A Giorgio Linguaglossa
Germanico è finzione di una estinta
libertà di pensare, il tuo pensiero
fu di resuscitarne la scomparsa.
Che dirò, dunque, adesso, nella febbre
di questo tuo sparire, nel furore
di questo nostro disorientamento?
Conservassero ancora le parole
un senso, tra i possibili che nutre
non so in che parte il nostro intendimento,
ti direi che l'intesa appena infranta
intendo ancora infrangerla nel gesto
che ipotizza la mia disattenzione.
Ma disattenti come tutti siamo
al disarticolato combinarci
dove di noi si muta l'inessenza,
risuscito il fantasma di Catullo,
la Roma in cui vivesti non è certo
più vera della Instánbul che ti vide
nascere, o della Roma dirupata
di Germanico, un lungo filo rosso
queste città le lega tuttavia
nel segno di una ormai definitiva
cessione di significati attivi:
è dunque nel deserto di un silenzio
della Ragione che ne ricollego
le connessioni, e dico la parola
che ci accomiata dal passato, senza
deluderci un futuro, la parola
che ci ricostruisce: quella sola -
per te che detestavi anche la rima -
che ci rimette in piedi e che ci resta,
amico, amico mio: sopravvivenza,
noi, sì, noi, multas per gentes, et multa,
qui, esiliati, per aequora vecti.
Fiano Romano, 22 aprile 2026
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