giovedì 16 giugno 2022

Mnemosyne

 

MNEMOSYNE

Ritorno nella Bassa Padana


ELEGIA DRAMMATICA PER UN PAESE CHE NON C’È PIÙ




Una spiaggia sul Po, sul fondo il ponte tra la riva emiliana e quella lombarda, tra Boretto e Viadana. Siamo sulla riva emiliana. A sinistra la foce del fiume Enza. Quanttro persone, un uomo e una donna, non più giovani, che indossano una giacca a vento, e si soffiamo spesso sulle mani, guardano, preoccupati, il fiume che scorre; con loro un Giovane e una Giovane, vestono un maglione girocollo, saltellano, fanno esercizi di ginnastica. Alle loro spalle boschi di pioppi. Tira vento, i capelli delle due donne, lunghissimi quelli della Giovane, tremano nell’aria.



L’UOMO VECCHIO             Non è tempo, non è più tempo, questo,

di abbandonarsi all’elegia, quando anche

di conforto mi fosse ricordare

il mio tempo di lacrime. Fuggita

la mia felicità di starci, quale

felicità promette ora il ritorno

a questa terra amata che non posso

quasi più riconoscere mia terra,

che non ravviso più come mio mondo,

o, come mi credevo, mio pensiero

del mondo. La campagna tutto intorno

è solo affastellarsi di officine,

capanne abbandonate, ischeletriti

fantasmi di un’industria più sognata

che reale. Qui vedo le macerie

di un paese che lo pensava tutto

metallurgico il suo futuro: guardo

le fattorie abbandonate, piana

                                               di terra brulla, uno spiazzo deserto

che lasciano i vigneti sradicati,

i frutteti abbattuti: eccolo, guarda,

ecco il paese senza più memorie,

che non ricorda la sua terra viva,

le sue feste di mietitura, il vino

rosso a fiotti su tavole imbandite,

come sagra, che dai contadini

è celebrata per la trebbiatura,

e in autunno i canti di vendemmia,

mentre sopra le teste rossi e bianchi

grossi grappoli d’uva sui capelli

richiamano gli uccelli, e dal ronzio

li senti visitati delle vespe.

Attento che non pungano la faccia!


LA DONNA GIOVANE         Eccolo il Bel Paese, qui davanti,

                                                Hai ragione. Ricordo da bambina.

                                                Era diverso, devastato, certo,

                                                già devastato, ma diverso. Sono

                                                spariti i pesci, qui nel Po, mangiati

                                                da un ospite improvviso, un pescecane

                                                d’acqua dolce che chiamano siluro.

                                                I romeni lo pescano, lo danno

                                               per storione. Ma sì, era diverso.

Eccolo rispecchiarsi in questi vuoti

capannoni di fabbriche dismesse,

montagne di cemento abbandonate,

tettoie arrugginite tra terreni

che ignorano il passaggio dell’aratro,

eccolo rispecchiarsi senza inganni

un paese che lacera sé stesso,

che non ricorda più il suo passato.

Ma che ne avete fatto del futuro?

Che ne avete voi fatto, settantenni,

del futuro che ci si chiude addosso?


LA DONNA VECCHIA         Qui c’erano vigneti, non ricordi?

Lo dico a te che c’eri, e non vedevi

a giugno verdeggiare tra le viti

l’erba medica, colorarsi i campi

di frutteti, di sorbi, di albicocchi,

di peri, e meli, e noci; e granoturco,

e girasoli indorare la vista?

Non li vedevi, di’, non li vedevi?


L’UOMO VECCHIO             Nei canali fluiva un’acqua bruna

e trasparente, in cui ci si bagnava

nudi, e nudi ci si stendeva in mezzo

all’erba, che odorava di trifoglio

e di menta, si udivano le rane

gracidare nei fossi, e sotto i piedi,

nell’acqua del canale, un pescegatto

faceva acrobazie, guizzava lesto

senza paura a destra e a manca. Mai

nessuno si scorgeva che passasse

di là. E se passava, sorrideva,

scendeva e si spogliava e si stendeva

accanto a te nudo anche lui, sull’erba,,

ti guardava ridendo e con un tuffo

poi t’invitava a inseguirlo nell’acqua.


LA DONNA GIOVANE         Un gioco di ragazzi che mi sembra

                                                divertire. Ora l’acqua ti respinge.

L’UOMO VECCHIO             Non era solo un gioco di ragazzi.

E si accende il ricordo, io ci vedo

anche dell’altro: un malizioso gioco

di seduzione. Anzi di giovanile

seduzione. Quel gioco, allora, è vero,

si faceva più scaltro, e aveva insieme

quella lieve, e vaporosa grazia

che tra ragazzi ha il gioco di un amore.


LA DONNA VECCHIA        Non me lo avevi detto mai, canaglia,

                                                che ci venivi a fare questi giochi.

                                                Magari di nascosto hai continuato

                                                a farli anche quando ti sei sposato,

                                                quando sei diventato padre. Forse

                                                perfino con tuo figlio, o glielo hai

                                                insegnato, mostrato, dove, come

                                                si fa. Che schifo! Non me lo hai mai detto.


L’UOMO VECCHIO             Perché, voi donne non lo facevate?

                                                Avevate anche voi sul fiume i vostri

                                                nascondigli, avevate nei canali

                                                i vostri appuntamenti, le segrete

                                                vostre adunanze per segrete intese.


L’UOMO GIOVANE             Ma che male facevano? Io non vedo

                                                niente di male se amavano i giochi.

                                                Chi non li ama? In segreto può darsi

                                                li condanna chi più li ha fatti, oppure

                                                desiderava farli. Sorvoliamo.


LA DONNA VECCHIA         Sorvolare? No, me la paghi, giuro.

                                                E tu, mio smerdocchello, ma che dici?

                                                Se lo approvi, vuol dire che ti piace

                                                anche te, svergognato, divertirti

                                                con questo tipo di giochetti. Porco!


L’UOMO GIOVANE             E a chi non piace? Ma parliamo d’altro.


L’UOMO VECCHIO             Oh! stava qua l’industria, stava in questa

terra di vigne, terra di frutteti,

nei campi di frumento e granoturco,

di girasoli, stava in questa vita

l’ansia, la frenesia di cambiare

la vita, di scrollarsi dalla schiena

i fagotti dei sacchi di frumento,

di spazzare la paglia dalle stalle,

e scaricare le palate piene

di letame sul grande letamaio,

accanto all’aia, sotto gli alti pioppi -

ma dove sono finite le aie,

e dove i pioppi che dai tetti rossi

svettano sulle case e sui frutteti?

Assidue nevi, e più selvaggi venti

li hanno abbattuti del costante soffio

del tempo che appiattisce la memoria.


LA DONNA VECCHIA         Non sospettavo in te la nostalgia

                                               di questa inesistente, immaginaria

                                               Arcadia. Dimmi quando un contadino

                                               è stato mai felice della sua

                                               condizione di contadino. Sogni

                                               di esteta. Quando mai l’hai vista, idiota,

                                               la fatica dei campi, la stanchezza

                                               di un’aratura, e quello sfinimento

                                               incessante, perenne, del lavoro

                                               nelle stalle? Sei solo un sognatore.

L’UOMO VECCHIO            Oh stava qui quel sogno naufragato

di moderno: sottrarre la fatica

al lavoro dei campi, convertirlo

nell’allegro lavoro degli automi,

e compensarlo con altra l’allegria:

di coglierne felici quel compenso

che merita il lavoro del cervello,

senza lo sfinimento delle braccia,

senza quel lento logorio degli anni

che la fatica scava sulla faccia,

e godersi la vista dei covoni,

dei cesti pieni d’uva, delle forme

rotonde di formaggio che un puntello

incide per l’assaggio, e finalmente

sprofondare nell’acqua dei canali

limpidi e bruni, rallegrarsi al tocco

dei pesci, alla frescura che sorprende

la pelle nel contatto, quando il corpo

s’immerge all’improvviso dentro l’acqua,

e sentirsi lavati, liberati

dalla stanchezza uggiosa del lavoro,

annusare nell’intimo l’odore

di letame che arriva dalla terra,

e poi tornati a casa, fiutare

come segugi il tiepido profumo

di latte appena munto, ed ascoltare

la sera, lungo il fiume, il gracidare

costante delle rane, percepire

l’ululato di gufi e di civette,

sorprendere tra siepi il luccichio

delle lucciole, e poi sdraiarsi a terra,

guardare il cielo, e non pensare a niente.


IL GIOVANE                         Che abbiamo fatto, invece? abbiamo quasi

demolito i ricordi, cancellato

una storia: inquinato, fiumi, laghi,

torrenti, prosciugata nei fossati

e nei canali l’acqua, smantellati

gli argini, e siccità, allagamenti

sconvolgono la terra; l’inseguita

modernità ci è scivolata via

dalle mani così come ci sfugge

dalla rete un’anguilla. Sempre fisso

il pensiero dell’oggi, del domani

si rinvia il progetto, perché l’oggi

ci chiama, ma non ci si fida, invece,

del domani, e si cerca quell’istante

che abolisca il futuro, lo preceda,

lo compia in un adesso ed abolisca

il passato. Disposti a rapinare

l’occasione immediata, e a lavorare

d’astuzia, ci spaventa quel domani

che vogliamo attuato nel presente.

Di parole colmiamo soddisfatti

sempre la bocca, ma di azioni, fatti,

mai riempiamo le mani. Andiamo bene,

ci diciamo, lo ripetiamo ad ogni

piè sospinto. Per questo poi restiamo

fermi. No, non va bene, non va bene

per niente. Quel domani cancellato

eccolo qui: ci guarda con spavento,

è quest’oggi che abbiamo inaridito.


LA VECCHIA                      Ma non è vero, protesta qualcuno.

E’ un male immaginario. Vi sbagliate.

Anzi, tutto andrà bene. E così sia.

Non dite questo, non lo proclamate

a destra e a manca, tutti quanti siete,

voi giovani? Che avete fatto, voi,

per cambiare le cose, per fermare

il disastro? Be’, te lo dico: niente!


IL GIOVANE                         E dovevamo noi cambiarlo, il mondo?

                                                Noi riparare il disastro che voi,

                                                solo voi, con ostinazione avete

                                                pezzo per pezzo fatto così bene

                                                fino a quest’oggi cupo e desolato?


IL VECCHIO                        No, non è tempo, non è tempo, questo,

per l’elegia. Ma i versi, non so come,

non so se maledetti o benedetti,

sembrano reclamarla. Oh questi versi!

Se ne scrivono ancora. E, come sempre,

sanguina il cuore! Corre dai nostri occhi,

sotto forma di stille, una poltiglia

che ingombra il bulbo e preme dentro l’occhio

le palpebre più spessa di una pasta,

si raggruma e di lacrime un intralcio

ottenebra la vista del presente.

Ma guardate che cosa abbiamo fatto

di questo nostro fragile paese!


LA VECCHIA                        Ha parlato il poeta! Mi portasse

                                                a casa qualche soldo la poesia.

                                                Maiale e sognatore. Questo sei.

                                               Fandonie e porcherie sono materia

                                               della tua vita e della tua poesia.

                                               Ma gli dai pure ragione a codesto

                                               sbarbatello?


IL GIOVANE                                                  Lo sbarbatello forse

                                                ha veduto più cose, fino adesso,

                                                di quante ne figura la sua mente

                                                di vecchia incattivita.


LA VECCHIA                                                               Taci, taci,

                                               non parlarmi di cose, non parlarmi

                                               di vita. Che ne sai, tu, smerdocchello,

                                               della vita? Ma vivila, sprecata,

                                               sprecata l’hai, la vita, fino adesso.

                                               Ti mantiene tua madre. Ma sta’ zitto!

IL VECCHIO                         Non vedo tutto intorno che macerie,

del passato non scorgo che le scorie,

gli scarti che ostruiscono la vista

del ricordo, materia di seconda

mano, che la scomparsa silenziosa

ci presenta di ciò che avvenne. E sia.

Ma l’informe del tempo non assume

una forma per questo suo sparire.

L’accaduto, succede che ti sfugge

dalle mani, lo senti come un nulla

che ti grava sul cuore, che ti pesa

come un granito sul cervello. Toglie

voce, toglie respiro, toglie il canto.


IL GIOVANE                         Ci vorrebbe, chi sa, una poesia

senza canto, parole scaricate

dalla bocca per caso, senza fuoco,

a dire le parole di quest’oggi

senza parole, a raccontare questo

tempo senza passato, questo tempo

senza domani.


IL VECCHIO                                                   Come posso, dunque,

ancora figurarmi un’elegia

e anche figurarmela attuale?


LA GIOVANE                         Ma perché pensa che abbia bisogno

                                                il mondo di elegia? Ce n’è perfino

                                                troppa. Ce n’è perfino negli annunci

                                                pubblicitari. La smetta con questa

                                                lagna dell’elegia che non è tempo

                                                di scriverla, cantarla. Ma da quanto

                                                si dice e si ripete che per sempre

                                                è morta la poesia? I morti siete

                                                voi. Voi che non sapete più ridirla.


IL VECCHIO                         Non è più tempo di elegia. Ci resta,

anche dell’elegia, solo il ricordo,

in questo tempo che non ha ricordi,

ma nemmeno speranze, ch’è la forma

del ricordo se guarda nel futuro.

Povero Eliot! Non c’è più nemmeno

quel tuo presente che contiene

il passato e il futuro in uno stesso

tempo. C’è solo la desolazione

di un tempo che non è più tempo, un tempo

che ha ingoiato il tempo. Come posso,

dunque, cantare ancora un’elegia,

che altro non è se non la voce stessa

del tempo che ritorna, che s’insedia

nel presente, lo colma fino all’orlo

di tutto il suo passato, e lo prepara,

scardinate per sempre le parole

che dicono il passato, a pronunciare

le parole che dicono il futuro?


IL GIOVANE                         Non ho la voce giusta. O non è questo

il tempo giusto. No, non è più tempo

per l’elegia. Ma, forse, non è tempo,

ormai, per nessun canto. Fuori moda.

Il nostro tempo è un tempo che non canta.

Un tempo di parole senza ritmo.

E dunque un tempo che non ha parole.

Ma sì, lei ha ragione. Questa strana

sintonia tra le sue e mie parole

sembra la sintonia inosservata

dai più del mondo ch’è scomparso e quello

che non appare. Tutti e due diciamo

quasi la stessa cosa. Lamentiamo

un mondo che non c’è, ma che vorremmo

vedere vivo e nuovo intorno a noi.


IL VECCHIO                        Taci, per sempre, voglia di elegia.

Sei venuta in un tempo che t’ignora,

non ha bisogno di te, non ti vuole.

Appenderò la partitura al ramo

di una quercia. Bambino a questa quercia

altissima, davanti la mia casa,

gli uccelli che cantavano credevo

che fossero divini. Io gli parlavo.

Chi sa che un dio – sbirciando lo spartito -

non se ne appropri, e ricantando nota

per nota il canto, ne diffonda il suono,

e questo tempo che non sa cantare

ricanti insieme al dio quei vecchi canti,

e il tempo tornerà di nuovo tempo

di parole, di nuovo ancora tempo.


LA VECCHIA                        Chi sa! Nei labirinti del ricordo

il tempo non è tempo, ma miscuglio

di spezzoni del tempo. Sovrapposte

figure riavvicinano lontane

separazioni, e gioie immaginate

perenni le si sente svaporare

all’improvviso come schizzi d’acqua

su lamine roventi. Ma rovente,

sembra, è soltanto l’affollarsi fitto

dei desideri inattuati oppure

solo per un istante attinti e presto,

più che rimpianto, immedicata voglia

di una ripetizione inutilmente

eppure furiosamente attesa,

defraudati alla fine dello stesso

desiderarla. Perdere chi si ama

devasta più che non essere amati.

Quando è avvenuto, amico, che dai nostri

pensieri uno di noi s’è allontanato?


IL VECCHIO                         La fatica non è che sulle spalle

gravano gli anni, il peso dei ricordi,

ma misurarli, quando del segmento

di tempo che ti tocca, la Ragione

prevede presto che verrà la fine,

il Sentimento si smarrisce, cede

all’improvviso scollamento, al buco

tra cuore e cosa, vede quanto fioca

illumini la luce del pensiero

anche la poca quantità di vero

che supponevi inossidata, in mezzo

alle incertezze mai più scardinate

dei tuoi scarsi contatti con il mondo.


LA VECCHIA Ragione, sentimento, che diffusa

sensazione di controllare questa

nostra sopravvivenza! e tocca invece

la tua pelle l’insidia di un nemico

inavvertito della vita, anch’esso,

però parte ma che vorresti fuori,

della vita, invisibile da dentro

ti penetra le vene di quel falso

paradiso che ingenuo tu chiamavi

Natura: oh niente è naturale, tranne

la tua disperazione. Sentimento,

ragione, le tue maschere di fuga,

il buco in cui nascondere la tua

questa sì senza scampo inossidata,

immutabile inadeguatezza.


LA GIOVANE                       Ragione e sentimento li racchiudi

in un gioco che trucca le tue carte,

ma poi li espelli con un solo fiato

di paura – la vita, che ti giochi

come se fosse tua e con quel fiato

potessi pronunciarla – ma qualcuno

la chiama poesia. Tu sai che invece

nemmeno la poesia può addolcire

il mondo, il mondo si avvelena, e crepa,

anche senza la tua poesia. Noi siamo

- dice qualcuno – della stessa pasta

dei sogni, ma chi dice che anche un sogno,

volatile com’è, non possa dentro

racchiudere un inferno? Vedi, dunque,

se ancora ti è possibile cantare

un’elegia. Chi sa, più che i ricordi,

a scomparire sembrano le cose.


IL VECCHIO                        Casali, fattorie, nella pianura

e lungo il Po, fin dentro l’acqua, rive

di terriccio sassoso, o bianche spiagge

che mutano dimora col mutare

delle correnti, travolgono muri

di mulini, steccati di giardini,

vecchi ponti di barche, folti boschi

di pioppi, il pianto languido sull’acqua

di sospiranti salici, caduta

lieve di foglie come un lungo addio

che il fiume si trascina via lontano.

Adoravo nuotare sotto i rami,

abbandonarmi nudo alla carezza

di quei rami cadenti. Era, può darsi,

come un bacio segreto delle piante,

forse l’impercepibile venuta

di una ninfa, e la mia estenuata

ansia di unione si placava in una

sorta di nuova, di avvolgente, acuta

trafittura, in una eiaculazione.


LA VECCHIA                        La trafittura, oggi, è la scomparsa

dei salici. Ma fossero scomparsi

solo dal campo antico di quegli anni

sulle rive dei fiumi e dei torrenti

i salici piangenti che un sorriso

destavano nel cuore: senz’avviso,

inaspettatamente, crudelmente

il vortice del tempo ingoia e annienta

gl’inabitati sguardi, le perdute

carezze dell’amato e lascia, dove

ci si ricorda un bacio, nello stesso

punto, l’inappagato desiderio.


IL GIOVANE                         L’inappagarsi della vita sembra,

se proprio se ne cerca un senso, tutto

il senso della vita. E in quest’assenza,

l’impulso, dall’interno della vita,

o può darsi la giustificazione

mossa dal sangue stesso nelle vene,

che genera, che quasi ci costringe,

e ci autorizza l’elegia. Ma quale

consolazione avremo noi dal canto

che ci mostra le perdite, i delitti,

le disfatte del fiato che pronuncia

un amore, o che implora un aiuto?


IL VECCHIO                         Appendo al gancio la mia lira. Solo

se mi appaga il silenzio. E nel silenzio

vorrei che risuonasse l’elegia.

Ma quanto siamo venuti dicendo

fino a questo momento, amica troppo

forse da me sottratta ai miei pensieri -

ma includerti come potevo, amica,

se non c’eri? - di’, quanto abbiamo detto

finora, non è forse un’elegia?


IL GIOVANE                         Come ti sento a me fratello, vecchio!

                                               Le inesaurite, inesaudite stille

se avrò contate della sofferenza

che spegne il fiato, ripigliarmi come

saprò dei giorni estinti la perduta

mia voce? come della consumata

gioia la ormai fuggita tenerezza

potrò senza rimpianto ricordare?

Ecco che mi rispunta dalla pelle

questo pianto che cerca le parole.

Come se le parole una segreta

consolazione dessero al dolore.

Che invece resta, e morde più vorace

il cuore. La poesia non consola:

guarda, ragguaglia, esamina, racconta.

E a un mondo senza senso dona il senso

di figurarne il torbido groviglio.

La distanza degli anni non confonde

la memoria. Anche di un solo momento,

di una sola perduta voce, un solo

contatto che non si è trattenuto, scava

deserto di millenni dentro il cuore.


LA VECCHIA                        Visitarlo, conoscerlo vorrei,

senza pentirmi, un mondo confortato,

ma non ho che disordinati spazi

dentro cui soffre ogni vivente forma.

L’elegia, oggi, non è più rimpianto,

non ha maschera che nasconda il volto,

né morso in bocca che freni la lingua,

l’orrore è denudato, la miseria

denunciata. Bellezza, se si cerca,

è questa libertà che osserva e parla.


LA GIOVANE                        Il nostro è il tempo non più del lamento,

di un’elegia che pianga. Il nostro è tempo

dello sguardo che sveste, della bocca

che dice l’indicibile, dà nome

al male che si vede, ma nessuno,

o per paura, o perché ne fa parte,

ha voglia di additare. Il nostro è tempo

del solitario che denuncia, tempo

del pazzo che osa dire ciò che dire

sembra proibito, inopportuno, cosa

che fa vergogna o, peggio, compromette.


IL GIOVANE Il nostro è il tempo di chi è contro, il tempo

di chi rifiuta. Tempo di tiranni -

uno o molti che siano – richiede

voce di libertà, di opposizione,

l’elegia del futuro è questo canto

che non piange, che guarda, alza la voce,

e invece di nasconderle, le crepe

della vita le mostra, le risana,

se può una poesia risanare

il male che da secoli, millenni,

offusca, tramortisce, uccide il mondo.

Quest’elegia che non è elegia,

oggi dobbiamo a chi vive: lamento

forse, ma che non muore finché il sole

risplenderà sulle miserie umane.


Brescello, 26 agosto – Fiano Romano, 12 settembre 2020


sabato 9 aprile 2022

Prometeo

 





Sois sage, ô ma Douleur, et tiens toi plus tranquille

Baudelaire


Non so che senso dare al mio dolore,

se abbia un senso il dolore, se la vita

oltrepassi l’istante che nel cuore

un battito mi accerti non finita


l’esperienza del male, del furore

di vivere già spenta inavvertita

la costanza, e respiro se al clamore

degli occhi inietti luce ch’è sparita.


Ma guardo, ascolto e vedo intorno il mondo

che non dà senso a questo carnevale

di cupidigie, al buio senza fondo


di un soffrire che dall’inferno sale

dell’umana incostanza, inverecondo

urlo di gioia averlo inflitto, il male.


Fiano Romano, 8 - 9 aprile 2022





La Bohème di Giacomo Puccini, film-opera di Mario Martone


 

Teatro dell’Opera di Roma. La Bohème di Giacomo Puccini. Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal romanzo Scene della vita di Bohème di Henri Murger. Film-opera di Mario Martone. Trasmesso venerdì 8 aprile 2022 su RAI 3.


Interpreti:


Rodolfo, Jonathan Tetelman

Mimì, Federica Lombardi

Musetta, Valentina Naforniţă

Marcello. Davide Luciano

Schaunard, Roberto Lorenzi,

Colline, Giorgi Manoshvili

Benoît, Armando Ariostini

Alcindoro, Bruno Lazzaretti

Un venditore ambulante, Giordano Massaro

Parpignol,Vinicio Cecere

Un doganiere, Daniele Massimi

Sergente dei doganieri, Maurizio Cascianelli


Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Direttore del Coro, Roberto Gabbiani


Direttore e Concertatore. Michele Mariotti



Federica Lombardi e Jonathan Tetelman


La Bohème di Giacomo Puccini, libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal romanzo Scene della vita di Bohème di Henri Murger, andò in scena al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio 1896. Tre anni prima, sempre al Teatro Regio di Torino, sempre un 1 febbraio, andò in scena Manon Lescaut, il primo grande successo di Puccini, un’opera che costò molta fatica e molti ripensamenti, soprattutto per la stesura del libretto a cui misero mano in molti – Luigi Illica, Marco Praga, Domenico Oliva , e vi partecipò lo stesso Puccini, ma che alla fine fu pubblicato senza il nome di un autore. All’epoca la drammaturgia di Manon Lescaut fu giudicata incoerente, poco teatrale, sconclusionata, a dimostrazione di quanto spesso i contemporanei non riescano a individuare le ragioni del nuovo, e invece a noi oggi appare modernissima, quasi cinematografica, quattro scene della tragica vita di Manon apparentemente staccate l’una dall’altra, ma che nella successione disegnano i momenti di svolta del degrado sociale dell’infelice giovane, da ragazza di buona famiglia ad amante di uno studente squattrinato, poi mantenuta di un ricco debosciato, prostituta e truffatrice deportata nelle colonie francesi d’America, morta di stenti nel deserto del Nuovo Mondo. Certo, rispetto alla coerente e ininterrotta vicenda della Manon di Massenet, andata in scena all’Opéra-comique di Parigi il 19 gennaio i884, l’opera di Puccini sembra incoerente, gli atti scollegati l’uno dall’altro. Ma la vicenda acquista un colore sinistro, tragico, che non ha l’opera francese, la quale, tuttavia, disegna un ritratto assai più delicato e pieno di sfumature della ragazza, mettendo in rilievo, più che le crisi psicologiche del personaggio, il suo destino di vittima sociale degli appetiti maschili, che in quanto donna non ha altre risorse se non il sesso per prevalere sulla loro prepotenza. Che è poi la tesi anche di uno straordinario romanzo illuministico francese: Le relazioni pericolose di Chordelos de Laclos. Ma in quei tre anni – dal 1893 al 1896 - il mondo del teatro musicale, anche in Italia, era cambiato. Appena otto giorni dopo il successo di Manon Lescaut al Teatro Regio di Torino, un’altra opera andò in scena alla Scala di Milano: il Falstaff dell’ormai ottantenne Giuseppe Verdi. Era un’opera assolutamente nuova, che spazzava via le differenze tra il melodramma di tipo italiano e francese costruito su numeri musicali chiusi e il dramma wagneriano di un flusso musicale ininterrotto. Si disse, e si scrisse, già dall’Otello, di sei anni prima, che Verdi aveva ceduto al modello wagneriano. Ma le cose stanno in altro modo. Verdi non rinuncia affatto alla forma musicale chiusa. Cerca, come ha fatto fin dall’inizio della sua carriera di drammaturgo, di costruire una continuità drammaturgica musicale cucendo insieme le forme chiuse senza farne sentire la cesura. Era del resto la lezione dell’ultimo Rossini. Donizetti segue altre vie. Bellini vuole, invece, anch’egli costruire una continuità drammaturgica, ma per vie tutte sue, attenuando le differenze tra declamazione e aria, da una parte estendendo al declamato la cantabilità dell’aria, e dall’altra introducendo nell’aria la forza drammatica della declamazione. Esempio sublime, il duetto finale tra Norma e Pollione, nella Norma. Verdi lo tiene presente per tutta la vita. E mira a reinventare da una parte la grande forma rossiniana, così bene individuata da Dahlhaus nel suo saggio sulla musica dell’Ottocento, una forma che equilibra le necessità stilistiche di una forma musicale chiusa – che però non sia la singola aria - con la sua funzione drammaturgica, e dall’altra a proseguire la via di una declamazione melodica piegata alla situazione drammatica come gli pareva suggerita da Bellini. Il finale del Ballo in maschera già individua e realizza perfettamente questa via. Nel Falstaff il processo giunge al suo compimento. C’erano nel melodramma due forme che si prestavano a questo sviluppo. L’Introduzione, e il Finale. Verdi le coniuga, le mescola, e costruisce l’intera opera come una successione di introduzione e finale ininterrotta. Crea così quello che poi verrà chiamato stile di conversazione. L’opera non si spezza in singoli momenti formali ma si presenta come una successione ininterrotta di conversazione tra i personaggi. Puccini coglie la novità, e il compimento di una tradizione alla quale nemmeno lui voleva rinunciare. Nasce così La Bohème. Un’opera di perfetta conversazione ininterrotta tra i personaggi, con i suoi momenti lirici che però non spezzano la continuità, sarebbe infatti sbagliato considerarli, come spesso si fa, arie o romanze: sono il momento lirico del dialogo, la sviluppo musicale necessario di ciò che precede e la premessa ugualmente necessaria di ciò che segue. Il dialogo – e non duetto! - tra Rodolfo e Mimì che chiude il primo atto ne è un esempio mirabile. La situazione – i due restano al buio, cercano la chiave, si parlano – non conosce un solo attimo di sosta, e ciò che sembra un arrestarsi dell’azione – non cercano più la chiave – è solo uno svilupparsi del sentimento dei due che si scoprono alla fine innamorati, l’azione dunque si trasferisce dai gesti esterni all’interiorità dei personaggi. Quella sorta di concertato finale che chiude il dialogo, con le voci degli amici fuori scena, è un riportare l’azione interiore al movimento indispensabile dei due innamorati che escono per raggiungere gli amici. La continuità drammaturgica è raggiunta, ma senza soffocare lo slancio lirico dei sentimenti nei momenti in cui il sentimento deve effondersi.



Mimì e Rodolfo


Tutto ciò, questa continuità musicale dell’azione, è manna per un regista. Tanto più per un regista che voglia trarne un film. Mario Martone conclude, per il Teatro dell’Opera di Roma, con questa bellissima Bohème, trasmessa venerdì scorso da RAI 3, il percorso iniziato con Il Barbiere di Siviglia e proseguito con la Traviata, creando una trilogia teatrale e cinematografica di straordinario interesse. Perché non fa teatro, solo teatro, ma nemmeno cinema, solo cinema. E tanto meno mette in scena un melodramma, anzi sarebbe, nel caso della Bohème, di dire dramma musicale, opera, e non melodramma. Fa qualcosa di assai più complesso: fa tutte queste tre cose insieme: mette in scena un dramma musicale, fa teatro e facendo teatro fa un film, un film che è la rappresentazione di come si mette in scena un dramma musicale senza fare vero e proprio teatro, ma in realtà poi costruendo un’azione teatrale al quadrato, che è anche un film che mostra come si fa un film che non è cinema, ma è teatro che si fa cinema. Martone, come aveva già fatto con Il barbiere di Siviglia e la Traviata, non si propone di fare un film dell’opera, trasferendo pari pari l’azione che si sarebbe vista a teatro in un’azione cinematografica, mantenendo cioè l’illusione di assistere a una vicenda, come in un vero film, con la differenza che i personaggi, invece di parlare, cantano. No, l’origine teatrale-musicale dell’azione non è mai trascurata, è anzi esibita. Il film, così, appare come una riflessione su come si fa o si può fare oggi un film d’opera. E per di più proprio il soggetto della Bohème, un gruppo di giovani che credono di poter cambiare il mondo, si presta a una nostalgica rievocazione della nouvelle vague francese, l’insegna del Café Flore, nel quartiere Latino, frequentato, tra gli altri intellettuali del periodo, anche da Sartre, a un certo punto appare, fuggevolmente, dove ci aspetterebbe il Café Momus. Questa rievocazione di una certa Francia conferisce al film un tono di perpetua e nostalgica tristezza, di malinconia che l’allegria e lo slancio vitale giovanile non riescono a reprimere. Ma del resto non è tipica proprio dei giovani più fantasiosi e visionari una profonda malinconia, un desiderio della morte, e la sua paura, un senso smodato di solitudine e d’inadeguatezza? Chi sa che sia questo il senso profondo della Bohème di Puccini. 




Le riprese sono girate, con bellissimi effetti e splendide inquadrature,  nei Laboratori di Scenografia del Teatro dell’Opera di Roma, in via dei Cerchi: un edificio di archeologia industriale, tra officine per scenografi-pittori, depositi immensi di costumi e attrezzeria scenica e una falegnameria. Negli esterni si vedono le rovine del Circo Massimo e del Palatino. L’orchestra s’inserisce più volte nella rappresentazione, inquadrata nello spazio immenso del laboratorio. Il direttore, Michele Mariotti, è più volte inquadrato, nei momenti di più intima concertazione strumentale, in primi piani che mettono in evidenza la realtà di un’esecuzione musicale e non di una finzione realistica che racconti una vicenda. Niente è realistico, gli ambienti non sono quelli del libretto, ma è il laboratorio, i vari spazi del laboratorio, le sue terrazze. E tuttavia, il realismo cacciato via dalla porta, rientra dalla finestra dei primi pieni dei volti dei personaggi o meglio degli interpreti. Rare volte si sono visti un Rodolfo così verosimile, una Musetta così accattivante, una Mimì così credibile, Federica Lombardi, nonostante il fisico denunciasse uno stato di ottima salute, e non una malata di tisi. Avrebbe potuto essere una contraddizione in una rappresentazione che avesse voluto presentarsi come realistica, è invece un elemento in più di intensità emotiva proprio perché non è abolita la differenza tra interprete e personaggio, ma è anzi esibita. È l’interpretazione che restituisce il personaggio, non la sua verosimiglianza visiva. Sono, anzi, proprio i primi piani dei volti degli interpreti a condurci nell’evoluzione dei sentimenti che muovono le azioni dei personaggi. Indimenticabile il volto di Mimì che nel terzo atto ascolta il colloquio tra Rodolfo e Marcello, dal quale apprende sì che Rodolfo la ama, ma anche di essere condannata dalla malattia. Gli interpreti vanno lodati tutti. Qualcuno, come il Rodolfo del tenore cileno Rodolfo Tetelman ha l’efficacia di un fisico adattissimo al ruolo, di un bel giovane dall’aspetto ingenuo, ma in realtà introverso, complicato. Ma gli altri non sono da meno, il Marcello di Davide Luciano e la Musetta di Valentina Nafornita, moldava, Schaunard è Roberto Lorenzi, Colline è Giorgi Manoshvili. Impagabile Benoit, Armando Ariostini. E musicalmente? All’effetto visivo corrisponde quello musicale. Straordinaria l’omogeneità del cast. Nessuno fuori tono o sopra le righe. Segno di un lungo lavoro di preparazione. E Michele Mariotti tiene insieme le complesse fila dell’interpretazione su un piano di perfetto adeguamento di ciascuno all’insieme. Un film da vedere e da rivedere, che è insieme una splendida interpretazione dell’opera e una lezione di come oggi una rappresentazione che non sia anche riflessione sulla rappresentazione appaia inadeguata, poco credibile, per quanti sforzi si facciano, magari anche polemicamente, programmaticamente, quasi come un’utopia di una fedeltà inesistente o impossibile, di rispettare, come da alcune parti vanamente si continua a dire e a proclamare, le prescrizioni del libretto e della partitura. Che non è vero, perché l’arte del teatro – e del cinema - muta assai più rapidamente di quanto l’ingenuo spettatore o teatrante, fiduciosi nella verisimiglianza delle convenzioni teatrali, possano immaginare. Altrimenti dovremmo rappresentare Shakespeare affidando ad attori uomini anche le parti femminili, rialzare l’orchestra al livello del palcoscenico per l’opera prima della riforma wagneriana, in Italia almeno fino al primo novecento, e riportarla sulla scene per le rappresentazioni rinascimentali e del primo Seicento. Rileggersi, per convincersene, le pagine, può darsi definitive, che Carl Dahlhaus, nel saggio I drammi musicali di Richard Wagner (Marsilio, pur troppo esaurito, si può però leggere l’edizione originale tedesca oppure la sua traduzione inglese), dedica alle messe in scena dei drammi wagneriani.



Marcello