venerdì 20 gennaio 2017

Rafael Chirbes, Paris-Austerlitz.



Rafael Chirbes, Paris-Austerlitz, Barcelona, Anagrama, 2016, pagg. 156, € 15,90

E’ l’ultimo romanzo di Rafael[1] Chirbes. Finito a pochi mesi dalla morte.  Ma trascinato per anni, dal 1996 al 2015, prima di trovare una stesura definitiva. Credo tuttavia che questa non sia la stesura definitiva, se non per l’editore, che lo ha pubblicato postumo. Chirbes ci avrebbe sicuramente lavorato ancora, lo avrebbe ulteriormente prosciugato, avrebbe eliminato qualche ridondanza, qualche ripetizione.  Ma anche così è un capolavoro. Duro, disperato, senza illusioni sull’infelicità dell’uomo. Un giovane spagnolo dell’alta borghesia di Madrid, genitori ricchi e “illuminati”, ostentatamente di sinistra, lascia la famiglia e si piazza a Parigi, senza il becco di un quattrino., inseguendo il miraggio di una mostra dei suoi quadri. Scoprirà alla fine di essere stato imbrogliato e derubato dal gallerista. La narrazione non segue l’ordine degli eventi, ma va su e giù, sull’onda dei ricordi. E’ il giovane stesso a raccontare gli avvenimenti, in prima persona. Cacciato dall’appartamento che condivideva con alcuni amici, perché da mesi non paga la sua parte dell’affitto, il giovane decide di spendere gli ultimi soldi in un ristorante. Il ristorante è pieno e lo fanno sedere allo stesso tavolo di un anziano operaio, Michel, un uomo robusto, muscoloso, e ancora prestante. Normanno, di famiglia contadina, sulle mani i segni del suo lavoro, le unghie con i bordi neri. I due dividono il dessert, perché l’ultimo rimasto: l’île flottante. E cominciano a parlare. Escono insieme per bere qualcosa in un bar. Michel invita il giovane a casa sua. Nasce così la loro storia. Ma raccontata dalla fine, quando è finita, e quando Michel è morto in ospedale di cancro. I temi si ammucchiano, si sovrappongono, la fragilità del sentimento amoroso, il suo logoramento, il disagio, l’angoscia, quando finisce in uno, ma non nell’altro. E il ricatto oggettivo della malattia, di cui Michel fa un’arma per trattenere il giovane. Il commiato finale è straziante, Michel è stato trasferito dall’ospedale di Vincennes a quello di Rouen, avvolge il collo del giovane con le braccia: non lasciarmi qui solo. Ma il giovane torna a Madrid. E’ una storia come ce ne possono essere tante, anche tra un uomo e una donna. Ma qui sono due uomini, e questo crea problemi nelle loro famiglie. Soprattutto in quella del giovane spagnolo. La madre, bella, ricca, “progressista”, all’idea, però, di un figlio che convive con un altro uomo e per di più di classe sociale inferiore, crolla. La disuguaglianza sociale pesa anche nel rapporto tra il giovane e Michel. Michel glielo rinfaccia, il giovane protesta, ma riconosce che è così. Conduce l’operaio alle mostre, nei musei. Ma si accorge che è un mondo che non gli appartiene. I due mondi, quello intellettuale del giovane e quello contadino e operaio di Michel non s’incontrano. Finita la furia del desiderio, l’amore si spegne. Ma nel giovane, non nel vecchio operaio. Michel guarda il giovane mentre si fa la doccia: come sei bello! Il giovane, finanziato dai suoi, affitta un appartamento, dal quale può vedere quello di Michel. Ma è l’inizio della separazione. Il lettore è condotto via via a scontrarsi con la durezza di questa separazione pagina per pagina, attraverso gli atti quotidiani del giovane e dell’operaio. E’ una storia comune, come tante, ma proprio per questo il dolore dell’inevitabile è raccontato con intensità quasi insopportabile. Perfino l’uso del preservativo diventa per Michel un segno del fatto che il giovane non gli si abbandona: si può scopare solo per chiedere aiuto. Non è necessario amarsi. Ecco la pagina iniziale e quella finale del romanzo.

Bromeaba, le tomaba el pelo, me reía mientras caminábamos por el sendero de grava. Se prestaba al juego. Colaboraba buscando alguna anécdota divertida que hubiéramos compartido. Se le animaban los cortos pasos de viejo. Las tardes en que me acerqué a verlo al Hôpital Saint-Louis parecía que cicatrizaba la herida que habían dejado nuestros desencuentros (maintenant, on s’aime comme des bons amis), y que incluso quedaba en suspenso la enfermedad. Un halo inocuo flotaba entre los rayos del sol de invierno del que habíamos disfrutado sentados en un banco del jardín. Pero cuando llegaba el momento de la despedida, se plantaba inmóvil ante la puerta y fijaba en el vacío aquellos ojos amarillentos que se le encharcaban, los dos sabíamos que la tregua había concluido: ni el mal renunciaba a su trabajo, ni mis visitas le producían consuelo. Lo decía su amiga Jeanine: sufre cuando te ve, le traes los recuerdos, echas sal en la llaga. Me marchaba de allí sin volver la cabeza y buscaba alguno de los bares de République para tomarme un par de calvados.

(Scherzavo, lo prendevo in giro, mi sorrideva mentre camminavamo per il sentiero di ghiaia. Si prestava al gioco. Collaborava cercando qualche aneddoto divertente che avessimo condiviso. Gli si animavano i passi corti di vecchio. I pomeriggi in cui mi spinsi a vederlo all’Hôpital Saint-Louis sembrava che si cicatrizzasse la ferita che avevano lasciato i nostri mancati incontri (maintenant, on s’aime comme des bons amis), e che restasse perfino in sospeso la malattia. Un alone innocuo galleggiava tra i raggi del sole invernale di cui avevamo approfittato seduti su una panca del giardino. Ma quando arrivava il momento del commiato, si piantava immobile davanti alla porta e puntava nel vuoto quegli occhi giallognoli che gli si allagavano, tutti e due sapevamo che la tregua si era conclusa: né il male rinunciava al suo lavoro, né le mie visite gli producevano conforto. Lo diceva la sua amica Jeanine: soffre quando ti vede, gli porti ricordi, butti sale sulla piaga. Me ne andavo via di lì senza voltare il capo e cercavo qualcuno dei bar di République per scolarmi un paio di calvados)[2].

No me dejes, suplicaba. Ma hacía daño, me clavaba las uñas en la espalda. Voy a perder el último tren, insistí. Y, para librarme, me vi obligado a separar con cierta violencia los dedos que había hundido en los hombros y a tirar con fuerza de sus brazos hacia arriba. Tengo que irme, repetí varias veces con una voz suave que pretendía excusar la brusquedad del gesto con que lo había apartado. Insistí: volveré y encontraremos el modo de que te vengas conmigo a España para reposar durante algún tiempo. Lo haremos así. Se agitaron un istante sus brazos y piernas, descarnados como patas de insecto; luego se quedó inmóvil, dejó caer la cabeza sobre la almohada y emepzó a sollozar de manera entrecortada, con un gran pesar; y los sollozos se convirtieron en pocos segundos en un lamento initerrumpido que fue creciendo de volumen, ocupó la habitación y me siguió por los pasillos del hospital mientras me dirigía hacia la perta de salida.
(Non lasciarmi, supplicava. Mi faceva male, mi ficcava le unghie nella spalla. Perderò l’ultimo treno, insistei.  E, per liberarmi, mi vidi costretto a separare con una certa violenza le dita che aveva affondato negli omeri e a tirare sopra con forza dalle sue braccia. Devo andarmene, ripetei più volte con una voce soave che pretendeva scusare l’asprezza del gesto con cui l’avevo scostato. Insistei: tornerò e troveremo il modo di farti venire con me in Spagna per riposare un certo tempo. Faremo così. Si agitarono un istante le sue braccia e le sue gambe, scarnificate come zampe d’insetto; poi rimase immobile, lasciò cadere la testa sul cuscino e cominciò a singhiozzare in modo convulso, con grande fatica; e i singhiozzi si convertirono in pochi secondi in un lamento ininterrotto che andò crescendo di volume, occupò la stanza e mi seguì per i corridoi dell’ospedale mentre mi dirigevo verso la porta d’uscita)[3].

Quella “porta d’uscita” è insieme la fine dell’amore, della vita di Michel, del romanzo. Questa densità metaforica della scrittura è tipica di Chirbes. Ho cercato di rendere nella traduzione la secchezza dell’originale. Resta l’amaro in bocca dell’insignificanza dei nostri gesti quotidiani, e tuttavia anche la consapevolezza che in ciascuno di quei gesti sta racchiuso il senso del nostro destino, del percorso della nostra vita, che trae significato proprio dall’accumularsi di tanti gesti e di tante azioni a prima vista senza significato. O con un di più di significato, che il tempo si preoccupa presto di dissolvere, di sciogliere nell’aria. In margine: talune descrizioni, soprattutto notturne, di Parigi, sono mirabili. Chi conosce la città, leggendo, è assalito da una nostalgica emozione. Chi non la conosce, prova voglia di andarci, se non altro per confermare o smentire l’affermazione del giovane spagnolo che Parigi è la città più bella del mondo. Quanto a me, comfermo. Mi auguro che qualche editore italiano si accorga di quest’ultimo libro di Chirbes. Chi, perché conosce lo spagnolo, legga il romanzo nella lingua in cui è stato scritto.
Fiano Romano, 20 gennaio 2017


[1] L’accento cade sulla e: Rafaél.
[2] Questo inizio è stato già da me citato nel blog Lo stile. L’attacco di due recenti romanzi spagnoli: Henández e Chirbes, del 16 gennaio scorso. E alle pagine 7 e 8 del romanzo.
[3] Pagg. 152-153.

lunedì 16 gennaio 2017

Lo stile. L'attacco di due recenti romanzi spagnoli: Hernández e Chirbes.



Lo primero que vi fue la sombra. Inmóvil, fija, eterna, proyectada sobre un pequeño muro semiderruido que no levantaba más de metro y medio del suelo. Después presté atención al paisaje de fondo, el horizonte, el bosque, los árboles espigados y desnudos que desbordaban el encuadre de la imagen. Nada se movía en la escena. Nada se oía. Por un momento pensé que el archivo era defectuoso o que mi conexión no funcionava correctamente. Pero enseguida advertí que la barra de reproducción había comenzado a avanzar. El tiempo corría, aunque los objetos de la escena no se desplazaran, aunque todo permaneciera igual después de varios minutos. La sombra, el paisaje, el muro, el plano. El movimiento parecía haberse frenado ingual que lo hace en una fotografía.
Miguel Ángel Hernández, El instante de peligro, Barcelona, Editorial Anagrama, 2015, pag. 15.
(Per prima cosa vidi l’ombra. Immobile, fissa, eterna, proiettata su un piccolo muro semidistrutto che non s’alzava più di un metro e mezzo dal suolo. Dopo prestai attenzione al paesaggio di fondo, l’orizzonte, il bosco. gli alberi slanciati e nudi che oltrepassavano l’inquadratura  dell’immagine. Niente si muoveva nella scena. Niente si udiva. Per un attimo pensai che l’archivio fosse difettoso o che la mia connessione non funzionava correttamente. Ma subito mi accorsi che la sbarra di riproduzione aveva cominciato ad avanzare. Il tempo scorreva, anche se gli oggetti della scena non si spostavano, anche se tutto rimaneva uguale dopo vari minuti. L’ombra, il paesaggio, il muro, il piano. Il movimento sembrava essersi fermato come lo fa in una fotografia).
Miguel Ángel Hernández, L’istante di pericolo.
Articular históricamente el pasado no significa conocerlo come verdaderamente ha sido. Significa apoderarse de un recuerdo tal como éste relampaguea en un instante de peligro.
(Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo come veramente è stato. Significa impossessarsi di un ricordo così come esso lampeggia in un istante di pericolo).
Walter Benjamin

Bromeaba, le tomaba el pelo, me reía mientras caminábamos por el sendero de grava. Se prestaba al juego. Colaboraba buscando alguna anécdota divertida que hubiéramos compartido. Se le animaban los cortos pasos de viejo. Las tardes en que me acerqué a verlo al Hôpital Saint-Louis parecía que cicatrizaba la herida que habían dejado nuestros desencuentros (maintenant, on s’aime comme des bons amis), y que incluso quedaba en suspenso la enfermedad. Un halo inocuo flotaba entre los rayos del sol de invierno del que habíamos disfrutado sentados en un banco del jardín. Pero cuando llegaba el momento de la despedida, se plantaba inmóvil ante la puerta y fijaba en el vacío aquellos ojos amarillentos que se le encharcaban, los dos sabíamos que la tregua había concluido: ni el mal renunciaba a su trabajo, ni mis visitas le producían consuelo. Lo decía su amiga Jeanine: sufre cuando te ve, le traes los recuerdos, echas sal en la llaga. Me marchaba de allí sin volver la cabeza y buscaba alguno de los bares de République para tomarme un par de calvados.
(Scherzavo, lo prendevo in giro, mi sorrideva mentre camminavamo per il sentiero di ghiaia. Si prestava al gioco. Collaborava cercando qualche aneddoto divertente che avessimo condiviso. Gli si animavano i passi corti di vecchio. I pomeriggi in cui mi spinsi a vederlo all’Hôpital Saint-Louis sembrava che si cicatrizzasse la ferita che avevano lasciato i nostri mancati incontri (maintenant, on s’aime comme des bons amis), e che restasse perfino in sospeso la malattia. Un alone innocuo galleggiava tra i raggi del sole invernale di cui avevamo approfittato seduti su una panca del giardino. Ma quando arrivava il momento del commiato, si piantava immobile davanti la porta e puntava nel vuoto quegli occhi giallognoli che gli si allagavano, tutti e due sapevamo  che la tregua si era conclusa: né il male rinunciava al suo lavoro, né le mie visite gli producevano conforto. Lo diceva la sua amica Jeanine: soffre quando ti vede, gli porti ricordi, butti sale sulla piaga. Me ne andavo via di lì senza voltare il capo e cercavo qualcuno dei bar di République per scolarmi un paio di calvados).
Rafael Chribes, Paris-Austerlitz, Barcelona, Ediotorial Anagrama, 2016, pagg.7-8.
Ecco qua gli attacchi di due romanzi spagnoli. Uno dal secondo romanzo di Miguel Ángel  Hernández, El instante de peligro, L’istante di pericolo, che fa seguito al bellissimo Tentativi di fuga (in spagnolo Intento de escapada).   Il secondo brano è l’inizio dell’ultimo romanzo di Rafael Chirbes. Il titolo del romanzo di Hernández nasce da un pensiero di Benjamin. sopra citato, e collocato dallo scrittore a intestazione del romanzo.  Il romanzo di Chirbes ha il titolo di una stazione ferroviaria di Parigi, città dove si svolge la vicenda. Perché cito queste due pagine, tradotte un po’ provvisoriamente e all’impronta? perché mi sembrano una conferma di ciò che chiamo lo “stile” di uno scrittore. Duttilissima l’articolazione del periodo. Dalla più nuda paratassi a un uso sobrio, ma sapiente di subordinate. Efficacissima la collocazione delle parole, la scelta dei vocaboli, senza per questo cadere in vacui preziosismi.  In entrambi gli scrittori un’idea ossessiva tipica della letteratura spagnola: l’ossessione del tempo, la divaricazione, la separazione tra la realtà e la sua percezione. Nel romanzo del giovane Hernández c’è perfino un’allusione alla teoria del tempo, come misura del movimento. In Chirbes il dolore del passato, il ricordo di ciò che si è perso, innerva ogni frase, la fa quasi sanguinare. Il ritratto del “vecchio” Michel, un operaio, amante, anzi ex-amante del giovane narratore, è una figura mirabile, esempio di come la sofferenza si faccia più acuta e insieme più pudica in chi non ha né la cultura né il linguaggio per esprimerla. Mi fermo qui. Che io sappia i due romanzi non sono stati ancora tradotti in italiano. Chi può, li legga in spagnolo, oltretutto sono scritti in una lingua bellissima. Altrimenti facciamo tifo perché qualche editore se ne accorga. Del resto Chirbes vinse anni fa lo Strega come migliore narratore straniero, e una volta tanto lo Strega era meritatissimo.
Buona lettura!
A breve, spero di poterne scrivere più diffusamente sul mio blog.
Fiano Romano, 16 gennaio 2017

Un ricordo di Angelo Persichilli



Ho sotto gli occhi il cofanetto di LP nei quali Angelo Persichilli e Mariolina De Robertis hanno registrato,  nel 1979, per la Fonit Cetra, collana “Italia”, le Sonate op. 2 per flauto e basso continuo di Benedetto Marcello.  Ecco un riscontro che mi conferma la giustezza di una mia scelta di anni fa, quando comparvero i cd: non buttare via il piatto Thorenz sul quale posso ancora collocare i miei LP, anche questi mai buttati, e ascoltare, perciò, spesso con risultati migliori di quelli offerti dal cd, le musiche interpretate dagli amici, ma anche  quelle di musicisti che amo (Bruno Walter e Sviatoslav Richter, tra i primi, e un mai dimenticato, sublime Tristano, diretto da Furtwaengler – fu il mio autoregalo quando compii 18 anni). Riascoltare, ora, il flauto di Persichilli, non solo mi ravviva il ricordo di tanti anni di grande musica ascoltata insieme, ma mi conferma che ogni interpretazione va letta nel contesto del suo tempo.  E allora, oggi, nel contesto iperfilologico, o piuttosto solo vantato come iperfilologico, da parte di alcuni interpreti, come si ascolterà questa superiore libertà del fraseggiare? La vera musica non è restituita, infatti, solo dall’indagine filologica (indispensabile! si badi, ma i cui criteri cambiano con gli anni), bensì anche, e forse soprattutto, dalla libertà dell’interprete che sa penetrare il senso di quei misteriosi crittogrammi. Emilia Fadini, la clavicembalista e musicista alla quale dobbiamo un’edizione critica delle Sonate di Scarlatti, ha sempre sostenuto che non basta leggere un testo filologicamente corretto, e leggerlo correttamente, ma la fantasia di ciascun interprete deve poi ricostruire anche la libertà con cui, nel passato, quei testi erano letti. La filologia di fatti riguarda la ricostruzione di un testo, non la sua riproduzione, che può essere reinventata solo attraverso ipotesi interpretative. Anche a costo di rischiare l’arbitrio. Ma chi potrà giudicare la fedeltà di oggi alla supposta libertà del passato? non esistevano né microfoni né sistemi di registrazione. Eppure dirà qualcosa la testimonianza di un Mozart che si vantava della propria libertà di pianista, affermando che la destra non andava mai d’accordo con la sinistra. O quella di un Giulini, che consigliava ai direttori, quando non trovassero il fraseggio giusto di un passo, di provare a cantarlo. Ecco. Persichilli, questa libertà del fraseggiare la possedeva come una seconda natura. Non doveva pensarci. Gli veniva e basta. Che fosse Vivaldi o Debussy, Bach o Petrassi.  E questa libertà ci resta – nel ricordo di tanti ascolti,  e nelle registrazioni – pur troppo poche, o non tante quante ne desidereremmo . Aggiungo un breve corollario: in questa registrazione suona anche la clavicembalista Mariolina De Robertis. La musica del Novecento, e in particolare molti compositori italiani, da Petrassi a Sciarrino, le devono molto. Ma era anche un’attenta interprete della musica barocca, da qualcuno bacchettata per una sua supposta rigidezza ritmica. Non era vero! E anche lei, oggi, ci manca molto. La clavicembalista, la musicista, e l’amica.
Fiano Romano, 16 gennaio 2017

lunedì 9 gennaio 2017

La Via di Santiago

La mia visita della Galizia, e in particolare della città di Santiago di Compostela, mi ha fatto scrivere, quasi senza sforso, questi versi.



LA VIA DI SANTIAGO

A Maria Clelia

Aeneadum genetrix hominum divomque voluptas[1] ...
                                                              Lucrezio

Lo schiavo che lasciò su pietra scritto
a Delfi λευθερίαν[2], scorciatoia
tra il desiderio e l’atto che l’appaga,
ci avvicina gli dei, più di ogni tempio.
Altri occhi hanno gli dei, ma non li vede
lo sguardo dei felici, agl’infelici
è dato, invece, indovinarli. Guardo
il tratto della Via che mi conduce
a Santiago di Compostela. Guardo
lo spiazzo che  davanti all’imponente
Cattedrale si schiude al visitante.
Penso che siamo figli dello schiavo
di Delfi o suoi fratelli. Ma nessuno
conosce più l’astuzia di sottrarsi
al sorriso di Circe o l’arte apprende
di udire il canto di Sirene, senza
farsene catturare e ritrovarsi
condannati al silenzio. Voglio udire
quel canto da lontano, come fosse
di stanchi Pellegrini, che a Santiago
vengono libertà cercando, cara
più della vita, per scambiarla forse
non con la morte, ma con altra vita.
E tramutare in cielo la soffitta
dei propri quotidiani affanni, il buio
delle povere case spalancarlo
alla luce dei campi di Galizia.

Da quale casa, io, per quali campi,
la libertà che invoco andrò cercando?
Se guardo queste strade, se l’orecchio
tendo alle voci ch’esultano in festa,
ancora c’è qualcuno, chiedo, ancora
qualche voce che riconosca il senso
del proprio canto? o, come i Pellegrini,
che cantino l’adempimento atteso
di un rito di ritorno? O spensierati.
inefficaci, cantano soltanto
perché l’hanno imparato, il canto, e un canto
vale l’altro? Poeta di che cosa
chi dice, non importa se dolore
o se gioia? Vorrei che le parole
avessero la musica di un senso
del mondo, anzi di un senso che lo spieghi.
Non è detto che senso di parole.
Ma musica che ha senso di parole.

M’interrogo sul tempo che ho trascorso
fino ad oggi. E m’assale con un morso
rabbioso il senso degli anni, dei giorni,
che non ritorneranno. E’ questa, è questa,
dico, la libertà che fugge, il tempo
che s’annienta, ritorno sempre al punto
da cui parto, a quegli anni perduti,
all’irreversibiltà del tempo.

Un’altra vita per le strade tutte
del mondo cerca chi verso Santiago
muove il suo piede, chi con un bastone
nella sua mano e con lo zaino in spalla,
e con una conchiglia appesa al collo.
Il passo s’interrompe sullo spiazzo.
S’arresta l’occhio e guarda. Ma che cerca,
se non la vita che non ha? che chiede,
se non il tempo mai vissuto? che vuole,
se non il senso che non sa, la voce
che non ha? Fortunato se s’illude
di trovarli,  se non quei giorni, almeno
più vivi e nuovi quelli che verranno.
Fortunato se l’illusione ignora
che l’inganna. Ma chi fugare tenta
l’inganno invano, intorbidare il flusso
dei ricordi, di quale peso sgombra
lo sosterrà la mente? Tutto scorre,
tranne il rimpianto di ciò ch’è trascorso.

Inacerbita dolcezza, la calma
che si ricorda del tempo felice.
Non è dolore, ma nemmeno gioia.
Il termine fissato è là che aspetta.
Dimenticarlo, o fingere una tregua,
che l’attesa oltrepassi il suo confine,
può alleggerire il giorno, ma non sposta
il termine fissato. Il buio è buio,
accesa  da qualcuno non vedrai
nessuna luce, ma ti mancheranno
gli occhi, ti mancherà la voce, il fiato,
per invocarla. E non ne sentirai
nemmeno la mancanza. Guardo il tratto
di strada che mi sbriciola la vista,
prima di entrare nello spiazzo. L’alto
fusto del campanile mi sogguarda
quasi con irrisione. Entra, ma entra almeno
nella chiesa. Non s’ode che il bisbiglio
dei visitanti. Solo un italiano
grida da una navata all’altra: Aurora,
vieni a vedere. Ma il silenzio torna
subito tra le arcate a sesto intero
della chiesa. Giù in fondo, s’apre acuta,
nell’abside, la volta. Con furore
barocco t’aggrediscono gli altari.
E il mondo si dipana in mille forme.
La cupa Addolorata col mantello
nero. Il Cristo che giace morto sotto
l’altare, il corpo livido e svuotato.
Un dio che muore, ti sussurri, piano.
Ma come morto, in questo luogo, sento
anche io il mio corpo: λευθερίαν,
mi viene da gridare. λευθερίαν,
selvaggio dio dall’arco che guarisce,
tu che sai anche uccidere. Se morto,
io ti sembro più tuo, non mi colpire.
Basto da me. Quel termine mi aspetta.

Non è l’uscire, né l’entrare, il senso.
Chi sa, forse il restare. O la domanda
che perdura: dormire, o anche sognare,
e dirsi che ogni affanno della vita
finisce. Oggi il divieto non ha forza
più come l’ebbe un tempo. E che nessuna
voluptas il perpetuo generarsi
delle cose conduce al godimento
di un arresto.  Misura del mutarsi
e muoversi dei corpi, il ciclo breve
degli anni, breve per chi lo subisce,
ma per sé  solo il battito di un ciglio,
nell’incommensurabile durata
di ciò che esiste, fosse pure il botto
di un’esplosione che non è finita.
Posso sentire il volo di una mosca
sul mio naso, saprò così che sono
stato e che non sarò mai più chi sono.

Ma poi, in fondo, che cos’è la vita?
un’ombra, una finzione, un’illusione,
e il più grande dei beni è ancora niente,
perché tutta la vita è sogno, e i sogni
non sono altro che sogni. Noi ci stiamo
in mezzo, e non sappiamo di sognarci.
Sulla scena del mondo c’è qualcuno
che gioca a dadi con i nostri ruoli,
ma la fine del dramma mette a posto
tutte le cose. E il gioco si conclude.

Io mi sono sentito dalla testa
strappare i miei capelli. Ho visto a un tratto
cadermi a terra tutti i miei vestiti.
E così nudo, in faccia al dio che tace,
non sapere chi sono. Fosse pure,
invece, proprio quel silenzio, il vero
significato di me stesso, il senso
di qualche identità, più che segreta,
non disposta alla scambio, tutta mia,
solo mia. Quel terribile silenzio,
che, come una voragine, minaccia,
da sempre, d’inghiottire le parole.

Santiago di Compostela, 2 gennaio – Fiano Romano, 6 gennaio 2017





[1] Degli Eneadi genitrice, degli uomini e degli dei voluptas (intraducibile! piacere in italiano ha senso più ristretto), Lucrezio, De rerum natura, I, 1.
[2] eleutherían, accusativo di eleuthería, libertà, sottinteso θέλω, thélô, voglio, o forse, addirittura un ottativo θέλοιμι, théloimi, vorrei, se non addirittura λύομι, lýomi, che io possa sciogliere. In ogni caso un voto di libertà.