martedì 19 marzo 2019

Orchestra di Padova e del Veneto, Orazio Sciortino







PADOVA. AUDITORIUM POLLINI

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO

Direttore e pianista, Orazio Sciortino

Qualcuno potrebbe oppormi un conflitto d’interessi. Il concerto sul quale sto scrivendo queste righe, infatti, si è tenuto all’Auditorium Pollini di Padova il 14 marzo scorso. Sulla Sinfonia di Haydn nel programma ho tenuto una lezione il sabato seguente, nella Sala dei Giganti. Ma qui scrivo solo del concerto. Il programma condensava 50 anni di musica, da Carl Philipp Emanuel Bach a Beethoven. Tra i due, una sinfonia di Haydn. Tre compositori, dunque, di continuo e spericolato sperimentalismo. Con un atteggiamento per l’atto della composizione che, senza tema di anacronismo, si potrebbe chiamare avanguardistico. Succede, in certe svolte della storia, che gli artisti sentano il bisogno di sperimentare nuove forme, di sfidare il pubblico a confrontarsi con esperienze inusitate. Un momento tale, prima di C. Ph. E. Bach e di Haydn, era stato il secolo precedente, il XVII, nel quale i musicisti di ogni paese d’Europa, ma soprattutto in Italia e in Francia, si avventurarono in un territorio inesplorato, abbandonarono a poco a poco la fluidità delle armonie modali per gettarsi avidi in una zona ancora inesplorata, un continente dove c’era scritto: hic sunt leones, e i leoni aggredivano il musicista dalle nuove funzioni dell’armonia tonale, la sovrapposizione e di melodie diverse o della stessa a diverse altezze, lasciava il posto a una successione verticale di accordi. Nel passaggio, però, da un sistema all’altro – ed è il caso del secolo XVIII – i musicisti tengono il piede in due staffe: sperimentano l’andamento accordale, ma non se la sentono di rinunciare alla combinazione contrappuntistica delle linee orizzontali (non sempre si tratta di vere e proprie melodie). Il paese che più si avventura in queste sperimentazioni non è più l’Italia, e nemmeno la Francia (ma in nessuno dei due paesi tuttavia il contrappunto è messo da parte, se mai è piegato a ubbidire alle concatenazioni armoniche comandate dal basso). Il figlio secondogenito di Johann Sebastian Bach è forse il musicista che dopo la metà del secolo si avventura di più, sottoponendo anche la strutturazione dell’intero brano a una logica della sorpresa, dell’imprevisto, si direbbe perfino dell’improvvisazione, combinando tra loro elementi non solo contrastanti, ma perfino eterogenei: melodie minime, scaturite quasi solo da una fioritura, alle quali fanno seguito inaspettate irruzioni di tempeste armoniche. E’ il caso dei due bellissimi Concerti per clavicembalo/pianoforte e orchestra in re maggiore Wq 43 n. 2, del 1772, e in mi maggiore (orchestra di soli archi) Wq 14, del 1760, eseguiti in quest’ordine da Orazio Sciortino, in veste sia di pianista sia di direttore.

Nel Settecento, almeno dalla metà in poi, il clavicembalo vede affiancarsi un nuovo strumento, il pianoforte (chiamarlo fortepiano per distinguerlo dal pianoforte moderno può essere utile, ma di fatto si tratta del pianoforte, in russo ancora oggi il pianoforte si chiama fortepiano), e proprio C. Ph. E. Bach registra questa trasformazione componendo un concerto per clavicembalo, pianoforte e orchestra, gesto di una modernità sconvolgente, come sarebbe stato negli anni ‘50 del secolo scorso scrivere un’opera per orchestra e registrazione elettronica. Lettura penetrante, anzi direi illuminante, quella di Orazio Sciortino, proprio perché dei due concerti ha messo in evidenza la solidità costruttiva fondata però su un’invenzione estemporanea, come si è detto, quasi d’improvvisazione. Ma senza perdere mai il filo, appunto, della continuità musicale. Tocco sensibilissimo, quello di Sciortino, che ha anche penetrato con raffinata sensibilità la mobilità imprevedibile del melodizzare di Carl Philpp Emanuel Bach, l’uso strutturale della fioritura – come avveniva nella scrittura clavicembalistica di Couperin e come avverrà in quella pianistica di Chopin – come a dire che da una parte è riassunta e trasformata l’esperienza dell’invenzione barocca e dall’altra sono poste le premesse per uno sviluppo nuovo di ciò che poi i romantici chiameranno espressione, ma che non è invenzione romantica, perché anzi la sensibilità di Carl Philipp Emanuel è addirittura capillare, umorale, imprevedibile: più che alla rappresentazione degli affetti, la sua musica sembra ispirarsi all’umore istantaneo, all’inafferrabile sensazione del momento. Ad aprire il concerto Sciortino aveva scelto però una delle pagine più emblematiche di Beethoven: l’ouverture Egmont. Le musiche per la tragedia di Goethe, e in particolare l’ouverture, hanno un valore quasi emblematico del pensiero compositivo di Beethoven: aggredire subito l’ascoltatore con una situazione musicale tesa, irta di contrasti violenti, che s’immette e si rafforza poi in un canto a gola spiegata, tesissimo anch’esso, per poi concludere l’avventura musicale con un gesto trionfalistico di esultanza, non meno esasperato e teso della situazione precedente di costrizione e di angoscia. E’ il paradigma della Quinta e della Nona, ma anche del Fidelio, che anzi dà corpo drammaturgico a questo procedimento, e che in fondo fa capire come tutta l’invenzione beethoveniana abbia radici teatrali, alla faccia di chi si ostina a negargli talento drammaturgico, ma, come aveva bene intuito Wagner, il dramma, in Beethoven, non ha bisogno di un’esplicitazione teatrale, bensì è già pienamente realizzato dalla costruzione musicale: il dramma è la musica stessa. Sciortino ha bene individuato questo aspetto della scrittura beethoveniana, e l’ouverture la si è ascoltata aggredire l’ascoltatore con violenza, ma insieme anche con tenerezza, attraverso contrasti sempre più intensi per concludersi nella concitazione frenetica del finale gioioso e trionfale. A conclusione del bellissimo concerto la Sinfonia n. 80 di Franz Joseph Haydn, un capolavoro di costruttivismo musicale, in cui il lavoro astratto dell’elaborazione ritmica e contrappuntistica si associa all’evidenza dei brevi, icastici motivi, nemmeno temi, che la realizzano. Un ritmo sincopato che dal primo movimento, dove è solo un accidente secondario, si fa nell’ultimo tempo vero e proprio elemento tematico. L’attacco tempestoso, stürmisch appunto, sfocia in un motivetto di Lāndler che chiude l’esposizione. Due battute vuote ritardano l’ingresso dell’elaborazione, all’inizio della seconda parte, e tale elaborazione non è praticata sul tema iniziale, bensì sul motivetto di valzerino paesano. La drammaticità, la tragicità dello Sturm un Drang cede il posto alla festa, al divertimento, ma è poi nel corpo stesso della danza che di nuovo si alza la tempesta, si scatena il dramma. Tragico e comico non sono separabili. C’è qui già in atto ciò che Mozart realizza appena l’anno dopo, nel 1785, nelle Nozze di Figaro: commedia e tragedia sono compenetrate nella commedia umana che prevede sia la gioia che il dolore, sia il pianto che la risata. La sinfonia Haydn la pubblica da Artaria proprio nel 1785. L’adagio è di una cantabilità contenuta, ma che si oscura e affonda presto anche qui in climi cupi, di tensione armonica. Il minuetto fa già pensare a Schubert. Che meraviglia, dunque, se alla fine il pubblico esploda in fragorosi applausi? Come del resto aveva reagito anche il pubblico viennese dei concerti di Quaresima, nel 1784, quando la sinfonia gli venne proposta insieme alle altre due, n. 79 e n. 81, che costituiscono quasi un ciclo unitario. Coincidenza, anche a Padova, la brava e sensibile Orchestra di Padova e del Veneto ha suonato questa sinfonia nel periodo di Quaresima.

In margine, un’osservazione: Orazio Sciortino, oltre che straordinario pianista e sensibilissimo direttore, è anche, o forse soprattutto, compositore. Ho scritto, recentemente, su queste stesse pagine di due suoi cd, uno più bello e stimolante dell’altro, Self portrait, della Sony, e Chamber Music for piano and strings, della claves, rimando a quelle righe il lettore. Ma qui voglio mettere in evidenza un fatto: che un compositore interpreta in maniera spesso assai più intrigante ciò che suona o dirige, perché sa entrare tra le righe della scrittura. Non è il caso che faccia gli esempi. Sono, credo, nella memoria di tutti. Orazio Sciortino vi appartiene con una sua cifra tutta particolare, quella di leggere il passato come fosse presente. Non nel senso di modernizzare superficialmente la partitura, bensì in quello più profondo di penetrarne le ragioni compositive, le nervature architettoniche, il senso stesso della scrittura, perché in un modo e non in un altro. E non si tratta di intellettualismo. Perché il pubblico lo coglie perfettamente, ed esplode giustamente in entusiastici applausi.

Fiano Romano, 19 marzo 2019

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