mozart a tutto questo aggiunge che il massimo dell'artificio scorre liscio e fluido come un ruscello di montagna. Quasi tutti quelli che hanno studiato pianoforte si saranno misurati con la sonata (facile!) in do maggiore. L'Andante, in sol maggiore, si svolge su un basso albertino che lo percorre costante da cima a fondo. Quasi un esercizio per principianti. Ma è sorretto da una sapienza costruttiva che fa venire i brividi. Dietro quell'apparente semplicità c'è una complessità di pensiero costruttivo da far tremare le vene e i polsi. Certo che Mozart ha modelli nella testa, in questo caso forse Galuppi. Ma il modello è innalzato a un livello di complessità musicale, a cominciare dall'intricatissimo gioco armonico, che ne fa tutt'altra cosa. E, in ogni caso, ho citato Galuppi, un grande compositore, non una figura insignificante come Luchesi. A chiarire come sia sempre l'elaborazione, la rielaborazione, a firmare la qualità di un brano musicale, nessuno negherà a Debussy l'artificiosità del suo modo di comporre (ma strangolerò chiunque per questo affermi che Debussy non è gradevole). Ebbene, per mantenersi agli studi, da ragazzo praticava il piano bar allo Chat Noir di Parigi. Lì probabilmente ascoltò la nuova musica che veniva dall'altra sponda dell'Oceano. E se ne innamorò. Minstrels, uno dei bellissimi Preludi, rievoca una banda jazz. E nei pezzi per bambini (in realtà difficilissimi) - Children's Corner - inserisce un cake walk. Non dovremmo mai dimenticare che l'artista sapiente gode delle più diverse manifestazioni della sua arte, che solo l'artista povero d'intelletto e di fantasia (ma è allora un artista?) crede che fare arte sia una cosa seriosa in cui è proibito giocare. Mozart ha composto un valzer in cui l'ordine delle battute è stabilito dal tiro dei dadi. Ciò significa che componendolo ha dovuto prevedere tutti i possibili percorsi armonici diversi nell'ordine delle battute. Un'operazione da calcolatore elettronico. Sembra infatti tra l'altro che fosse un genio anche nella matematica, del resto l'attività intellettuale più vicina alla musica: riusciva a calcolare la radice quadrata anche di numeri complessi. Una specie di Galois, insomma. Ma Galois si dedicò alla matematica, Mozart alla musica. E, a propositodi Galois, leggetevi il delizioso romanzo "Evariste" del giovane scrittore francese François-Henri Désérable. Nomina sunt consequentia rerum.

Ipostatizzare un sistema come più giusto perché di più facile accesso è distorcere la realtà dei fatti. L'accesso facile dimostra solo che il gusto del momento - provocato o meno ad arte - è quello. Niente di più. Callimaco, il grande poeta alessandrino - quello che scrisse che talora Omero dorme - sostenne la morte del poema epica. Sembra di sentire chi oggi parla della morte del romanzo. Ciò non toglie che il suo contemporaneo Apollonio scrive un poema sull'impresa degli Argonauti e secoli dopo Nonno un immenso poema su Dioniso. Questo nel mondo greco. Nel mondo latino Virgilio scrive l'Eneide, Lucano la Pharsalia e Stazio la Tebaide. Certo non sono l'Iliade e l'Odissea, ma sono poemi epici. Come lo saranno l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata. Mai dire che perché qualcosa non si fa più o ottiene scarso gradimento è per questo finita, inutile o addirittura sbagliata. Cerchiamo di tirare le somme.

Il termine atonalità non piaceva nemmeno a Schoenberg, compositore che non va confuso con il serialismo successivo. Quanto al problema del raggiungimento di un pubblico è un falso problema. O meglio, è un problema reale per chi scrive, perché in qualche modo un riscontro ama riceverlo o di fama o di denaro. Ma in sé stabilire che chiudersi in un élite sia sbagliato e giusto andare incontro a ciò che chiedono i più è un'idea senza senso, irrilevante, quanto quella contraria che giusta è solo la prelibatezza di un élite e sbagliato il consenso di una massa. Semplicemente non sta qui il punto. Almeno per quanto riguarda la musica, la letteratura, ecc. Riguarda la fortuna di un artista, di un'opera. Anche all'interno della musica "tonale" esistono diversi livelli di consenso. Le sonate per pianoforte di Schubert sono una conquista di questo secondo dopoguerra, ciò significa che per più di un secolo non piacevano e nessun pianista le suonava in pubblico. Debussy scriveva per pochi, e se ne vantava. Come più di duemila anni prima Callimaco si vantava di essere capito da pochissimi: alla lettera, una poesia che piacesse a molti per lui non era poesia. Dirai che sono compositori, poeti d'élite? Se lo dicevano già da sé, e se ne vantavano. Allora? Allora il criterio del consenso non ha nessun peso per giudicare il valore di un'opera o di un sistema. Anzi, non è nemmeno un criterio. Perché si continua a confondere il consenso con il valore dell'opera, il riscontro emotivo con la riuscita di un sistema. Šostakovič e Webern sono entrambi legittimi. Non si può rimproverare all'uno di non essere l'altro, o privilegiare uno dei due perché piace ai più e dire che l’altro va contro alle abitudini uditive del pubblico. L’arte non si misura a ricavati delle vendite. Solo pochi, anzi pochissimi artisti riescono a far combaciare l’arditezza dell’invenzione, la complessità dell’elaborazione con l’immediatezza dell’ascolto. Butteremo perciò alle ortiche tutti gli altri? Rimprovereremo a Berg di non essere Puccini, a Webern di non essere Ravel, a Janáček di non essere Bernstein? Sei grandi compositori del Novecento. Ma l’uno diverso dall’altro. Tre, Puccini, Ravel, Bernstein, di più immediato impatto, gli altri tre, Berg, Webern, Janáček, di più difficile approccio. Definirò la loro rilevanza in base al consenso? E se confrontassi Stockhausen e Morricone, a furor di popolo Morricone sarebbe acclamato come un genio musicale e Stockhausen uno che non è nemmeno musicista?


Riflessione in calce. Al solito, una messa in scena moderna, come quella che inaugurato la stagione della Scala, lo scorso 7 dicembre, suscita polemiche. Ma è normale che ciò accada. Ciò che invece suscita perplessità è, spesso, il criterio del dissenso. Intanto, giudicare uno spettacolo da un ripresa televisiva non è molto corretto, a meno che lo spettacolo stesso non sia stato pensato in origine per la ripresa in video, com’è accaduto per taluni spettacoli durante questa pandemia. Ciò detto, in genere il dissenso è giustificato con motivazioni personali: non mi piace, non c’entra niente con il libretto, mi disturba: ho chiuso gli occhi e ascoltato la musica, Lady Macbeth non fumava sigarette, ecc. ecc. Nessuno che entrasse nel merito della messa in scena, se fatta bene, se fatta male, se la recitazione fosse congruente con l’azione, e via dicendo. Ora, il proprio gusto, il proprio criterio non interessa nessuno, potrei rispondere semplicemente: a te non è piaciuto? A me sì. Ma nemmeno questa mia sarebbe una riflessione sullo spettacolo, bensì solo un’esternazione del mio gusto. Ecco, mi piacerebbe che chi esprime un parere su uno spettacolo non si limitasse a dire: non mi è piaciuto, è brutto, questo non è il Macbeth di Verdi, senza un briciolo di motivazione. È la motivazione che giustifica qualunque giudizio, positivo o negativo che sia. Altrimenti non sono nemmeno chiacchiere da bar. Sono parole al vento, esternazioni di un narciso che pensa di essere il mondo, di avere in tasca il giudizio esatto per ogni cosa, la verità che tutti gli altri ignorano. E di simili narcisi ne abbiamo già troppi in politica. Risparmiamoceli almeno nel teatro. Ricordo che il teatro, in Occidente – in realtà anche in India, in Cina, in Giappone - è nato per interrogare il pubblico, una comunità, sul senso della vita stessa della comunità, interrogare, senza proporre risposte, tanto meno pensando di dovere titillare il piacere di qualche singolo edonista, che consuma uno spettacolo come un bacio perugina.