martedì 5 marzo 2019

Dopo il Prometeo di Luigi Nono

DOPO IL PROMETEO

Sestina per Luigi Nono.

Inabissàti: lunga eco del canto
più che memoria gl’inconclusi spazi
ai sopraggiunti silenzi dal tempo
disconnette, ma sillaba l’istante,
innominato, ne disserra un suono,
e dall’atto germoglia la parola.

Ma nell’atto non è solo parola
la lung’attesa che dischiude al canto
tra le sillabe il fremito del suono,
né interminati vibrano gli spazi
allo schiocco dell’ora in cui l’istante
schiude, senza ritorno, un altro tempo

da quello che memoria dice tempo;
l’atto del dire non chiude parola
che nel breve finire dell’istante,
ma si dischiude da quel punto il canto
e dentro si racchiudono gli spazi
dov’è tempo lo scorrere del suono.

Oltre non hai né tempo più né suono:
ma l’informe durare senza tempo,
nuda carta, vertigine di spazi,
che invano aspetta un solco di parola,
perché a un tremito d’onda esploda il canto,
e nasca nell’esplodere l’istante.

Ma esplosa, dentro il canto, in quell’istante,
soltanto la parola, un puro suono,
nella memoria, si disegna canto:
oltrepassato, e smemorato, il tempo,
una traccia condensa la parola
e disegna tra fossili gli spazi.

Deserti dopo l’estasi gli spazi,
culmine invalicato dell’istante
l’atto che disinnesca la parola,
ultimo tempo in cui si spezza il suono,
onde rifratte di memoria il tempo,
qui s’addensa e per noi germina il canto:

ultimo canto di deserti spazi,
qui perde il tempo il proprio ultimo istante,
si fa parola ed abbandona il suono.

Venezia, 12-20 giugno 1993.

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