mercoledì 22 aprile 2026

A Giorgio Linguaglossa, un commiato provvisorio

 





A Giorgio Linguaglossa


Germanico è finzione di una estinta

libertà di pensare, il tuo pensiero

fu di resuscitarne la scomparsa.

Che dirò, dunque, adesso, nella febbre

di questo tuo sparire, nel furore

di questo nostro disorientamento?

Conservassero ancora le parole

un senso, tra i possibili che nutre

non so in che parte il nostro intendimento,

ti direi che l'intesa appena infranta

intendo ancora infrangerla nel gesto

che ipotizza la mia disattenzione.

Ma disattenti come tutti siamo

al disarticolato combinarci

dove di noi si muta l'inessenza,

risuscito il fantasma di Catullo,

la Roma in cui vivesti non è certo

più vera della Instánbul che ti vide

nascere, o della Roma dirupata

di Germanico, un lungo filo rosso

queste città le lega tuttavia

nel segno di una ormai definitiva

cessione di significati attivi:

è dunque nel deserto di un silenzio

della Ragione che ne ricollego

le connessioni, e dico la parola

che ci accomiata dal passato, senza

deluderci un futuro, la parola

che ci ricostruisce: quella sola -

per te che detestavi anche la rima -

che ci rimette in piedi e che ci resta,

amico, amico mio: sopravvivenza,

noi, sì, noi, multas per gentes, et multa,

qui, esiliati, per aequora vecti.


Fiano Romano, 22 aprile 2026


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