Mauro Pesce, biblista e storico delle religioni, oltre che filosofo, in un bellissimo post, su Facebook, dà consigli preziosi a chiunque scriva blog, o post, o dissertazioni su qualunque argomento e per scriverli chieda informazioni e consigli all'Intelligenza Artificiale (che poi si chiama Intelligenza solo per esigenze di marketing, perché non è un'intelligenza, ma un calcolatore che usufruisce di una sterminata disponibilità di dati, un immenso magazzino di dati). E conclude:
"Usa per favore direttamente le Ai. Ma segui, se vuoi, i seguenti consigli:
1. domanda alla AI: "cara Ai per favore tu mi hai dato diciamo 20 risposte, ora per ciascuna delle 20 risposte dimmi dettagliatamente su quali informazioni tu ti sei basata
Otterrai una lista di autori e di testi o documenti su cui l'Ai si è basata.
2. A questo punto devi fare una seconda domanda: "cara Ai ora potresti dirmi in quale opera, pubblicata in quale anno e a quale pagine di questa opera è scritta l'informazione che hai usato?". Avrai un risposta dettagliata su una bibliografia su circa ciò su cui si è basata l'AI
3. A questo punto incomincia la ricerca vera: andrai a leggere gli autori/autrici e cercherai le loro fonti.
4. poi, leggerai CRITICAMENTE (cioè con un metodo che avrai appreso da maestri sicuri) le fonti: testi e documenti nella lingua originale con metodo filologico e storico coadiuvato dalle scienze sociali (antropologia, sociologia)".
Consigli esemplari. Al solito, in una ricerca il metodo è tutto. E la documentazione delle fonti è il punto di partenza essenziale. Qualsiasi altra partenza conduce fuori strada. Non sembra, oggi, pur troppo. il metodo più seguito. Anzi c'è perfino chi, anche tra gli studiosi e comunque sempre tra i giornalisti, ti giudica pedante se lo richiedi e, anzi, lo pretendi. Come, per esempio, in altro ambito, quando si recensisce e si giudica un romanzo o, peggio, un libro di poesie, non dalla lettura del testo originale, bensì sulle traduzioni in italiano. L'obiezione corrente è: "Ma se io non conosco il francese, o l'inglese, o il tedesco, come faccio a parlare dell'originale?" La mia risposta: "Ne parli, o ne scrivi, da amateur, ma se vuoi sviluppare un discorso critico, un'analisi scientifica del testo devi leggere l'originale". Ancora più complessa la questione si fa nel campo del pensiero filosofico. Faccio un solo esempio. Si legge perfino nei manuali di storia della filosofia per i licei che Aristotele definisce l'uomo un "animale razionale". Espressione che dà una lettura impropria e fuorviante della definizione aristotelica. Nasce infatti dalla traduzione latina - "animal rationale" - dell'espressione greca ζῷον λόγον ἔχον, animale che possiede il logos. Ora logos è innanzitutto la parola, il discorso, il linguaggio - ma anche il calcolo, la ragione che organizza, non dunque nel senso del νοῦς, noûs, mente, intelletto, bensì in quello della capacità di organizzare, di ordinare, di calcolare, appunto, un'esperienza, una conoscenza e il discorso che la comunica. Aristotele dice dunque semplicemente che l'uomo è l'animale che, a differenza degli altri animali, parla, l'animale che possiede il linguaggio. Per il filosofo è una caratteristica specifica essenziale che possiede solo la specie che oggi chiamiamo homo sapiens (la moderna biologia lo conferma e un linguista come Chomsky ha adottato questa conferma). E c'è da aggiungere una precisazione: Aristotele usa la parola ζῷον, vivente, dunque dice che l'uomo, l'ἄνθρωπος, è il vivente che parla, che possiede il linguaggio, non la bestia, il θηρίον, ma il vivente, intendendo con ciò un essere che appartiene all'intero regno dei viventi, dall'insetto all'uomo, anzi dalle piante all'uomo, perché per ciascun vivente è prevista un'anima, una ψυχή, vegetale, animale, alle quali l'uomo, che le possiede tutte, aggiunge quella del linguaggio (il logos), senza interruzione di continuità: la natura non fa salti "come una cattiva tragedia", scrive, nella Historia animalium. È anticipata qui l'unità del regno dei viventi, come sarà sancito da Darwin, che non a caso nel saggio sull'evoluzione rende omaggio ad Aristotele. Nella teoria aristotelica della conoscenza non è poco il fatto che la differenza specifica dell'uomo sia il linguaggio, perché è solo tramite il linguaggio che noi conosciamo la realtà o meglio che siamo in grado di descriverla e rappresentarla (anche la matematica è linguaggio). Alla luce di ciò acquista un significato ancora più intenso e complesso anche l'attacco del Vangelo di San Giovanni. In principio non c'è il Verbum, la Parola, come ci dice la traduzione latina di Logos, ma il linguaggio, la spiegazione, l'organizzazione (il calcolo) e la rappresentazione del tutto. Altro che separazione tra spirito e materia, tra parola e verità, tra razionalità e irrazionalità. Giovanni, aristotelicamente, ci sta dicendo in che cosa, come, dove risieda l'origine del mondo, l'arché, ἀρχῆ, "Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος", in principio erat Verbum. Nei trattati che ci sono arrivati con il titolo di Metafisica, le cose che stanno dopo la fisica, Aristotele ricerca i principi sui quali si fonda qualunque conoscenza. E a quei principi rinvia Giovanni. Ancora non sviato dalle teorie razionalistiche della scolastica e del tomismo, che poi sono prevalse sia nell'interpretazione di Aristotele che nella riflessione sui principi. Ora, senza la conoscenza del greco, come avrei potuto sviluppare questa ricerca?
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