PALERMO. TEATRO MASSIMO.
TURANDOT di Giacomo Puccini. Libretto di Giuseppe Adami e
Renato Simoni.
Turandot Tatiana Melnychenko
Altoum e Principe di
Persia Antonello Ceron
Timur Simon Orfila
Calaf Brian Jadge
Liù Valerie Sepe
Ping Vincenzo Taormina
Pang Francesco Marsiglia
Pong Manuel Pierattelli
Mandarino Luciano Roberti
Direttore Gabriele Ferro
Concept Fabio Cherstich e
AES+F
Regia Fabio Cherstich
Video, scene e costumi AES+F
Luci Marco Giusti
Videomaker Georgy Arzamasov
Coach movimenti Alessio maria
Romano
Assistente alla regia Fabio
Condemi
Assistente alle scene e ai
costumi Marina Bursigina
Orchestra, Coro e Coro di voci
bianche del Teatro Massimo
Maestro del Coro Piero Monti
Maestro del Coro di voci
bianche Salvatore Punturo
Nuovo allestimento del Teatro
Massimo
In coproduzione con il Teatro
Comunale di Bologna e il Badisches Staatstheater Karlsruhe
In partnership con Lakhta
Center – San Pietroburgo
Partner tecnico per i costumi,
Alcantara
Due teatri italiani, Il Teatro
Massimo di Palermo e il Teatro Comunale di Bologna; un teatro
tedesco, il Badisches Staatstheater di Karlsruhe; il Lakhta Centr di
San Pietroburgo, un grattacielo alto 486 m, e di 86 piani, per questa
Turandot che inaugura il 2019 a Palermo. Alla guida dei
complessi teatrali e artistici un giovane regista triestino, Fabio
Chestich, e il collettivo artistico di San Pietroburgo, AES+F,
composto dagli architetti concettuali Tatiana Arzamasova e Lev
Evzovich, il grafico editoriale e pubblicitario Evgeny Svyatsky e il
fotografo di moda Vladimir Fridkes. Tutti insieme concepiscono uno
spettacolo d’interazione continua tra azione scenica e narrazione
visiva, che si realizza con un video proiettato sul fondo, il quale
integra e completa l’azione sulla scena, e a ben pensare le dà
anzi il suo vero senso. Il punto di partenza è di uscire dall’idea
di una Cina mitica, esotica, come se l’immagina un occhio
eurocentrico. Già nel 1997, a Firenze, per il Maggio Musicale, il
grande regista cinese Zhang Yimou aveva figurato una Cina fiabesca
assai diversa dall’idea mitica di un europeo. Non già la Cina dei
Tang o dei Ming, o quella più arcai del primo Imperatore, o quella
del Kublai Kan visitata da Marco Polo, e riraccontata da Calvino, da
un regista colto come lui era questo infatti che ci si poteva
aspettare. Ma Ahang Yimou è regista di un genere fantastico assai di
moda in Cina, rievoca tempi mitici con la leggerezza della fiaba e
dei racconti aerei come una danza di arti marziali. In ogni caso la
Cina portata sulla scena del Comunale di Firenze non era la Cina
reale. Né di ieri, né quella del suo grande millenario passato, né
quella di oggi. Ma una Cina di fantasia, tutta drappi svolazzanti e
guerrieri che disegnano danzando coreografie marziali. Era un piacere
degli occhi, come nei suoi film. La Cina di Cherstich suscita un
piacere diverso, più complesso, fa pensare a noi, e al nostro
futuro, mettendo sulla scena il futuro di una Cuina immaginaria,
distopica, multietnica, che domina il vasto impero delle galassie.
Città con grattacieli erbiformi, polpi femminei sospesi nel cielo.
Tappetti scorrevoli che accolgono corpi nudi di giovani preparati per
la decapitazione, teste mozze che galleggiano sui petali di fiori
giganteschi. Robot femminei dalle molte braccia che agguantano i
malcapitati giovani, li torturano, li consegnano al nastro che
scivola verso la “cote”. Gira gira la cote, canta, infatti, il
coro. Dove regna Turandot il lavoro mai non manca.
Autobus che
sembrano navette aeroportuali, taxi da Guerre Stellari, navicelle che
navigano nell’aria, aeroplani spaziali che volano tra i
grattacieli. E una nave spaziale a forma di drago è di fatti il
palazzo imperiale di Turandot.
Forme meccaniche, animali, umane,
vegetali, architettoniche sono tutte una sorta di cellulose mollicce,
giocattoli molli, mobili, mutevoli. Potrebbe essere una delle città
invisibili di Calvino dal nome di donna. E predominante, del resto, è
l’incombenza di figure femminili, dalle teste che si assemblano
nella testa del polpo gigantesco ai robot con facce femminili che con
le braccia molteplici a forma di tentacoli avvolgono, agguantano le
proprie vittime. In questo futuro senza tempo, in questo paesaggio
proteiforme, la vicenda della principessa che sottopone alla prova di
tre enigmi il principe che dovrà sposarla, vicenda immaginata
all’origine da un poeta persiano, Turandot significa in iranico
figlia di Turan, trasformata in fiaba cinese da Carlo Gozzi (ma
prima dai francesi dai quali l’attinse), e messa in musica, oltre
che da Puccini, anche da Busoni, più che l’utopia di un futuro
terribile, un incubo, ci si presenta come il sogno attualissimo di
libidini represse, di fantasie scatenate alle quali non si era avuto
il coraggio di dare forma. Una sorta di Bosch del XXI secolo.
Lo
spettacolo visionario si combina perfettamente con la musica
ugualmente visionaria. Gabriele Ferro libera, infattui, la partitura
dalle tante pastoie sentimentali e tardoromantiche che hanno finito
per sfigurarla, e l’accostarla se mai alle più estraniate ed
estranianti armonie di un Debussy, alle rarefatte, ma spesso
taglienti melodie di un Ravel. La musica acquista così uno spessore
inusitato, un’intensità che tocca nervi profondi, immette
l’ascoltatore in un universo sonoro ugualmente inquitante del
proteiforme mondo visivo che gli offre la scena. Il cast risponde
splendidamente alle richieste del regista e del direttore, evita
pertanto qualsiasi accenno a una recitazione realistica.
Voce
tagliente, magnifica quella della Turandot diTatiana Melnychenko. Le
si confronta con uguale squillo il Calaf di Brian Jagde. Entrambi
piegano lo squillo a un fraseggiare flessuoso, variabile. Patetica,
dolce la Liù-infermiera di Valeria Sepe. Giusti ciascuno nel proprio
ruolo il Timur di Simon Orfila, le tre maschere di Vincenzo Taormina,
Francrsco Marsiglia e Manuel Pieratteli. L’imponente Mandarino di
Luciano Roberti e il solenne Altoum di Antonello Ceron completano
magnificamente il cast. E Orchestra, Coro, Coro di voci bianche,
hanno splendidamente contribuito al successo dello spettacolo.
Qualche isolato dissenso è stato presto sommerso dal fragore degli
applausi. Com’era giusto.
Palermo, 19 gennaio 2019
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