domenica 5 dicembre 2021

Chi, o Saffo, ti fa torto?

 

DINO VILLATICO


CHI, O SAFFO, TI FA TORTO?



Placida notte, e verecondo raggio

della cadente luna; e tu che spunti

fra la tacita selva in su la rupe,

nunzio del giorno…


Giacomo Leopardi













I.


Una panca. O un letto. In una stanza nuda. Vi sta sopra, distesa, una donna. Senza cuscino, supina. Indossa una specie di lungo chitone. E’ l’alba.


LA DONNA Pensare. O ricordare. Ma potessi

chiudere gli occhi e non vedere nulla,

nemmeno dentro la mia testa. Quanto

tempo fa? Quanti giorni? Quanti mesi?

Fuggono, senza ch’io possa fermarle,

le parole. O che cosa? Ma non sono,

no, non furono mai parole, quelle

che non dico, ma vedo, e dunque scrivo.

Quando? oh, quando? Se fu solo dire.

Come ancora, guardando, penso, e dico.

Mai più! mai più! Fuggito via per sempre.

Annegare! annegare! oh sì, annegare!

Nessuna cosa è la cosa più bella,

tranne questo morire che non muore

della mia vita, un vento che squassa

tutte le ossa e frantuma una per una

le mie parole. Torno a dire? Torno

altro di me a non essere che il dire?

Tu, tu che mi ascoltasti allora, dove

sei fuggito, mio canto, mio sublime,

unico canto? E se toccare, oh! appena

una carezza, appena uno sfiorarti

leggera con le dita la peluria,

laggiù, dove tu bruci e fai bruciare,

se mi lasciassi là depositare

un breve bacio, un mio lungo sospiro

appena con la punta della lingua,

laggiù, dove l’amore nasce e affonda,

perché già vecchia mi disprezzeresti?

Ma tu ti copri. Tu ti chiudi. E scappi.

T’avrei donato tutte le parole

del canto con cui canti la tua scialba

giovinezza. Che cosa può ferirti,

sciocca, se la mia mano ti carezza?

Ho solo quindici anni, se mi vuoi.

E sono madre. Posso tutta darti,

ancora, dal mio seno, una dolcezza

che tu ignori. Perché ti parlo ancora?

Le mie parole sono baci, lunghi

baci che non t’ho dato. Ricordare!

E smarrirmi. Ma in quell’annegamento

della memoria, mi ridesto al canto,

quasi mi rassereno, mi conosco,

e mi salvo. - Tu ridi? Se ne muoio!

Si può, certo, morire di memoria,

del desiderio di dolcezza, forse

perfino di bellezza, che s’appaga

nella sola visione del ricordo.

Illanguidita voce del pensiero,

umida bocca del mio desiderio,

per te così si bagna la memoria,

così germoglia il canto tra le labbra

che vieti alle mie labbra. - Devo alzarmi.

Devo guardare. Più nulla, quando m’alzo,

di ciò che penso, è vero. Tutto, adesso,

invece, mi distrugge, mi divora. -

Vivo soltanto delle mie parole,

ma non di te. Ma non di te! perduta,

unica voce innominata. Tutte

quante le altre, ora, fuggitiva voce,

ah no! no! non mi giovano, se questa,

sola, non mi risponde, mi respinge. -

Lui, però, mi deride. Sorrideva,

al tuo fianco, e parlava, ti diceva

non so che cosa, forse t’additava

me che tremavo, che rabbrividivo

guardandolo, guardandoti, e morivo,

di soffocata tenerezza. Basta!


Si drizza. Sta seduta sulla panca.


Odio la luce, il giorno che vi coglie

ancora avvinti. Intera, tutta quanta

è passata la notte, senza sogni,

guardandovi. Sto qua, che guardo, sola,

ciò che non vedo, e non vorrei vedere.


Batte i pugni chiusi, ritmicamente, tra loro.


I miei capelli un tempo erano viola

e li cantò un poeta. Io sono pura -

oh, tu non sai, no, tu non puoi sapere,

tu sei fuggita, ti sei chiusa gli occhi,

prima, non tanto di scoprirlo, prima,

piuttosto, di lasciartelo scoprire -

che sono pura, veramente pura,

e che ogni volta tocco come fosse

la prima volta. Sciocca! Di noi due,

non io te - che follia! - ma tu me, come

un calice di vino ancora colmo,

e non toccato, me tu hai perduto.

Sì! m’hai perduta! Per tutti questi anni

che mi pesano addosso, che tu conti

in ogni filo grigio dei capelli!


Si butta bocconi sulla panca.


E non posso tornare indietro. Fosse

solo d’un giorno. Avanti, come freccia

scoccata, scorre la mia mente, vola

il respiro e s’estingue la parola.

La musica è sospesa. E il giorno passa,

passa la notte, senza sonno, senza

sogni. Ma scorre, e vedo, tutto il giorno,

tutta la notte, questo inappagato

desiderio di te che mi concede

al tuo rifiuto. - Sì, odio la luce

che ritorna. Vorrei che fosse sempre

notte. - Ma no! la notte è ancora peggio!

Che il giorno m’abbandoni, e ricominci

la notte, amico il buio in questo letto

non scende. Né sorride, quando torna,

il sole. Asciutto il ciglio, e fermo l’occhio.

Ma, dentro, una tempesta mi sconvolge

di lacrime e di sangue che va via. -


Si drizza un’altra volta. Fissa, seduta sulla panca, un punto lontano.


Adesso si alza. Chiama la sua serva.

Si fa portare nardo e cinnamomo.

Si lava, si profuma: tutta quanta

dai capelli alle gambe, dalla fronte

alle dita dei piedi e, tra le cosce,

una goccia di muschio. Si cosparge

d’olio le membra, tinge le sue guance

di croco e di papavero. Tessuti

lievi di Licia stende sopra il letto.

Il suo corpo ora freme: lo nasconde

allo sguardo infiammato la sottile

ragnatela di un abile ricamo,

lino leggero d’Egitto che brune

fanciulle ricamarono cantando

sulle sponde del Nilo nelle calde

lunghe notti d’estate quando il cielo

è tutto quanto un delirio di stelle.

Corta la notte fu per le delizie

d’amore. Nuove nascono dal giorno

che arriva le delizie della luce.

E guardarsi è già quasi penetrarsi.

Dai suoi occhi ora tu l’apprendi, e senti

cedere a quello sguardo le ginocchia.

Senti bruciare d’una sconosciuta

febbre i tuoi occhi. E tutta t’abbandoni

di nuovo a lui, ricominciando il gioco

che ti sfibra, ma non ti sazia. - Sempre

ti dura il desiderio quando credi

già finito il piacere. Ricominci

a guardarlo e ti lasci da lui tutta

guardare. Scorge un tremito incresparti

le labbra: ride, gli occhi ancora fissi

nei tuoi occhi, si piega sulle labbra,

e con un bacio il tremito t’arresta. -

Ma come t’attraversi l’occhio d’una

donna, questo l’ignori. Che languore

dentro svuoti le viscere, tra sguardo

e sguardo se giocare lasci gli occhi.

Più dolci gli occhi sono delle dita.

Più dolci della verga che tu chiedi

all’uomo che ti coglie e ti feconda

col suo seme, ma non può la tua bocca

colmare con la stessa tenerezza

della mia bocca di donna. Nessuna,

più dolce, ormai perduta ricordando,

dell’unica che incauta rifiutasti,

ma che sola dei giorni senz’attesa

fingere ti saprebbe una memoria. -

Ricordo il giorno che da me venisti:

ti svolazzava intorno per il vento

la bianca veste, e io ti pregai,

su quel vento, d’improvvisare un canto,

lasciando sulla pettide volare

le tue dita: guardandoti godevo,

intorno a te volavano gli sguardi

che muove come il vento il desiderio,

e tutte salutammo in te l’ingresso

della bellezza. Offrimmo quella sera

ad Afrodite tutte quante un dono.


Si palpa i seni. Si strofina l’inguine.


Mai! mai! mai! mai! Terribile parola.

Già. Tu non la conosci. Tu conosci,

adesso, solo la parola sempre

e la parola ancora. Per me solo

si dice mai, o, peggio, mi s’insulta

con un non più. - Perché non dirmi invece

non ancora? Volevi forse intatta

serbarti a lui, lasciargli il primo fiore

della tua giovinezza? e, di piaceri

ormai esperta, finalmente darti

a me? questo volevi? E inutilmente

mi dispero? M’illudo, se ti aspetto?












II.


La stessa scena. Mezzogiorno. Luce accecante. La donna siede sulla panca. Con le gambe incrociate e le palme delle mani sulle ginocchia. Fissa il vuoto.


LA DONNA Guardare. Anche così si aspetta. Forma,

anche questa, chi sa, d’intesa. Forma

- ma di chi? ma per chi? - forma d’incontro.

E d’inganno. Chi aspetto? e fino a quando?

Il sole, alto nel cielo, che mi guarda,

guarderebbe comunque, anche l’amplesso,

come ora guarda, qui dentro, la mia

solitudine. Scendi, te ne prego,

scendi a parlarmi, misericordiosa

voce, fammi sentire il frullo d’ali

che fino a me ti porta, dolce voce

del canto che t’invoca, fammi udire

le mie parole un’altra volta dentro

il suo cuore. Ch’io possa, dentro il cuore,

dentro il suo cuore, i battiti avvertire

della mia voce. Ch’io mi riconosca,

dentro di lei. La mano che mi coglie

mi coglierà che bacio il suo venirmi

dentro, e dentro la stringeranno forte,

inumidite, le mie labbra. Oh lascia

ch’io t’ascolti le vene, ch’io ti senta

fremere sotto la mia lingua, lascia

che con questa mia guancia dello stesso

mio fuoco ardere io senta la tua guancia.

Ma quali, adesso, snerveranno amori

le tue fibre? da quale bocca accolta

la tua bocca si lascerà donare

giovinezza? e da chi, poi, penetrata,

riversandogli umori nella stretta,

berrai da lui la vita che dà vita?

Anch’io conobbi quei piaceri. Avevo

la tua età. M’aveva già un’amica

- cara! - prima di quella notte, aperta,

perché poi non soffrissi nella nuova

per me tanto diversa congiunzione.

Piangevo. Io piangevo, e non volevo

abbandonarla. “No, mai, mai”, dicevo:

“voglio lasciarti. Morirò se passo

quella soglia”. Ma invece la passai.

E mi strinse, oltre l’uscio, un’altra mano.

Grande. Nessuna mano così grande

m’aveva preso ancora per la mano.

E la sentivo calda. Tutta quanta

bagnata di sudore. Cominciavo

a sentirmi protetta. E anch’io sudavo.

Sarei caduta, inerte, se il suo braccio

sorretta non mi avesse. Mi mancava

la forza nelle gambe. Mi sentivo

tutta dentro bagnarmi e ne provavo

vergogna. Non osavo alzare gli occhi.

Non osavo guardarlo. Ma sentivo

che mi guardava. Forse, sorrideva.

Appoggiata al suo braccio, mi condusse

nella stanza del talamo. Mi tolse

la veste, senza dire nulla. Solo

in quel punto m’accorsi che d’un tratto

avevo smesso di tremare. Allora

alzai anch’io su di lui lo sguardo.

Io avevo paura. Quasi ancora

nulla sapevo del suo corpo, e tutto

nudo me lo vedevo avanti. Eppure,

già vederlo, e noi due la prima volta

là, così soli, l’uno contro l’altra

- contro! com’ero sciocca! da lui seppi

come si possa due corpi stare

l’uno per l’altro! - sì, da lui! - sentivo

il suo respiro intorno a me volare

per la stanza, colmarla, profumarla,

addensarla di desideri, quasi

chiuderla dentro un bozzolo di venti

leggeri, delicati, e domandarmi

con quell’alito il dono atteso e dolce

d’un bacio, il dono infine di me stessa.

Avvertivo i suoi occhi scivolare

sulla mia pelle, come ora anche i miei

li sentivo bruciare al desiderio

d’abbracciargli le gambe, il ventre, il petto,

secca la lingua nella bocca, e come

prosciugate le labbra dalla sete.

Mi sentivo cadere. Inumidirsi

la mia pelle. Disciogliersi le membra.

Appannarsi la vista. Risucchiata

da me stessa. Mi venne addosso un grande

caldo, venni squassata da un furore

finora sconosciuto, era una febbre

che mi bruciava gli occhi, ma d’un tratto

invece tutta quanta fui sconvolta,

scardinata da tremiti di freddo. -

Chi sa se così dolce anche te l’uomo

che ora ti stringe ha colto il tuo donarti

a lui, come mi colse, spaventata

prima, onda poi d’estrema tenerezza,

l’uomo che quella prima volta, al colmo

del mio donarmi a lui mi rese madre.

Aveva anch’egli, come me, tremendi

gli amori, e molti,ognuno il primo, ognuno

il più grande. Perciò tra noi più bella

fu la vita, più tenera la notte,

e più tranquillo il giorno. A me veniva,

se amore nuove angosce gli portava.

A lui parlavo, se me l’alba desta

mi trovava nel letto. E noi parole,

l’uno per l’altra, si cercava, nuovi

canti, nuovi discorsi, per scacciare

l’umore nero delle nostre notti

senza compagni. Entrambi cercavamo

la luce, il sole, il ridestarsi amico

dei colori allo sguardo, il puro incanto

d’una forma, la geometria sonora

d’una voce, che agli occhi dà l’ebbrezza

della vita. Coglieva entrambi un dolce

pianto all’aprirsi, dopo lunga via,

del mare all’orizzonte. La bellezza

d’un fiore, d’una tazza, ci rapiva.

Ma solo poi la grazia luminosa

d’un corpo, la divina limpidezza

d’uno sguardo eccitava nel contatto

la febbre del divino. Conoscenza,

senza paura non si tocca. Solo

si schiudono le cose a chi le accoglie.

Amo per questo il lusso, l’eleganza,

e voglio intorno a me soltanto cose

raffinate. Uno sgarbo involontario,

una mancanza di delicatezza,

più, forse, mi feriscono che il nudo

morso della malvagità. Ci univa

una stessa paura: lo sgomento

della bruttezza. - Adesso posso dirlo:

forse nessuna donna, come lui,

mi conobbe, perché nessuna, come

lui, me, soltanto me, dopo l’amore,

cercava. Dopo! Qui sta la miseria.

Tutta piena del dono di piacere,

che un corpo di fanciulla mi donava,

cercavo poi negli occhi qualche intesa,

ma gli occhi si chiudevano spietati,

la bocca non s’apriva alle parole.

Lui mi parlava. E con che tenerezza

mi raccontava, sempre, le sue pene

d’amore. Con che pena confessavo

i miei tormenti. E’ lui la dea che viene

a confortarmi, è lui la dolce bocca

che canta la mia pena e il mio dolore.

Non bruciassi così, come anche brucio

per te, non altro amore, nella vita,

felicità più grande, bramerei,

e meno pianti, che il dolce tormento

di carezzarlo e farmi carezzare.

Ma tu, tu che ne sai? Soffrire, quando

si ama, è anche la lunga oscura notte

che ci lascia nel letto soli, senza

parole, senza mano che accarezzi.

Noi ci donammo. E tu mi sfuggi. Questo,

tutta mi fa per te rabbrividire.

Adesso, che la notte è passata,

e alto in mezzo al cielo tutto brucia

il sole, e brucia, dentro, il desiderio,

una carezza invano sospirata

misura il tempo che t’aspetto invano. -


Si sdraia sulla panca. Incrocia le mani dietro la nuca.


Venne da me, più tardi, un grande amico:

era un grande poeta, forse grande

più di tutti tra i Greci. Cara mi ebbe

tra le donne. Cantò la mia bellezza.

Ma gli piacque, di me, più di ogni cosa,

quella ch’egli chiamava mia purezza.

Si drizza. Resta seduta.


E questo, cara, è vero, è vero, proprio

come per me lo canta. Sono piene

le mie orecchie ancora di quel canto.

Non credere che vita senz’amore

sia vita, ma nemmeno che sia tutta

la vita il desiderio che chiamiamo

amore. Egli sentiva questa forza

di dire che mi muove, ma sentiva

anche, che mossa è dalla vita stessa

la mia bocca, non già perché parole

m’offra la vita, ma perché la forza

che muove tutte quante le parole

ch’io dico e canto, è quella forza stessa

della vita che muove la natura

delle cose. Per questo pura il canto

mi dice. Squame ai pesci variopinte

e dato il verde ai boschi, azzurro il cielo,

alla luna l’argento e alle stelle,

e l’oro al sole, scuro come il vino

il mare, più colori ebbero i fiori,

ebbe ogni cosa un dono: a me fu data

la parola, fu dato alla mia bocca

il canto. Ma chi diede ciò che diede?

vita ebbero da chi le cose, quella

che quaggiù vedi? Un dio, se dio lo chiama

la lingua che parliamo, se altro nome,

a ciò che non sappiamo nominare,

la mente, dentro il fuoco che la brucia,

non pensa. Ma divino è tutto, dio

anche cercare un dio. E non importa

il nome. Sono per questo mio canto

quello che sono, così come cielo

è l’azzurro, ed è luna, sono stelle

l’argento, è sole l’oro, è mare il vino.

Rubò per noi, dal cielo, sull’Olimpo,

Prométeo non solo il fuoco, estrasse

col fuoco anche la vita. Ed è per questo

che vivere c’infiamma. E quando muore

una vita si dice che si spegne.

Io canto questo fuoco, io dico questa

vita. Ti fa paura, che la fuggi? -

Si alza. Scruta l’orizzonte.


Nelle notti serene, quando tace

d’estate all’improvviso la cicala,

egli veniva e parlavamo insieme

del canto che finisce, di quest’altro

nuovo che allora ci nasceva dentro.

Il dolce sguardo e la soave mano

anche lui travagliava della stessa

inflessibile dea. Ma un altro dio,

più tremendo, più forte, più selvaggio,

lo dominava. E lo scagliava fuori

nelle lotte, lo dava tutto in pasto

ai furori dell’odio. Una crudele

febbre squassava la sua vita, come

vento d’estate sui monti le cime

degli alberi. Ma c’era il vino. Colmo

d’un’altra ebbrezza il cuore allora un altro

vento la mente gli sferzava, e altri

canti, con più gioiosa e aperta voce,

ad altro dio la bocca gli cantava. -


Si siede, in atto di accingersi a conversare.


Mio dolcissimo amico, tu, il più puro

dei miei più dolci canti.come sono

quelle notti d’estate ora lontane!

Dove vegli, esiliato? quale terra,

in quale mare, sotto quale cielo,

tutta tremando ascolta ora il tuo canto?

E’ di discordia anche quello che in terre

ora canti lontane? Ma tu credi

che altrove meno ingiusta sia la gente

di quella che lasciasti disgustato

in quest’isola, dove insieme, pazzi,

noi due sognammo un mondo dove il cuore

fosse libero, e mai venisse a colpa

poi additata la delicatezza

di questa libertà? Ma fa paura,

essere come siamo, a quella massa

che vuole dominarci per fondare

un mondo di soprusi e di appetiti.

Gente corrotta intorno a sé non ama

l’onestà, e non puoi a chi s’ingozza

chiedere di mangiare più discreto.

Nasce libero chi la propria vita

costruisce: chi libero non nasce,

la vita la sparpaglia, se ne spalma

addosso quanta più ne può, la ingoia

in una volta tutta quanta, e resta

ancora con la fame. Questi sono

gli uomini che sprezzi, ma che, come

vedi, stanno sul trono e hanno potere

di scacciarti, perché non assomiglia

a nessuno di loro la tua vita.

E tu, potevi credere di avere

la forza di cambiarli, o quanto meno

sottometterli, questi, che tu odiavi

per la loro bassezza, ma che sono

molti, e tu uno sei, anche tra i pochi

delle stesso tuo rango, da te tutti

diversi? Qui nessuno, adesso, sente

la tua mancanza: non la sente, certo,

chi t’è nemico, ma nemmeno quelli

che credi amici vogliono davvero

il tuo ritorno. Fingono amicizia,

perché il tuo nome a loro porta onore,

ma che da qui tu stia lontano, è cosa

che li rende beati. Uno di meno,

intorno al piatto, il più intelligente,

il più puro, e perciò pericoloso,

perché troppo diverso da quei pochi

che sono uguali a tutti i molti uguali. -

Ma tu resta così. Sei sempre, amico,

degli ottimi il migliore, e sei te stesso,

solo te stesso. E’ questo che fa rabbia

agli altri. Tu, però, potresti, o caro,

qui venire per me, per me soltanto.

La tua amica, sappi che non cambia.

Come potrebbe? E dunque, come sempre,

sta qui, sola, che aspetta accanto un corpo

che la inviti a dormire. Senza sonno

passa la notte, sorge senza pace

il giorno e senza speranza si chiude.














III.


La stessa scena. E’ il tramonto. La stanza è tutta invasa da una luce rossa. Si ode lo sciabordio del mare. LA DONNA sta sdraiata bocconi per terra, con le braccia allargate. Parla, sillaba, piano, l’inizio di un canto.


LA DONNA Come zaffiri o come luminose

perle da mano in cielo conficcate

amoroso ricamo tutte quante

stanno le stelle.


Ma quando poi compare il grande disco

della luna, la luce invade il cielo,

scompaiono le stelle, ed è d’argento

tutta la notte.


Alza la testa. Sta china, con le braccia tese, poggiando tutto il peso del corpo sulle dita delle mani. Sillaba un altro canto.


Sei venuta! Ti vedo, finalmente!

Hai fatto bene. Il cuore si struggeva

di desiderio e mi sentivo morta.

Nasce la vita.


Si alza in piedi, nervosa, agitata.


No! Non è vero! Non è più, da questo

momento, vero, e io non posso, adesso,

più cantarlo, perché non è più vero

per me! Non viene più. Non verrà mai.

Non sarà vero mai più per nessuno.

Le parole si perdono, si sfanno,

hanno solo la nuda consistenza

dell’aria che nell’attimo le accoglie. -

Ma come! così povera la voce

s'è fatta del mio canto, che cantare

non so, non posso, il canto che non vivo?

E non è invece canto ciò ch’io vivo?

o fino a questo punto mi dispero,

che lontana da me non mi conosco?

fuggita, e dove, negli affanni calma,

nei tormenti serena, la mia voce? -

Mai! mai! mai! Tutti:dolci, amari, duri,

molli, soavi, acerbi, sono canti

della mia voce. Tutti: di speranza,

quando il mio cuore annega; di allegria,

quando ride. M’è sollievo il pianto,

mi ridesta il dolore. Sono tutte

le voci della vita, tutte muove

la stessa forza che muove la vita. -

Non mi passano invano accanto, le ore,

se so questo. - Ma passano. E non dentro,

passano scivolando accanto, come

l’acqua che scorre, come, tra le mani,

grandi, bianche farfalle. Tutto torna

al suo punto, anche il vano e ripetuto

attenderti. Per un respiro, l’aria

che dalla tua trapassa nella mia

bocca, e udire altre, non più mie, parole,

da te che aspetto, e che aspettando amare

mi fai l’attesa, che te solo aspetta. -

Ma che follia! Ho così tante volte

cantato quest’attesa, questa mia

solitudine, che mi pare il suo

sapore ormai restarmi sulle labbra,

attaccato. E più, quasi, non sentirlo.

Ma sto qua, io sto qua: e aspetto, aspetto!

Una donna è più sola, tutta quanta

la sua vita. Non bastano le poche

ore di gioia dell’amato, e meno

ancora dell’amata, per riempire

il grande vuoto dei contatti e scopo

riscoprire nei giorni sempre uguali.

A me le Muse il canto, un grande dono

diedero, che mi colma tutte le ore

del giorno, che m’affonda dentro il sacro

segreto delle cose e per me sola

l’oscurità dell’essere rischiara,

come nel cielo d’un’oscura notte

l’improvviso apparire della luna.

Anche la luna è sola, in mezzo al cielo,

troppo piccole intorno a lei le stelle,

troppo lontane. Come luna, dono

anch’io senza ritorno la mia luce.

Ma le stelle che attorno a me da lungo

ordine d’anni bevono la luce

del mio canto, col canto del ricordo,

anche lontane, restano nel cuore.

Vive di chi ritorna la memoria:

e chi, lasciata questa casa, torna

col pensiero all’amore in cui conobbe,

per me, se stessa, sillaba il mio canto,

e lo sillaba insieme a me, per sempre. -

L’uomo mi chiede tutta la mia vita,

e di sé solo lascia ch’io mi goda

una piccola parte: anche se grande

quella fu che dal padre di mia figlia

non l’obbligo concesse, ma l’amore.

Ma chi con me, per me stava nel punto

che da me venne fuori, a respirare

e a guardare la luce, una bambina,

il tesoro più grande di una donna?

Ero sola, dovevo essere sola.

Certo, l’amore dell’amato io dentro

lo sentivo nel frutto che m’usciva

dalla vagina: ma quel corpicino,

quella bocca già pronta per il grido,

quegli occhi ancora chiusi, ma che presto

avrebbero veduto il chiaro giorno,

e il mare azzurro, e il cielo luminoso,

quella piccola cosa era una vita,

e quella vita usciva dal mio corpo

come una vita che da me si stacca,

era mia, tutta mia la nuova vita

che nasceva. Non ebbi con mia figlia

più stretta unione mai né più completa

solitudine. Tutta mia, ma tutta

già staccata da me. Via via cogli anni

compresi che nasceva in quel momento

il dolcissimo e tuttavia struggente

amore d’una madre per la figlia,

quasi l’estremo denudato amore

di se stessa. Guardavo quel mio fiore

sbocciare, rassodarsi, la bambina

farsi una donna, inturgidirsi il senso,

impiumarsi le labbra della vita.

Ami nel figlio la vita che doni,

ma nella figlia la tua vita stessa

che si ripete. Un figlio si possiede,

e lo si stringe come in sé si stringe

un amante. Perciò quando si stacca,

il tuo cuore si spezza, come quando

t’abbandona un amante. Nulla chiedi

a una figlia. Ti basta riscoprire

in lei te stessa. Mai da me non ebbe

di mia figlia nessuna donna dolci

più le carezze, né con più tremante

pensiero la bellezza contemplata,

quasi con la paura di sfiorarla,

come potesse sotto le mie dita

squamarsi, lacerarsi la sua pelle,

e, ancora peggio, paura di vederla

senza delicatezza profanare

da troppi sguardi, e mani grossolane,

indegni, e mani e sguardi, di pensare

un’occhiata, un contatto. Inaridirsi

le foglie d’una rosa, e raggrinzirsi

come al contatto di una fiamma ho visto

i petali del fiore, impuro sguardo

o indegna mano se la respirante

e profumata vita ne ghermisse

anche lontano col pensiero e appena

li sfiorasse col tocco delle dita.

Eppure, anche mia figlia, una mattina,

gonfi gli occhi di lacrime, da questa

casa, cantando, è uscita per un’altra

casa, dove altre mani l’hanno accolta,

e carezzata, e sorridendo un’altra

bocca per altri baci l’aspettava.

Credo che dal mio cuore uscito tutto

fosse il mio sangue, pallida nel volto

come l’erba, le gambe senza forza,

e la mente svuotata. Ma seguivo

ogni suo passo, amavo ogni suo passo,

io stessa quei suoi passi, uno per uno,

avevo contrattato, avevo io stessa

deciso l’abbandono e l’affidavo

a quelle mani, la donavo, triste

per l’abbandono e lieta di donare,

alla giovane bocca che l’amava

non più di me, ma d’altro e più fecondo

amore. Ma da me soltanto appresa,

l’arte di darle le carezze, l’arte

d’amore che non chiede, gli svelava.

Mi figuro il sorriso, mi figuro

i dolci e grati baci che la bocca

del bel giovane andava uno per uno

sulle guance, sugli occhi, sulla fronte,

sul collo e sulle labbra dolcemente

depositando. Mi figuro il nero

e luminoso sguardo che la svela,

l’impeto che la coglie, l’improvviso

fiotto che le sue viscere ricolma.

Ora è madre anche lei. E mi regala

ore divine, quando viene, il nero

ciuffo del suo bambino. - Tutto questo

è accaduto aspettandoti. Parole

dietro parole, ti confesso tutta

la mia vita. Che tu già conosci.

Ti aspetto ancora. Oh vieni, te ne prego.

Se dico “vieni”, ecco, la mia parola

forse ha potere di chiamarti. Forse

tu non resisti, quando dico “vieni”.

Vieni! t’aspetto. Vieni. Tutto questo

è accaduto aspettandoti. Potrebbe

accadere di nuovo. E accade. Accade.

Il silenzio con cui nel mare il sole,

vedi, si tuffa, è uguale al tuo silenzio.

Il silenzio di sempre. Tutto questo

è accaduto aspettandoti: e io, pazza,

fingo che ancora accada, parlo come

tu stessi qua, per ascoltarmi. Parla,

io sono stanca di ascoltare solo

la mia voce. - Si svuota tutta l’aria

della stanza, inghiottita dal silenzio.

E soffoco. Non poso respirare.

Forse sarà così che lascio il mondo:

inghiottita dall’aria, dal silenzio

che mi soffoca. E sola, nel mio letto,

aspettando l’insonnia. Verrà invece

il sonno, questa volta. E la mia voce,

finalmente, farà silenzio. Tutte

le mie parole. Dimenticheranno

tutte le mie parole. Veramente

nel mondo si farà silenzio. Almeno

in questa stanza. Almeno, finalmente,

per me. - Dopo, se credi, puoi venire.

Io non t’aspetterò. E tu avrai pace.












IV.


La stessa scena. E’ notte fonda. LA DONNA sta distesa sulla panca, come nella prima scena.


LA DONNA Quello che resta. Oh sì! quello che resta.

E scendere più a fondo. Alle radici

del desiderio. Entrare nella notte,

dentro me stessa. Questa è l’ora giusta.

La luna è tramontata. Tramontate

sono tutte le stelle. Nel mio letto,

io sto sola. Sospendo il sogno e guardo

fuggire il sonno. E aspetto un’altra volta

l’alba. Non mi spaventa più la corsa

dei pensieri. Sferzatemi la mente,

bocche del desiderio. Il Cane morde

l’ultimo morso e il cielo si arroventa.

Adone, Adone. Pleiadi notturne

non rinfrescano d’una sola stilla

dal cielo il tuo giardino inaridito.

Evapora il profumo che ci avvinse,

l’ebbrezza che ci colse si dissolve:

infuoca il Sole, adesso, e Noto sperde,

nei deserti d’Arabia o tra le dune

di Cyrene, la rena che travolta

si fa ricordo della tua bellezza.

Non valse a nulla il tuo passare. Piange,

per te, senza speranza, perfino una

dea, ma dove vai non può seguirti.

Nemmeno a me più parla. Noi si passa,

e del nostro passare, come foglie

che cadono l’inverno, dopo breve

tempo, anche passa la memoria. Spazza

via le carezze, i baci, dalla pelle,

e cancella gli sguardi. Come foglie

la prima pioggia. Peggio per chi ancora

ne brucia e sopravvive al vento, all’acqua,

fuoco inestinto, fremito testardo.

Quello che resta, sì, quello che resta.


Si alza. Non trova riposo. Le mani s’intrecciano, le dita si agitano, afferrano oggetti nell’aria, accarezzano immaginarie figure, scivolano lievi sul lino che copre la panca.


Il fremito deluso e, inappagata,

l’ora che non s’estingue, che rinvia

sempre a quella che segue la sconfitta

dell’attenderti. Tante, mi si dice,

tante, quello che quest’una ti nega

vorrebbero donarti e il delicato

umido primo intatto fiore accolto

saprebbero da te di giovinezza.

Un inno canterebbero le loro

labbra per te di scatenata gioia,

susurrarlo lo udresti di serena

felicità sulle tue labbra. Dunque,

perché ti ostini? - Ma io non m’ostino.

Io muoio e muoio adesso per quest’una.

Forse un’altra, chi sa, domani, quella

che oggi trascuro e che me soffocare

vede per un rifiuto, mentre cieca

non vedo lei che soffre, lei che sente

sulla pelle l’ignara indifferenza

del mio sguardo, il rifiuto dei miei sensi,

e io che all’altra chiedo di guardarmi,

non so, guardando nei suoi occhi, il giorno,

leggere i desideri della notte,

ah sì! m’accenderei forse, bruciando

per quest’altra più forte di come ora

brucio per lei che mi rifiuta, e forse

inferiore costei mi sembrerebbe

alla mia sofferenza, mentre l’altra,

che sta nascosta, e che in silenzio soffre

l’umiliazione d’essere respinta,

l’altra, sì, l’altra, finalmente, intere

al desiderio m’offrirebbe le ore

della notte. - Ma è questa la mia notte!

Perché, ditemi, chi può comandare

ai sensi? Io non soffro per chi m’ama,

soffro per chi non m’ama. E come posso

dunque pensare che inferiore scorga

alla mia sofferenza quella che ora

mi fa soffrire? - Ma che cosa voglio

io da lei? e, perché, da lei negato

ciò che voglio, ne soffro? Vero amore

farebbe amare ciò che ama l’amata,

e non amare ciò che lei non ama. -

Essere amati è bello, ma grandezza,

anche se non amati, amare. - Forse. -

Mi si spacca il cervello. Sento freddo.

La notte mi raggela ciò che il giorno

m’infuoca. Eppure, dentro il gelo, brucia

il fuoco d’una febbre che i pensieri

mi fa rabbrividire nella mente.

Una parte di me non vuole quello

che vuole l’altra parte. Devo andare

fino in fondo. Capire fino in fondo. -

Non è ancora la notte tutta intera

trascorsa. E non ancora si rischiara

sopra le onde del mare l’orizzonte.

Posso ancora aspettarti. Forse arrivi

quando tutte mi sembrano cadute,

per sempre, le speranze di vederti.

E anche se non vieni, questa notte,

verrai, forse, domani. O, chi sa, dopo,

una notte che non t’aspetto, e tutto,

fino a quel punto, sarà stato il tempo

dell’attenderti come il predisporsi

al canto della voce, come l’ora

vuota senza parole che prepara

il sillabarsi dei pensieri, o come,

prima di cominciare il canto, l’ansia

di mancarlo che soffoca il respiro.

Ma tutto questo tempo poi trascorso,

e tutto senza te trascorso, è nulla,

io non potrò mai più di te colmarlo,

sarà per me, per te, per noi perduto,

e perduto per sempre. Il desiderio,

che di te mi divora, non è, credo,

possederti: mi disprezzassi, giusto

sarebbe il tuo disprezzo. No, non voglio

il tuo possesso: è ancora troppo poco.

Voglio il tuo cuore. Non ti chiedo quello

che non vuoi darmi, ma ti chiedo quello

che solo posso chiederti: di darmi

tu stessa quello che ti chiedo. Troppo,

ti sembra? E’ poco. Tutta, o cara, quando

vieni, ti voglio: e tutt’avrai me stessa.

Tutta in quell’ora. Dimenticheremo

il tempo dell’attesa. Non avremo

altro tempo che l’ora dell’incontro.

Saremo entrambe il tempo di quell’ora,

l’una per l’altra l’essere indiviso,

immobile, del flusso che c’ingoia.

E fuori di quel punto, entrambe nulla.

Ogni prima soppresso, nessun dopo

oltre quel punto scorre nella mente,

se l’essere che annoda le parole

alle cose ci stringe nel silenzio. -

Ma tu non vieni! E tutto questo è stato

un sogno. - Lo sospendo. Per guardare,

una per una, le lunghe ore vuote

di quest’attesa ormai precipitarsi

al deserto dell’alba. Per guardare,

dentro me stessa, dentro il mio delirio,

la mia paura. Io non finisco all’alba

il sogno che sospendo. Lo ripeto

ogni notte, ogni notte lo ripeto

uguale. Una paura lo sospende:

ma, sospeso, si vendica, e ne resta

una scheggia incompleta, e questa scheggia

si ripete ogni notte, si ripete

incompleta ogni notte, come ruota

che gira sempre nello stesso solco. -

Invecchio. Il desiderio resta indietro

alla corsa degli anni. La mia mente

è ancora di bambina. Ma gli dei

non diedero al mio corpo questa stessa

eterna fanciullezza. Se mi guardo

allo specchio, capisco il tuo rifiuto.

Ma non capisco il cuore. Non capisco

il tuo, non capisco il mio. Cedo

alla condanna senz’appello. Cedo

alla fuga dei giorni, al declinare

dei sorrisi, allo spegnersi degli occhi,

quando guardo. Nessuna che m’inviti,

se prima non la invito. Chiusa in questa

stanza, su questo letto, invoco invano

un corpo, inascoltata chiedo un cuore.

Muore giovane, chi è caro agli dei.

Verrà quel giorno anche per me. Paura

non ho di abbandonare questo mondo,

di non vedere più la luce. Cara

mi fu, mentre la vissi, la mia vita.

Ora la guardo. Ora comincio a uscirne.

E voglio uscirne non come vi entrai,

senza coscienza. L’ultimo commiato,

voglio vederlo. E udire intorno solo

il mio rantolo. Senza pianti, senza

grida di donne. Uscirne sola, come

la vissi. Sola con me stessa: senza

altre parole che le mie. Morire

col canto sulla bocca. Il solo sogno

che non sospesi mai, che ancora dura. -


Entra, nella stanza, la luce dell’alba.





FINE





Venezia, 8 agosto 1993 - Salisburgo, 16 agosto 1993.

Revisioni:

Roma, 12 ottobre 1993.

Venezia, 12 marzo 2003.

martedì 9 novembre 2021

Le ossa di Cartesio


 

ROMA, TEATRO PALLADIUM: Le ossa di Cartesio. Libretto di Guido Barbieri. Musica di Mauro Cardi


Franco Mazzi – Cartesio

Valeria Matrosova – Cristina regina di Svezia

Patrizia Polia – cantante di corte, Helèna

Federico Benetti – l’abate Vioguè, il capitano Planstrom, il medico Van Wullen

Enrico Frattaroli mise en espace e video

Ensemble In Canto

Bruno Lombardi flauto e ottavino, Roberto Petrocchi clarinetto e clarinetto basso, Marco Venturi

corno, Rodolfo Rossi percussione, Gabriele Catalucci clavicembalo, Anna Chulkina violino, Gianluca

Saggini viola, Michele Chiapperino violoncello, Franco Fraioli contrabbasso

Fabio Maestri direttore


Il 58° Festival di Nuova Consonanza, che si tiene a Roma dal 7 al 19 novembre, ha per titolo La Musica al Plurale, e ricorda, proprio per questo invito alla molteplicità, i cinquant’anni che intercorrono dalla morte di Igor Stravinskij a oggi. E’ un aspetto della musica dell’ultimo secolo e mezzo che i rancori ideologi dell’una e dell’altra parte, vale a dire tra i sostenitori di una tradizione che si vorrebbe restaurare tale e quale e gli avanguardisti sostenitori invece della necessità di continuare a sperimentare nuovi linguaggi e nuove forme, non riusciranno mai non solo a difendere, ma a capire per davvero. La musica dell’ultimo secolo e mezzo ha visto, infatti, accumunati e contrapposti, Schoenberg e Richard Strauss, Stravinskij e Britten, Poulenc e Boulez, e tanti altri, diversissimi, inconciliabili, lavorare simultaneamente. Non esiste un unico “linguaggio” del novecento, ma esistono i molti “linguaggi” del novecento. Il che non riguarda solo la musica, ma tutte le arti: questa molteplicità di scrittura dell’opera, di disegno della figurazione, è la regola, non l’eccezione. Bartók e Webern non sono mondi opposti, ma solo un diverso atteggiarsi nei confronti della tradizione. C’è tanto Bach sia nel Concerto per strumenti a corda, celesta e percussioni di Bartók che nella Sinfonia op. 21 di Webern, e c’è una valanga di modernità sia nel Dialogues des Carmelites di Poulenc che nel Pli selon pli di Boulez. Armando Gentilucci lo scrisse chiaramente già nel 1979: Oltre l’avanguardia: un invito al molteplice (Discanto). Di questa molteplicità il Festival di Nuova Consonanza vuole dare un esempio, oltre che nel titolo della manifestazione, già nel primo spettacolo che lo inaugura: Le ossa di Cartesio, opera in un atto e sei capitoli di Guido Barbieri, musica di Mauro Cardi (e di Monteverdi, Barbara Strozzi, Domenico Mazzocchi, Sigismondo D’India, Handel). I sei capitoli dono dedicati ciascuno a una passione, secondo la teorizzazione cartesiana, che le divide in sei fondamentali dalle quali derivano tutte le altre, e tutte nascono dal corpo, non dall’anima. Nell’ordine: ammirazione, amore, odio, desiderio, gioia, tristezza. La mise en espace – una forma integrale di teatro, in questo caso, che coinvolge l’attore che dice il testo, i musicisti con il proprio strumento, i cantanti – messa in atto da Enrico Frattaroli, colloca l’attore che impersona Cartesio in primo piano, seduto nel mezzo del proscenio, con un leggio davanti, sul quale legge il testo. Tutt’intorno, cantanti e gruppo strumentale. L’effetto è di un’azione mossa dalla musica e dalle luci. Cartesio si annuncia come già morto: “ieri sono morto”, dice. E divaga sulla percezione del tempo: che cosa è ieri per un morto? Un morto non possiede la panacea dell’oblio concessa solo ai vivi, l’eterno presente della loro non-esistenza i morti lo percepiscono senza articolazione di ore, giorni, mesi, anni: fluttuano in un perenne presente senza soluzione di continuità. 

Ma ciò che Cartesio ha da comunicarci è sconvolgente: la smentita di una tradizione che lo vuole ucciso da una polmonite, contratta nelle mattine invernali di conversazione con la regina Cristina di Svezia. La sovrana convocava il filosofo, nella gelida Stoccolma, alle sei del mattino. Stoccolma, tuttavia, non è più fredda della cittadina olandese dove Cartesio soggiornava da qualche tempo. Un filosofo e storico tedesco, però, Theodor Ebert, dell’Università di Erlangen, formula, dopo tre anni di ricerca, un’altra ipotesi. Che a uccidere il filosofo francese sia stato l’abate Freançois Vioghé, inviato alla corte di Stoccolma dal papa Innocenzo X (quello del terribile ritratto di Velázquez) per seguire la conversione al cattolicesimo della regina. L’eretico Cartesio era individuo troppo sospetto per lasciarlo tranquillamente accanto alla sovrana libero d’iniettarle le sue distorte idee. L’abate escogita il sotterfugio di avvelenarlo intingendo l’ostia consacrata della comunione nell’arsenico. L’esame autoptico delle ossa confermerebbe l’ipotesi. Che però molti ritengono improbabile. In ogni caso, Barbieri e Cardi danno credito al filosofo tedesco e raccontano la sua morte per avvelenamento, o meglio: la fanno raccontare da Cartesio stesso. A ognuna delle passioni si associa un canto, un’aria, una declamazione di recitar cantando o, monteverdianamente, di parlar cantando. Due soprani, Valeria Matrosova e Patrizia Polia impersonano, rispettivamente, Cristina di Svezia, l’una, e, la moglie di Cartesio, Heléna, e una cantante della corte, l’altra. Al basso Federico Benetti sono affidate le parti dell’abate Vioghé, del capitano Planstrom e del medico Van Wullen. E proprio attraverso le loro voci si percepiscono le affinità e le differenze tra la musica barocca e quella di oggi. Seicento e novecento hanno in comune il fatto di essere due epoche di sfrenato sperimentalismo non solo musicale, ma anche teatrale, figurativo,, architettonico, poetico, linguaggi e forme sono rinnovati dalle fondamenta. La musica poi sta vivendo il passaggio da una configurazione modale a una configurazione tonale dell’armonia, suscitando nei musicisti una febbre d’invenzioni nuove del tutto affine a ciò che accadrà tra otto e novecento con il dissolversi dei legami tonali. Ecco allora che il melodizzare di Mauro Cardi non ci appare così estraneo accostato al parlar cantando di un Monteverdi o agli arabeschi musicali di Sigismondo D’India. Anzi, il profilo delle avanguardie novecentesche, di cui Cardi è erede, ma le cui invenzioni usa con parsimonia e morbidezza, ne esce per così dire storicizzato, acquista una ulteriore giustificazione, ammesso che ci sia bisogno di giustificare l’invenzione di nuove strutture e nuove forme musicali. Così ciò che sembrava una rottura, ci appare invece straordinariamente coerente, la continuità di una sfida a oltrepassare le abitudini di scrittura e di ascolto che in ogni epoca si sbandierano come tradizione. Per esempio le elegantissime fioriture del virtuosismo vocale seicentesco sembrano porgere una mano ai voluttuosi vocalizzi moderni, come se si rispecchiassero in uno specchio che distorce, e si presentassero come splendide anamorfosi di profili melodici. I tre cantanti reggono bene il passaggio da una vocalità all’altra, anzi ne mettono in risalto l’affine fluidità melodica. L’attore Franco Mazzi, nella parte di Cartesio, tiene in maniera accattivante un tono continuo di conversazione che convince l’ascoltatore, lo cattura. Mai un’enfasi esagerata, mai un fuori tono, un sopra le righe di troppo. L’incidente di un Frensis, per François (l’abate Vioghé), che avrebbe dovuto essere all’ascolto un Fransuà, si potrebbe interpretare come involontaria e banale resa all’anglicizzazione dominante di tutti i nomi non italiani che ormai affligge la maggior parte dei parlanti italiani, soprattutto quando parlano in pubblico. Con piacere si constata che il teatro Palladium era pieno. Lo spettacolo è realizzato in coproduzione con Associazione In Canto, è stato messa in scena, il 9 ottobre 2021, a Terni presso il Teatro Sergio Secci. Arriva a Roma il 7 novembre, in collaborazione con Fondazione Roma Tre - Teatro Palladium, per l’inaugurazione, come s’è detto, del 58° Festival di Nuova Consonanza. Fabio Maestri ha diretto, con grande finezza, il gruppo strumentale In Canto, e gli altri interpreti. La lettura attenta, penetrante, della partitura, ne ha fatto apprezzare la complessa strutturazione. La riscrittura, poi, dell’aria finale di Barbara Strozzi, trascritta da Cardi da una a tre voci – due soprani e un basso – è apparsa di una delicatezza da cui si percepisce chiaramente che l’esercizio d’avanguardia non è un arbitrio, ma la naturale conseguenza di un lunga, lunghissima tradizione. Benedetto Croce afferma che ogni storia è storia contemporanea. Potremmo, crociani e non crociani, per la musica, dire che ogni musica, se musica del suo tempo e non anacronistica rimasticatura del già scritto, è musica d’avanguardia.




mercoledì 20 ottobre 2021

Roma: Giovanna D'Arco


 

ROMA TEATRO DELL’OPERA: GIOVANNA D’ARCO di Giuseppe Verdi.


Carlo VII, Francesco Meli

Giovanna. Nino Machaidze

Giacomo, Roberto Frontali

Delil, Leonardo Trinciarelli

Talbot, Dmitry Beloselskiy


Direttore, Daniele Gatti

Regia e coreografia, Davide Livermore

Maestro del Coro, Roberto Gabbiani

Scene di Giò Forma

Costumi, Anna Verde

Luci, Antonio Castro

Video, D-Work


Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma


Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma con elementi scenici del Palau de les Arts Reina Sofia de Valencia


La festa della folla davanti all’ingresso del Teatro dell’Opera, tutti in fila per il controllo del certificato verde e del biglietto. Una festa ancora più gioiosa quando, prima che cominci lo spettacolo, il direttore Daniele Gatti si rivolge al pubblico e lo ringrazia di essere venuto, si dichiara felice di ritrovarlo, emozionato dallo stare di nuovo insieme. Un immenso applauso di ringraziamento è la risposta del pubblico. Chi non ama il teatro non può capire né il messaggio di Gatti né l’applauso immediato del pubblico. Vedere in streaming uno spettacolo durante le restrizioni imposte dalla pandemia è stata una bella cosa, e c’è stato perfino qualche capolavoro, il Barbiere di Siviglia ideato da Martone per il Teatro dell’Opera, e il Marino Faliero messo su da Stefano Ricci da Bergamo per il festival Donizetti, ma non hanno sostituito lo spettacolo. “Gli spettatori, che stanno guardando lo spettacolo, sono una parte imprescindibile di quello che succede. Perché quello che succede, in effetti, non potrebbe succedere se non ci fossero spettatori. Questo significa che anche gli spettatori sono a loro volta parte di questa operazione artistica,” scrive Ivan Vyrypaev, un interessante drammaturgo russo di oggi. Il pubblico è infatti parte essenziale dello spettacolo: gli attori, nella commedia antica, e poi nel teatro spagnolo, in quello elisabettiano, nella commedia dell’arte, durante l’azione si rivolgevano al pubblico negli “a parte” e alla fine della recita lo salutavano e lo pregavano di applaudire. Solo così, per Calderón (El gran teatro del mundo), per Shakespeare (“tutto il mondo è teatro”, As you like it), il teatro può essere metafora del mondo, e il mondo può rispecchiarsi nel teatro: perché scena, orchestra (lo spazio occupato dal coro) e gradinate nel teatro antico, palcoscenico e platea, palchi, gallerie nel teatro moderno, sono un tutt’uno. Anche per Verdi. Il consumo del teatro musicale, del melodramma, oggi, soprattutto con la diffusione delle registrazioni su disco, ha innaturalmente separato musica e teatro, privilegiando l’ascolto relegando il teatro all’inesistente, i video coprono solo in parte la lacuna. Comporre un quartetto e scrivere un melodramma non è la stessa cosa. “Lasciamo perdere il grande compositore, io sono un teatrante”, scrive Verdi a Ricordi. Questo significa che per Verdi la musica è la realizzazione sonora di una drammaturgia. Musica e teatro sono per lui la stessa cosa: è la musica a costruire il teatro, come nella tragedia classica il seguito delle scene, la duttilità del verso. Si diceva e si dice, da parte dei nemici dell’opera, che nell’opera i personaggi cantano e questo è irrealistico, innaturale. Ma perché, recitare in versi è più naturale? Lope De Vega, Calderón. Shakespeare, Racine, Alfieri scrivono in versi anche il teatro di Eliot, di García Lorca, di Heiner Müller e in versi scrivevano Eschilo, Sofocle, Euripide, Seneca. Verdi, perciò, può anche scrivere brutta musica, musica banale, ma mai la sua musica è drammaturgicamente sbagliata. E questo accade anche nella Giovanna D’Arco, opera che succede a capolavori molto particolari, sperimentali, originalissimi, come Ernani e I due Foscari e precede di due anni il Macbeth (ne è, anzi, in alcune scene, quelle dei démoni e degli angeli, lo studio preparatorio). Questo hanno tenuto presente sia il concertatore dell’opera Daniele Gatti sia il regista e coreografo Davide Livermore: l’opera verdiana è la rappresentazione di una scissione che, prima di essere una contrapposizione tra Giovanna e il mondo, è un conflitto nell’animo stesso di Giovanna, divisa tra il richiamo di Dio e le passioni terrene. Una semisfera sospesa sull’ellisse scenica, realizzata da D-Work, visualizza il conflitto, farfalla attratta dal fuoco, rosone di cattedrale (Reims?), Cristo Pantocrator, lacrime sgocciolanti di una natura primordiale. Ogni tanto compaiono anche frasi pronunciate dalla Giovanna storica, che fanno rabbrividire per la loro verità di pensiero oltre che di azione. Tra la sfera e il palcoscenico, scavato da ellittiche gradinate, che ricordano un Tannhäuser messo in scena negli anni ‘80 al Festival di Bayreuth da Wolfgang Wagner, pronipote del compositore, è simile il senso di stilizzazione che delimita uno spazio simbolico, là il castello della Wartburg, qua la Lorena e la cattedrale di Reims. 


Il limite, lo scarto, se si vuole perfino l’imbarazzo di una certa inadeguatezza, più che nella musica di Verdi, sta nell’orrido, impronunciabile libretto di Temistocle Solera. Dichiarò di tenersi lontano da Schiller, di voler fare da sé, e di fatti Schiller non vi sta dietro nemmeno come suggerimento, salvo a venirgli in soccorso come rattoppatore nei punti deboli della stesura e a raddrizzare con qualche immagine appropriata una versificazione scialba e linguisticamente impacciata. Il dramma di Schiller, La pulzella di Orléans (Andrea Maffei traduce, alla lettera, il titolo tedesco, che ha Jungfrau, La vergine di Orléans), per quanto storicamente infondato (ma Giovanna non era stata ancora santificata), è comunque poesia, il libretto di Solera non è nemmeno uno scartafaccio. E al dunque, messo alle strette, segue anch’esso la falsariga di Schiller, ma stravolgendolo, inserendovi interventi stregoneschi inopportuni. Schiller e Goethe hanno scritto drammi storici, ma ritenendosi liberi di modificare i dati della storia. Non era ancora sorta l’esigenza romantica di rispettare la verità storica: Walter Scott e Manzoni erano di là da venire. Temistocle Solera se ne infischia (ma è in buona compagnia, non è che le Bolene, le Stuarde, e fuori d’Italia i Vasco de Gama, i Cortés, o le mute di Portici, fossero storicamente più fondati), semplicemente Solera ignora sia l’uno sia l’altro. Il misticismo di Giovanna, che Schiller ammira e rispetta, per l’italiano assomiglia più al balbettio di una devota analfabeta padana che all’ispirazione profonda di uno spirito religioso. Le ultime parole di Giovanna in Schiller sono: “Il grave acciaro che mi fascia il petto / In alata si cangia eterea veste … / In alto … in alto … la terra mi fugge … / Breve è il dolore, la letizia eterna” (traduzione di Andrea Maffei, l’amico “intellettuale” di Verdi e fonte di Solera per il libretto; l’ultimo verso, bellissimo, che è anche l’ultimo della tragedia, in tedesco suona: “Kurz ist der Schmerz und ewig ist die Freude! “). Nell’impacciato libretto di Solera, Giovanna dice: “Oh! … l’usbergo tramutasi in ale! … / Addio, terra! Addio, gloria mortale … / alto volo … già brillo nel sol!” Tutto il senso intimo, interiore del superamento del dolore terreno è annientato in un’esibizione di effetti esteriori: “brillo nel sol”. La finezza psicologica di Schiller va a farsi friggere. Ma a Solera, e al pubblico italiano di allora, non interessa. A Verdi invece sì, anche se in quest’opera anche lui cerca più gli effetti teatrali che l’interiorità del personaggio. Che però è ugualmente indagata. Verdi, infatti, nonostante la sciatteria del libretto, costruisce lo stesso momenti memorabili sia teatralmente sia musicalmente, anzi dà prova di quanto strettamente legate siano per lui tra loro la musica e la drammaturgia, al punto non già di asservire la musica alla drammaturgia, bensì di costruire la drammaturgia appunto con la sola musica: il teatro, il dramma è agito dalla musica. Soprattutto nel terzo e quarto atto. Gatti mette in rilievo proprio questo, quanto la scrittura verdiana sia precisa e limpida nel suggerire il senso di un’azione: i momenti brutali, quasi bandistici – ma l’effetto della banda fuori scena è strepitoso – come quelli più plateali, effettistici, non sono attenuati, ma nemmeno evidenziati più di quanto è dovuto, sono presentati con nitidezza per quello che sono, momenti indispensabili al riconoscimento teatrale di un’azione. Una musica più raffinata, e un ammorbidimento delle asprezze, della inegnuità, nell’interpretazione, forse avrebbero rovinato l’effetto teatrale. Certo, i difetti della partitura non vengono nascosti: le voci angeliche e demoniache del primo atto se da una parte annunciano il lavoro che poi Verdi compirà nel Macbeth, rasentano addirittura la comicità per la loro triviale scansione (“tu sei bella, tu sei bella! / Pazzerella, che fai tu?”), solo l’inferno del Mefistofele di Boito riuscirà a superarne la triviale inconsistenza. Ma quando sono in atto contrasti veri, e conflitti tra uomini, in particolare tra un padre e una figlia, Verdi sa il fatto suo, e Gatti cambia registro, lo fa sentire. Gli interpreti, da una bacchetta così lucida e così penetrante, si lasciano guidare. Francesco Meli dà giusti connotati all’irresoluto Carlo VII, non esibisce vani squilli tenorili e anzi accarezza con morbido timbro la sua non facile parte. Roberto Frontali rende bene la miseria piccolo borghese del padre di Giovanna, il timbro baritonale sembra perfino preludere a Germont o a Rigoletto. Nino Machaidze affronta con decisione la difficilissima e virtuosistica parte che Verdi ha scritto per Giovanna, una difficoltà che il pubblico non avverte, perché non è esibizionistica, ma tutta interna alla struttura del tortuoso melodizzare che Verdi pretende per caratterizzare i contrasti interiori del personaggio, e basterebbe già questo a non liquidare la Giovanna D’Arco come opera mancata. Elegantissimo il corpo di ballo nel doppiare il significato intimo dell’azione. Di solito le regie che fanno uso di sdoppiamento delle parti riescono sovrabbondanti e stucchevoli. Ma qui lo sdoppiamento dell’azione tra personaggi che cantano e azione coreutica rende visibile uno sdoppiamento che esiste all’interno dl personaggio principale, Giovanna: questa è quasi un’opera monologante. Commovente la sostituzione, alla fine, della vera Giovanna morente, e poi morta, alla bravissima ballerina, Susanna Salvi, ch’era stesa per terra, e ne sdoppiava la figura. Del resto la Giovanna D’Arco storica era addirittura tormentata dalle visioni. Shakespeare nell’Enrico VI ne fa un’isterica truffatrice, Shaw nella sua Saint Joan, Santa Giovanna, oltre appunto a riconoscere la realtà mistica delle visioni, e la profonda interiorità della santa, imposta correttamente il problema delle visioni e della santità come problema non per i santi ma per il mondo, che li venera, dopo morti, ma non è disposto ad accoglierli vivi: “O God that madest this beautiful earth, whenwill it be ready to receive Thy saints? How long, O Lord, how long?” è la battuta, in bocca di Giovanna, tornata come apparizione sulla terra, che chiude il dramma di Shaw. Riecheggia alla lontana, questa domanda, il grande Inquisitore di Dostoevskij. Ci sono poi i film: di Dreyer (sublime), di Bresson (stupendo) e di Rossellini, con una Ingrid Bergman da antologia. In qualche modo i ricordi di questi film s’insinuano nella visione dello spettacolo. Non tanto per l’uso delle proiezioni nella semisfera, quanto per la composizione sulla scena di quadri visivi compiuti a significare il senso di un’azione drammatica. Qualcuno continuerà comunque a chiedersi se sia accettabile una santa guerriera. Nello spettacolo la domanda non è posta, perché non è il caso di porsela, se non da parte di quei tanti fondamentalisti religiosi che si sentono pestare i calli, ogni volta che qualcuno tocca non dalla loro prospettiva un soggetto religioso, e non è posta in quanto non è il soggetto del dramma. Ma rovesciamo la prospettiva, da religiosa a civile (che è la prospettiva verdiana): è accettabile, invece, il dominio, anzi il predominio e il sopruso di uno straniero su una terra conquistata? La domanda riguarda anche l’oggi. Perché oggi non è che ne manchino sulla terra di soprusi e violenze dei conquistatori sui conquistati. Basti pensare alle ormai più che decennali esperienze degli afghani: russi, europei occidentali, americani, pakistani. Ricordiamoci i versi manzoniani di Marzo 1821, quanto mai presenti alla memoria di Verdi:

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

chiuse il rio che inseguiva Israele,

quel che in pugno alla maschia Giaele

pose il maglio, ed il colpo guidò;

quel che è Padre di tutte le genti,

che non disse al Germano giammai:

va, raccogli ove arato non hai;

spiega l’ugne; l’Italia ti do.

A qualcuno fa oggi ribrezzo la citazione del terribile gesto di Giaele, come potrebbe irritare che Racine di Esther, la quale chiedendo una punizione per chi oltraggia la sua gente, non si mostra mai soddisfatta delle stragi, faccia poi un un personaggio così nobile. Ma la religione non è biascicare di beghine in parrocchia. E può essere dura. Sanguinaria. La storia lo racconta più volte. Non è comunque il caso di Giovanna, che oggi chiameremmo, se mai, una combattente per la libertà. La condanna per eresia, e qui Shaw vide bene, fu una condanna politica, non una condanna religiosa e se condanna religiosa anche vi fu, fu condanna di superstiziosi integralisti. Ma viva la faccia di uno spettacolo, e di un melodramma, che suscita tante domande. Leonardo Trinciarelli, Delil (De L’Isle) e Dmitry Beloselskiy, Talbot, figure nel dramma secondarie (l’opera di Verdi ha solo cinque personaggi, dei quali veramente decisivi per l’azione solo tre, la tragedia di Schiller ne sfoggia una folla: venticinque), completano degnamente il cast. Ottimi l’orchestra, il Corpo di ballo e il Coro del teatro, diretto da Roberto Gabbiani. Ripetuti richiami sul proscenio per tutti è la giusta ovazione che premia l’ottimo lavoro. E che ricominci la stagione!







mercoledì 13 ottobre 2021

Shakespeare al Globe: il gioco delle parti

Globe Theatre, Roma. Pene d’amor perdute di William Shakespeare: saluto degli attori.


Avevo 19 anni. Vidi Love’s Labour’s Lost, Pene d’amor perdute, di Shakespeare, per la prima volta al Teatro Romano di Ostia Antica. Era l’estate del 1960. Lo spettacolo veniva dal Teatro Romano di Verona. Tra gli attori, Giancarlo Sbragia, Ave Ninchi, Gianni Santuccio, Paolo Carlini, Valeria Moriconi (Rosalina), Eliana Ghione. La regia era di Franco Enriquez. Lo spettacolo mi restò impresso, e dura nella mia memoria. Aveva un carattere fiabesco affascinante, interrotto bruscamente alla fine dall’arrivo di Mercade. E’ una strana commedia (ma c’è una commedia di Shakespeare che non sia almeno fuori le righe?). Il Re di Navarra si ritira insieme a due gentiluomini per dedicarsi allo studio e alla scienza lungo la durata di tre anni. A rompere l’isolamento, ma non l’incanto, giunge la figlia del Re di Francia con due damigelle. 

E succede ciò che succede sempre in una commedia quando un uomo incontra una donna. I tre uomini s’innamorano delle tre donne. E si danno, con esse, alla più pazza allegria, non senza scambio di mascheramenti e di scherzi.


 
Il finale rovescia d’un colpo l’allegria, il divertimento di quanto precede precipita nel peggiore dei dolori, il dolore di una perdita. “Your father …” annuncia Mercade alla Principessa. “Dead, for my life!” , esclama la Principessa. (Vostro padre … Morto, per la mia vita). Questa scena è semplicemente sconvolgente nell’edizione che Elijah Moshinsky realizzò per la BBC nel 1996. Maureen Lipman, nella parte della Principessa, cambia d’un tratto aspetto, il volto le si sbianca. “Dead, for my life”, lo sussurra, quasi senza voce. E’ diventata un altro personaggio, il dolore l’ha cambiata. “L’efficacia di una battuta sta nell’orecchio / di chi l’ascolta, mai nella lingua / di chi la costruisce”, dice poco dopo Rosalina a Biron, al quale aveva chiesto di far ridere i moribondi, e lui protesta che un moribondo non può ridere. La morte entra nella commedia come un regista che sovverte i ruoli. Shakespeare si rende conto di scrivere un finale di commedia inusuale: senza le felici nozze a concludere amori contrastati. Gli innamorati dovranno attendere un anno: tempo troppo lungo per una commedia, protesta uno di loro. Poco prima il re di Navarra aveva chiesto alla Principessa un minuto di attenzione. Lei gli risponde che un minuto è tempo troppo corto per un contratto che giuri eterna fede. Il tempo, la morte, giocano con la vita, come gli attori con i personaggi. E il linguaggio li gioca tutti, vita, morte, tempo, attori. E’ la commedia più ricca di giochi di parole, che Shakespeare abbia scritto, Nadia Fusini parla di una “festa della lingua”, destinata forse a un pubblico di studenti. Moshinsky l’ambienta nel primo Settecento, al tempo di Garrick. E fa parlare gli attori con la fluidità di un musical. Allievi ed ex allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, sotto la guida di Danilo Capezzani, anch’egli uscito dall’Accademia, lo mettono adesso in scena al Globe Theatre di Roma, oggi intesta al suo fondatore Gigi Proietti. Era un’impresa da far tremare le vene dei polsi. La traduzione è piuttosto libera, ma cerca di far percepire la scrittura in versi anche allo spettatore italiano. Con qualche rima, con l’andamento ritmico del discorso. E poi c’è l’inserimento di canzoni moderne (Moshinsky inseriva stilemi settecenteschi). Paolo Madonna impersona il “Dull, a constable”, tradotto Intronato, ed è un carabiniere, e parla napoletano. Bravissimo, spilungone, irresistibile la scena in cui suppone di essere adescato da Zucca, Leonardo Cesaroni (in Shakespeare Costard, a clown). L’ambientazione è moderna. Ciò permette agli attori un’allegra disinvoltura, ammiccamenti a usi e costumi di oggi.



 Talora c’è il rischio di eccedere in toni farseschi, ma il ritmo comico del dialogo è inflessibile, ed evita le cadute. Eccezionale, quasi una prestazione individuale da mattatore, il Biron di Francesco Russo. Alcuni hanno voluto vedere nel personaggio un’allusione alla figura di Giordano Bruno: Bruno, Berowne, Biron. Michele Enrico Montesano presta figura e voce alla macchietta spagnola di Don Armado. La Principessa è Sofia Panizzi, e dispiace che a lei sia tolta la battuta “Morto, per la mia vita”, perché l’annuncio della morte del padre è affidata a Boyet, Davide Fasaro, che qui usurpa la parte di Mercade. Sara Mancuso, Jaquinette, è perfetta controparte di Zucca. Ma tutti vanno citati, per la capacità di reggere una recitazione di gruppo, di condurre avanti l’azione in perfetta sintonia l’uno con l’altro: il Dumain di Riccardo Rampazzo, la Rosalina di Sara Younes, la Caterina di Adel Masciello, il Re di Gabriel Gasco. Chi tiene le fila dell’azione è Danilo Capezzani. Scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta. Drammaturgia musicale di Paolo Coletta. Ma la rappresentazione di questo Shakespeare dimostra anche un’altra cosa: che la lettura di un classico non imprigiona la fantasia di un giovane regista e non lo spinge perciò a rispettare la lettera del testo. La drammaturgia originale è interamente ripensata e riscritta. Sacrificando, forse, la complessità di un testo che scherza anche con il tragico, ma restituendo d’altra parte tutta la vivacità di un’azione comica che mozza il fiato. Ne sentiremo parlare di nuovo, di questi ragazzi. E spero presto.









mercoledì 6 ottobre 2021

Autofiction tearale a Roma: vivisezione del cuore


 


Teatro Basilica, Roma. Frammenti.

Cuòre: sostantivo maschile.

drammaturgia, Angela Di Maso

regia, Alvia Reale

spazio scenico, luci, immagini, Francesco Calcagnini

costumi, Sandra Cardini

assistente alla regia, Ilaria Iuozzo

assistente costumi, Thiago Marcondes

Alvia Reale, Daniela Giovannetti, attrici e coautrici del progetto


Sotto la Scala Santa, tra Porta San Giovanni e la Basilica di San Giovanni, a Roma c’è un piccolo teatro che si chiama Teatro Basilica, la cui attività e i cui progetti possono essere letti ed esaminati nei seguenti siti:


https://www.teatrobasilica.com/

https://www.gruppodellacreta.it/il-team


E’ un gruppo di giovani attori e gente di teatro che vuole proporre un’idea nuova di teatro, un progetto nuovo di rapporto con il pubblico. Persone e programmi si leggono nei siti. Bella, comunque, l’idea di chiamare Frammenti tutto il progetto. In un’epoca in cui convivono da una parte l’illusione di costruire ed attuare una visione totalizzante del reale attraverso una semplificazione della sua complessa, assai complessa struttura, e dall’altra imponendo una sorta d’ideologia dell’individuo, che scambia la separazione dell’individuo dalla società e dal sociale come una conquista di libertà, ecco che questo gruppo di attori, di registi, scenografi, tecnici delle luci, drammaturghi, non nascondono la propria limitatezza, l’ineliminabile, insuperabile finitezza di esseri singoli, e anzi la esibiscono appunto come frammenti della realtà, il che vale a dire come parte essenziale di una realtà, che tutta insieme è impossibile abbracciare. Questi utopisti del teatro si tengono insomma in equilibrio tra specificità di ogni individuo e imprescindibile legame, o per meglio dire connessione, dell’individuo con il resto della società, che non è solo il suo presente, ma anche il suo passato e ciò che vuole divenire e sta per diventare, il suo futuro. Ma quale luogo migliore che un teatro, appunto, per dire e attuare tutto questo? Il teatro non nasce, infatti, come divertimento, anche se però diverte, bensì, già nell’antica Grecia, ad Atene, come spazio pubblico in cui la società esamina e giudica sé stessa. Sarebbe ora, soprattutto in Italia – in altri paesi d’Europa, e del mondo, si è già fatto, in qualche paese addirittura da qualche secolo – che il teatro torni a essere questo spazio. Poco importa che un Presidente del Consiglio dichiari – pubblicamente – che attori, musicisti sono utili perché “ci divertono”. È dalla sua fondazione, prima come regno, poi come repubblica, che l’Italia non riconosce il valore pubblico, sociale e- perché no? - politico del teatro. Ma di tante altre cose, è vero, l’Italia non riconosce il valore: l’istruzione (abbiamo gli insegnanti peggio pagati dell’Unione), la ricerca (è il paese di Europa che investe meno nella ricerca sia scientifica sia umanistica), e stendiamo un velo sull’insufficienza degli aiuti alle famiglie, sulla mancanza di un vero piano industriale, su una sanità del territorio mortificata, e così via. Ma non è questo il luogo per disegnare una mappa delle disfunzioni del paese Italia. Ecco, allora, che uno spettacolo come Cuòre: sostantivo maschile desta un interesse particolare, e non solo perché inserito nel progetto teatrale e culturale Frammenti, di cui sopra si è scritto. Angela di Maso, che ne ha curato la drammaturgia – qualcosa di più specificamente teatrale che scrivere soltanto un testo, come in genere in Italia si pensa la drammaturgia – Di Maso ha costruito l’azione sul corpo, sulla pelle, sulla vita delle attrici che lo attuano: Alvia Reale e Daniela Giovannetti. Ha reinventato una vicenda individuale, quella delle due attrici, per farne una rappresentazione esemplare della vita di ciascuno. Il drammaturgo uruguayano Sergio Blanco usa per questo tipo di scrittura e di rapprsentazione il termine, inventato negli anni ‘70 del secolo scorso da Serge Doubrovsky: autofiction, che si potrebbe tradurre in italiano con autofinzione, ma in francese, in inglese e in spagnolo il termine ha una maggiore densità semantica. In italia si usa perciò in genere il termine inglese, per designarlo: autofiction (nella scrittura, ma non nella pronuncia, identico a quello francese), che significa qualcosa di più preciso, e soprattutto di più letterario, che autofinzione. Gli italiani che ignorano lo spagnolo, per esempio, sono abituati a chiamare le Ficciones di Borges “finzioni”, che ne è la traduzione italiana. Ma lo spagnolo ficción, esattamente come il corrispondente inglese fiction, non significa semplicemente, come in italiano, finzione, bensì anche, o soprattutto, invenzione, racconto. L’autoficción, dunque, per Sergio Blanco, o autofiction, come dicono inglesi e italiani, è “il lato oscuro dell’autobiografia, e dove nell’autobiografia c’è un patto di verità, nell’autofiction c’è un patto di menzogna”. Da una certa parte della critica italiana si è scritto che l’autofiction è la morte del romanzo, perché reprime la fantasia dello scrittore. E’ una solenne idiozia. Allora il primo grande capolavoro della narrativa italiana, anzi l’invenzione stessa della prosa narrativa italiana, è un romanzo fallito, un libro sbagliato: la Vita Nuova di Dante. E sarà dunque sbagliato anche il Viaggio in Italia di Goethe, per non parlare del Werther? Nel Viaggio in Italia Goethe racconta dell’incontro a Roma con una “bella milanese”, di una possibile avventura amorosa che non trovò attuazione reale. Inventato. Goethe non incontrò nessuna “bella milanese”. Sarà per questo l’episodio meno vero? La sua verità non sta, infatti, nella corrispondenza con i dati reali della biografia di Goethe, bensì nella verità della sua realtà letteraria. Del resto, con gioco sottile, e geniale, di allusioni, Goethe intitolò la sua autobiografia non già autobiografia, come hanno fatto molti scrittori e anche non scrittori, o Vita scritta da esso, come fece Alfieri, ma Dichtung und Wahrheit, Poesia e Verità.

 Che cosa, dunque, racconta, e rappresenta Cuòre: sostantivo maschile? Sulla scena appaiono due donne, una, Alvia Reale, che ha costruito anche la regia dello spettacolo, indossa abiti quasi maschili, neri, pantaloni e giacca, l’altra, Daniela Giovannetti, un abitino leggero, roseo, gonna volante, quasi da ballerina. Attacca la donna in nero, e afferra una motosega elettrica. Parte enunciando come una filastrocca fiumi di parole, tutte con la stessa intonazione urlante, ma senza caratterizzazione particolare, e sono parole violente, insultanti, di frustrazioni vendicate. Questa violenza, però, risulta tanto più intollerabile, quanto più l’espressione è uguale, piatta, indifferente al significato delle parole, tra l’altro un tour de force non indifferente per un attore, condotto da Alvia Reale con mirabile continuità, una mitragliatrice di sofferenza e d’insofferenza. Con chi ce l’ha? Si direbbe con il mondo. Ma soprattutto con il teatro, che in Italia è così difficile portare sulle scene, quando è davvero teatro. La motosega si mette in moto, collocata con la base sull’inguine, e minaccia il teatro, i maschi, il mondo, come un gigantesco cazzo urlante che invece di sputare vita annuncia vivisezioni, tagli, mozzamenti, segature, recisioni, troncamenti. L’altra, Daniela Giovannetti, è una che sogna la danza, brama diventare famosa danzando, e ci è andata vicino, è perfino diventata davvero famosa, lavorando in televisione insieme a Rafaella Carrà, ma poi un incidente la immobilizza per mesi. Tutta la scena di lei che danza sdraiata per terra, perché non può alzarsi, perché non può muoversi, il braccio appena sollevato ricade inerte sul pavimento, i passi di danza sono attuati da gambe orizzontali, è da antologia di come si sta sulla scena. Ma ogni momento dello spettacolo è da antologia.

 Per esempio, le confessioni sessuali con un proiettore calato che dondola come un pendolo, lo si potrebbe perfino supporre simbolo fallico. E poi la scena finale, mozzafiato, le due donne diventano animali. Daniela un gatto, Alvia un cane. E la sofferenza, la solitudine, il bisogno di corpo, di contatto, la lacerazione dei ricordi, il dolore dell’abbandono, del rifiuto, la gioia dell’amplesso, sono gli stessi, come nell’homo insipiens: che ha di più, questo vanitoso animale, se non la parola? Ma ecco che se gli animali parlano, dicono le stesse cose. Perché sentono, vivono le stesse cose, gli stessi sentimenti, gli stessi abbandoni, gli stessi ritrovamenti. Teatro Basilica pieno, e fragorosi, interminabili applausi per le due splendide attrici, ma anche per tutti gli altri, le luci di Francesco Calcagnini, i costumi di Sandra Cardini. Il lavoro teatrale è sempre un lavoro collettivo. 


E alcune battute sono veramente destinate proprio alla collettività teatrale, comprese fino fondo solo da essa. “Chi non ha mai sognato almeno una volta di fare sesso con il proprio tecnico?” E tuttavia, proprio perché la collettività teatrale è metafora, specchio di qualunque altra collettività, specchio anzi di tutta la società, anche il linguaggio cifrato coglie nel segno. E l’autofiction non è solo la rappresentazione di una singola vicenda, ma il carnevale, la processione del mondo, della vita del mondo, come la vede sfilare sotto gli occhi Dante sulla vetta del Purgatorio, o come la dipinge Van Eyck nell’Adorazione dell’Agnello mistico sull’altare di San Bavone a Gand: tutta la storia del mondo, prima e dopo l’Uomo-Dio che separa la storia, e sia Dante, sia Van Eyck ci raccontano in realtà la propria storia, l’uno raccontando un viaggio nell’al di là, come se fosse un viaggio nell’al di qua, l’altro dipingendo la sua Gand dietro la processione dei profeti, e dietro la figura dell’agnello sacrificale. Il teatro si chiama Teatro Basilica. Sotto la Scala Santa, si suppone la scala che salì Cristo condotto davanti a Caifa. E accanto, la bella facciata costruita da Alessandro Galilei per la cattedrale paleocristiana di Roma, ma l’interno paleocristiano è totalmente reinventato da Francesco Borromini, il moderno sostituisce l’antico, o meglio, lo completa. Vengono le vertigini. C’è quasi l’autofiction di una città, e poiché è la città che fu capitale di un Impero ed è capitale dei cristiani, si potrebbe supporre che sia l’autofiction del mondo. Ha ragione Sergio Blanco: l’autoficcion è il lato oscuro dell’autobiografia. Molto oscuro. Ma è per questo che il teatro lo porta alla luce: perché la realtà del teatro è sempre stata, ed è, la realtà non dell’evidenza, ma di tutto ciò che ci è oscuro. Ed è saggio, perciò, l’avvertimento che ci suggerisce Frammenti, sul programma della stagione: “Si prega di non recitare nella vita reale”.