Non è il caso di ricordare Guicciardini o, più vicini a noi,
Leopardi e Moravia, ma credo che il giudizio severo, spesso pronunciato, da
italiani e stranieri, sul popolo italiano, come una gente opportunista,
conformista, che non si mette mai in gioco, abbia un fondo di verità. Premetto
subito che mi sembra errato giudicare un intero popolo con un giudizio
cumulativo, anche quando fosse appena attenuato dal riconoscimento di
eccezioni. Che il popolo italiano sia, tutto quanto, un popolo conformista, è
un giudizio inaccettabile: se detto così,
e generalizzato a un intero popolo, è non solo un giudizio sbagliato, ma non
vero. Basterebbe l’episodio della Resistenza, che non fu solo un episodio, a
smentirlo. Ma poi, a un’analisi più approfondita, proprio la Resistenza
potrebbe, invece, dare appiglio alla conferma di un giudizio così severo. Da
quanti fu di fatti capita, incoraggiata, sostenuta, la Resistenza, e quanti, invece,
pur non contrastandola, se ne tennero alla larga? C’è un romanzo, bellissimo,
di Cesare Pavese, che racconta questo mettersi in disparte, questo stare alla
larga, non impicciarsi: La casa in collina. Le autorità, l’apparato
amministrativo dello Stato, inoltre, fino all’ultimo, la considerò per lo più un
atto di ribellione. La riflessione mi è
sorta dall’osservazione di un commentatore alla mia affermazione che Leopardi fosse
ateo. No, mi obietta il commentatore, essere ateo è ingiustificabile, era
agnostico. A parte il fatto che Leopardi si dichiarasse apertamente ateo, l’osservazione
è interessante per ciò che mette in luce. L’ateo prende posizione, si schiera, nega
apertamente l’esistenza di una divinità. L’agnostico sospende il giudizio, non
si dichiara né pro né contro, come Ponzio Pilato si lava le mani. Lascia aperta
una porta. Non si sa mai. E non è la scommessa di Pascal, dove sul piatto della
scommessa si mette la propria vita, e si scende sul campo, schierandosi da una
parte, ma il più prudente tenersi a distanza, non esprimersi, non stare né da
una parte né dall’altra. Ora, è indubbio che questo atteggiamento sia, da
secoli, incoraggiato dalla cultura italiana del potere, e introiettata nei
sottomessi: mettersi in gioco è rischioso, può concludersi tragicamente. Il
potere non fa mai sconti. C’è un capitolo, molto duro, dei Promessi Sposi, in
cui questo atteggiamento del potere italiano e dei suoi sottomessi, è
raccontato con precisione terribile. E’ il capitolo in cui si racconta dell’incontro
tra il Padre Provinciale dei Cappuccini e il Conte Zio. Non credo che da
allora, negli italiani, sia che detengano un sia pur piccolo potere, sia che
invece debbano ubbidire anche all’appuntato del posto, l’atteggiamento sia oggi
molto cambiato. “Ma chi glielo fa fare? di che s’impiccia? lasci stare”. Ecco spiegata, forse, la causa per cui in
Italia non si è mai fatta una vera rivoluzione. Rivolte, tante. Ma una rivoluzione
che sia una vera rivoluzione, come in Francia, come in Russia, mai. E le poche
tentate, appena cominciate sono state subito soffocate, con gran sollievo di
tutti. O vado troppo lontano? Tuttavia
gli usi linguistici sono spesso la spia di un atteggiamento culturale, di una
disposizione sociale. E preferire l’agnosticismo all’ateismo denota un
atteggiamento prudente, guardingo, di chi ha paura di mettersi in gioco, e non
sta perciò né da una parte né dall’altra. Anche se, poi, messo alle strette, a
evitare il peggio, ci si mette subito dalla parte del più forte, di chi vince. “Pregate
Dio sempre di trovarvi dove si vince, perché vi è data laude di quelle cose
ancora di che non avete parte alcuna; come per el contrario chi si truova dove
si perde è imputato di infinite cose delle quali è inculpabilissimo”
(Guicciardini, Ricordi, 176).
Fiano Romano, 5 agosto 2016
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